“A L’Aquila Galileo sarebbe stato con l’accusa”

 alt=Del processo dell’Aquila alla Commissione Grandi Rischi avevo scritto all’indomani della sentenza; di Ranieri Salvadorini vi ho parlato l’altro ieri, a proposito del suo articolo su Mente & Cervello a proposito delle conseguenze psicologiche del terremoto, della disgregazione del territorio e della diaspora.
Così oggi vi segnalo da Repubblica.it questa intervista di Ranieri ad Antonello Ciccozzi, antropologo dell’Università dell’Aquila e consulente del magistrati in quel processo. Di Ciccozzi esce a giorni per Deriveapprodi “Parola di scienza. Il terremoto de L’Aquila e la Commissione Grandi Rischi: un’analisi antropologica”.
ciccozziL’intervista è uscita oggi col titolo “L’Aquila, quegli scienziati condannati: anche l’antopologia culturale dietro la sentenza”.
Una bella intervista, chiarificatrice, dalla quale si comprende anche il senso di chiedere il punto di vista dell’antropologo: uno dei rari momenti in cui gli aspetti culturali, psicologici, sociali, sono stati evocati nella comprensione di quel che successe quattro anni fa (no: di quel che succede da quattro anni) nel capoluogo abruzzese.
Un estratto:

Quindi non si è trattato, come è stato detto, di un “nuovo processo a Galileo”?
“Sono certo che Galileo sarebbe stato dalla parte dell’accusa, ossia contro la pretesa infallibilità di un establishment di sapienti. A voler stare al gioco di certe evocazioni suggestive mi sposterei dalla storia al mito, e chiamerei in causa Davide e Golia: si è trattato di uno scontro tra giovani esordienti di provincia e vecchi giganti al centro del potere, un evento eccezionale in cui lo Stato processa se stesso. E questo non è un atto di barbarie ma un esempio di civiltà, non qualcosa di medievale, come hanno detto vari commentatori stranieri, ma un esempio di pratica democratica”.

E Nature, la rivista di settore più prestigiosa del mondo, che rappresentava un’Italia medievale, ma ora sembra fare un passo indietro, che cosa segnala?
“È significativo che Nature abbia ammesso di aver frainteso la condanna e in un recente editoriale abbia cambiato opinione. È l’unico atteggiamento scientificamente ammissibile: riconoscere gli errori”.

Allora come mai si continua a parlare di “processo alla scienza”?
“Alcuni opinionisti infervorati, anche autorevoli, dopo aver attaccato la sentenza sono spariti dalla circolazione non appena le motivazioni sono state pubblicate. Tuttavia in molti ambiti della comunità scientifica permane questa “resistenza” ad abbandonare una narrazione fraudolenta degli eventi: molti seguitano a dire che la Commissione è stata condannata per non aver previsto il terremoto, che poi vuol dire rappresentare socialmente il processo partendo da una falsa premessa”.

Leggi tutta l’intervista su Repubblica.it.

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