Su “Mente & Cervello” di aprile: “Il terremoto nell’anima”

Ranieri Salvadorini è un giornalista che ho conosciuto di recente. Scrive per quotidiani e per pubblicazioni scientifiche, e da tempo si interessava a L’Aquila e alle conseguenze a lungo termine del trauma. Non solo quello seguito alla distruzione fisica della città: Ranieri aveva la fissa di capire qualcosa di più su quello che ha chiamato “il trauma mediatico”.
Ci siamo conosciuti perché sapeva del mio “Il primo terremoto di Internet” (per la precisione, ci ha presentati lei) e ci siamo scritti e telefonati per un po’. Aveva un gran desiderio di capire, abbiamo parlato a lungo di cose che avevo detto quaqua e altrove. Ne sapeva parecchio già prima che cominciassimo a parlarne, aveva un’idea della distanza fra le macerie e le versioni ufficiali e aveva una comprensione delle conseguenze della gestione dell’immediato post sisma molto più lucida della maggior parte dei suoi colleghi.
Poi è partito, si è preso una stanza d’albergo ed è stato parecchi giorni a L’Aquila. Ha conosciuto gente, ha parlato con psicologi, ha ricostruito storie, si è fatto raccontare cose mai raccontate. Ha ascoltato partecipe e coinvolto: ricordo i suoi messaggi durante il viaggio e ricordo la commozione e l’eccitazione con cui ascoltava e scopriva risvolti che doveva raccontare.
Ha preparato un lungo articolo che esce oggi sul n. 100 di “Mente & Cervello”, anticipato l’altro ieri da questo pezzo di Repubblica.
Il direttore Marco Cattaneo ci ha scritto su l’editoriale del numero. Lo trovate qui, col titolo “L’identità perduta dei cittadini dell’Aquila”. Dice fra l’altro:

Come racconta Ranieri Salvadorini nel servizio di copertina di questo numero, alle ferite lasciate dal terremoto si sono aggiunte quelle di un’eccessiva «militarizzazione» degli interventi di soccorso, che hanno sommato sofferenza a sofferenza, trauma a trauma. Così i dati epidemiologici rivelano che il disturbo post-traumatico da stress colpisce il 10-12 per cento della popolazione aquilana. (…) Il trasferimento ha prodotto la sofferenza psicologica di un’intera popolazione. Perché la geografia della nostra quotidianità è un pilastro della nostra personalità; dà sicurezza, offre protezione.
Per questo ricostruire L’Aquila doveva essere un imperativo categorico. Perché i suoi cittadini non si sentissero feriti due volte.

Leggi tutto l’editoriale sul sito di Mente & Cervello.

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