Via dal pensiero magico

montecitorioCome si è sparsa la notizia della sparatoria avvenuta stamattina a pochi passi da Palazzo Chigi, i commenti sui social network si sono polarizzati fra l’ipotesi dello “squilibrato” e quella del disegno occulto e normalizzatore.
Avrete notato come la teoria del disegno occulto funzioni bene sia nella prospettiva di un governo innovatore e progressista, sia per gli orrendi mostri democristiano-pidiellisti di queste ore: il disegno occulto servirebbe nel primo caso per fermare il cambiamento in atto, nel secondo per rafforzare la resistenza al cambiamento. Una di quelle spiegazioni che sono vere se uno semplicemente vuole che lo siano.
Non fa un favore migliore al pensiero critico la teoria dello squilibrato: definire privo di equilibrio un tale che spara su degli innocenti è come dire che uno piange perché è depresso: una tautologia che chiude un cerchio senza spiegare niente.
Volevo scriverci su un post, ma poi mi sono imbattuto in una cosa pubblicata, guardacaso, pochi giorni fa, dopo il pastrocchio dell’elezione del Presidente della Repubblica. Dice in sei righe qualcosa che mi accingevo ad esprimere, con meno chiarezza, in sessantasei.
Leggi “Chi ha prodotto Giorgio II? Tutti noi (ma proprio tutti)” sul blog di Sergio Manghi.
P.S.: ovviamente mi autodenuncio qui per tutte le volte che in quella forma di pensiero cado anch’io. In effetti è proprio facile.

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6 thoughts on “Via dal pensiero magico

  1. Massimo, forse sono duro di comprendonio, ma non capisco perché le parti del sistema – che hanno pesi e portano avanti interessi diversi e tra loro on conflitto – dovrebbero avere la stessa spinta ad autointerrogarsi.

    1. Mi permetto di inserirmi su questa domanda per dire la mia. Domanda sensata, perché infatti le varie “parti” non hanno affatto la stessa spinta a interrogarsi: la spinta è inversamente proporzionale alla misura in cui ci si sente “vincenti”. Lo sviluppo della conoscenza viene sempre da chi si sente “perdente” (non a caso gli intellettuali critici sono quasi sempre di sinistra). Poi chi si sente “perdente”, aggiungo, non è detto che tenda a interrogarsi “sistemicamente”, passaggio spiritualmente difficilissimo e doloroso, mai solo “intellettuale”. Per lo più, anzi, si sviluppa un pensiero del risentimento mascherato da bei sentimenti, che usa retoricamente il riferimento al “bene comune” per affermare la propria volontà di potenza come parte. Fu così nell’esperienza del PCUS, è così in Grillo… Albert Camus metteva giustamente in guardia (senza mai smettere di essere “di sinistra”) contro la retorica del bene generale. Per chiudere: io credo che nessuno potrebbe mai imporre agli altri di auto-interrogarsi, specie se si sentono vincenti (che è un sentimento inebriante, imbarbarente, sostitutivo dell’autoconsapevolezza). Possiamo solo sapere che se desideriamo operare “sistemicamente” ci tocca l’autocritica permanente, ovvero: saperci sempre non-vincenti. Si possono anche vincere singole battaglie, ma nella guerra generale siamo/saremo già tutti sconfitti (e per questo, chiamati “leopardianamemte”, ma è anche la lezione di un Edgar Morin, a essere “sistemicamente” solidali).

      1. Do il benvenuto a Sergio Manghi e lo ringrazio per essere passato di qui e per il suo intervento, che richiama a un’implicazione della domanda di Ranieri che io (nella risposta qui sotto) avevo lasciato inevasa: quella non soltanto della speranza che ciascuna parte ha di cambiare qualcosa, ma della motivazione (la “spinta”) a farlo.
        Molto importante la questione di come mai un “perdente” riesca a fare quel passo indietro che permette di avere una visione globale del sistema – e della sua posizione in esso; un altro invece scelga il risentimento e il conflitto rivendicativo (e, se non ha il piglio, si chiuda nella posizione passiva della vittima). Anche perché è una faccenda molto rilevante anche al livello di piccoli sistemi (gruppi, famiglie). Riguarda il fatto che spesso l’elemento più debole, marginale e danneggiato, se riesce ad accedere a quella posizione dalla quale guardare il sistema intero, può diventare l’agente non solo più convinto del cambiamento, ma quello con maggiori probabilità di successo (perché mai dovrebbero i vincenti correre il rischio di mettere in questione la propria prospettiva?).

      2. Grazie dell’interveto, molto interessante. Quelle che seguono sono alcune riflessioni in libertà, più che una “risposta”. Il richiamo al PCUS mi ha fatto venire a mente un episodio curioso: quando Lukacs si fece due mesi di carcere per “hegelismo”, perché “Storia e coscienza di classe”, per Stalin, avrebbe sdoganato la soggettività borghese mangiando terreno alla profezia comunista. Per sua fortuna – di Lukacs – il testo era già troppo noto in occidente e grazie alla fama estera riuscì a evitare una triste sorte – anche se una bella vita non l’ha mai fatta: la polizia irrompeva spesso in casa sua durante la notte. Quello stesso Lukacs, nei giorni di Bela Kun, fece mettere otto persone al muro e le fece fucilare. Insomma, in passato per determinarsi ci si giocava la vita; Grillo non si gioca nulla, anzi, per lui il dissenso è una macchina per far soldi – e poco importa se in buona fede. Tra “ieri” e “oggi”, inoltre, è cambiata radicalmente la percezione del valore della vita umana, che diventa intangibile e non sacrificabile, un valore praticamente assoluto, un tabù – almeno in Occidente. Non sono così ingenuo da voler evocare un momento storico percepito come unico passaggio catartico per dire bene di Lukacs e male di Grillo (cosa di cui non c’è il minimo bisogno, uno era un rivoluzionario e un genio del pensiero, l’altro un pagliaccio milionario), ma per introdurre nel dibattito – ammesso e non concesso che davvero non stia andando fuori rotta del tutto – che quella esperienza storica (il comunismo storico Novecentesco) e i dibattiti che l’hanno seguita, ci hanno insegnato che i modi di produzione – la loro evoluzione – influiscono in modo pesante, decisivo, sulla determinazione della personalità molto più di quanto credessimo (lentamente, mi scusi, arrivo al punto): in questo senso Camus, che lei cita, è un pensatore eccellente ma ripiegato sulla sofferenza del singolo, come potevano esserlo Adorno, Benjamin o Gunther Anders o la grande tradizione “moralista” del dopoguerra. Una vera riflessione sul contesto produttivo entro cui si svolge il pensiero è assente. E’ in questo senso che, a mio modo di vedere la cosa, il “condannarsi” al semplice auto-interrogarsi sia una sorta di ipnotizzante profezia che si auto-realizza. E mi viene in mente proprio un bel passaggio di Adorno: “la cultura, Giano bifronte, ha sempre sviluppato al contempo il potenziale della libertà e la realtà dell’oppressione”. E’ vero, ma rischia di rimanere quel tipo di verità vuota – direbbe Lukacs – perché non politica ma centrata sul soggetto. Althusser, che più scherzosamente avevo introdotto nel post sotto, introduce un (altro) elemento, a mio parere decisivo: butta via Hegel (che qui intendo come centralità del soggetto, scusate se sono grossolano) e tutto quel che ne segue, non senza averlo prima preso molto sul serio. Questo gli consente un altro passaggio: prendere il primo Marx (quello dei manoscritti) e buttare anche quello. Individua così una “rottura epistemologica” (Bachelard) nel Marx del Capitale, che svincola così dalle esperienze tragiche del Novecento. L’accento del discorso di sposta dal soggetto al processo. E questo consente di pensare, oltre nuove cornici epistemologiche, nuovi modi di produzione.
        Per dare un pò d’attualità a questo mio post, che suona ammuffito e datato (e forse lo è), vi segnalo alcune testimonianze di lavoratori cinesi, che in queste notti, nel buio delle città dormitorio, si ritrovano in silenzio in riunioni segrete ad ascoltare e studiare come organizzare lo sciopero, rivendicare il diritto a un orario diverso, dormono la notte nei cinema, occupano le autostrade, etc. Sembrano voci che saltano fuori dai libri di storia, racconti da lanificio britannico. Invece sono le voci di quelli che producono i nostri vestiti e i mac da cui ci scriviamo. Ecco, la percezione, vaga, di questa sorta di cortocircuito storico – voci fuori della storia che sono il soggetto al tempo stesso dominante – mi rimanda indietro l’idea che forse è troppo difficile, o non “tollerabile”, il fatto che la partita vera si stia giocando in una parte del mondo di cui sappiamo poco o nulla.

  2. Bella, Ranieri, questa è una delle questioni cruciali di alcuni decenni di pensiero sistemico batesoniano (che è appunto la cornice del blog di Manghi, e dunque dell’articolo che linko). Provo a dire qualcosa in due parole.
    La faccenda è che da un punto di vista che privilegia il sistema globale e non le parti individuali, il “peso” non è una caratteristica intrinseca di un soggetto ma è un prodotto di una interazione fra tutte le parti P. Questo in un certo senso rende tutti partecipi, con ruoli diversi, alla costruzione di quel che accade. Cioè: Berlusconi non ha meno potere di quello che lo vota e di me che non lo voto ma – inconsapevole della mia posizione nel sistema – partecipo all’interazione in un modo che contribuisce al gioco, o che non contribuisce a interromperlo.
    Ad ogni modo, come spiega l’autore, il suo post è una versione zippata di quest’altro, che consiglio, in cui propone la “conversione del pensiero critico in pensiero critico-autocritico”. Ciao!

  3. Intuisco appena la complessità del discorso, mi mancano le categorie, quindi non perder tempo a replicare, andrò fuori rotta. Prendo un quadro di riferimento più familiare e provo a sovrapporlo al tuo, vediamo che esce. Penso al gioco di interazioni che descrive Althusser: ogni potere (non soggetto, in una filosofia della storia dove la “storia è processo senza soggetto”) è una determinazione che si scontra con altre, in un gioco, anche lì, dinamico. Chi decide IN ULTIMA ISTANZA la direzione presa da questo gioco di determinazioni reciproche è una surdeterminazione, cioè la determinazione che in quel dato momento storico ha più peso (es: polvere da sparo, quando fu scoperta, o il capitale finanziario, di recente, surdeterminano tutto il resto dettando l’agenda politco-sociale-etc). Ma l’assunto di partenza è che il “gioco” che si va creando è tale in quanto interno a determinati modi di produzione (scusa lo sconfinamento nell’ortodossia), in cui i soggetti, gli individui, come detto prima, non esistono, ma sono strumenti di pressione escontro tra forze IMPERSONALI, le classi. Da un punto di vista materialista, insomma, ci sarebbe da farsi la domanda poco onorevole: chi lo paga a quello che privilegia il sistema globale, pur rimandenone dentro? Temo con questo post di non aver risolto decenni di dibattito (che poi avranno i loro punti scoperti in tutti gli altri campi), ma solo i cinque minuti che mi separano dalla ceba, che vuoi, si fa per partecipare. Ciao!!!

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