“I limiti quantitativi della coscienza”

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Basta riflettere solo per un po’ sul problema, per convincersi che non si può in alcun modo concepire un sistema totalmente cosciente.
S’immagini che sullo schermo della coscienza vi siano resoconti provenienti da numerose parti dell’intera mente, e s’immagini di aggiungere alla coscienza i resoconti necessari a riferire su ciò di cui, a un dato stadio di evoluzione, non si hanno ancora informazioni. Quest’aggiunta comporterà un grandissimo aumento della struttura circuitale del cervello, ma non darà lo stesso un’informazione completa. Il passo successivo consisterà nel riferire sui processi e sugli eventi che hanno luogo nella struttura circuitale or ora aggiunta. E così via. Il problema è evidentemente insolubile, e ogni passo successivo nel cammino verso la coscienza totale implicherà un grande aumento dei circuiti necessari. Ne segue che tutti gli organismi devono accontentarsi di una coscienza piuttosto scarsa, e che se la coscienza esplica qualche funzione utile (il che non è mai stato dimostrato, ma è probabilmente vero), allora è d’importanza fondamentale economizzare la coscienza. Nessun organismo può permettersi di esser cosciente di faccende che può sbrigare a livelli inconsci. Questa è l’economia apportata dalla formazione delle abitudini.

(Gregory Bateson, “I limiti quantitativi della coscienza”, da “Stile, grazia e informazione nell’arte primitiva”, 1967, in “Verso un’ecologia della mente”, Adelphi 1972)

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5 thoughts on ““I limiti quantitativi della coscienza”

  1. Se uno impara a usare i simboli naturali, può dirlo in modo più semplice.
    L’ombra del nostro corpo somiglia al corpo ma non lo è. E serve una luce che investa il corpo per proiettarne l’ombra. A sua volta il corpo esprime il soggetto ma non lo è.
    L’ombra è l’Io, il corpo è la vitalità, la luce è il Sè. Per capire l’essenziale, della neurologia neuroscienze comprese se ne può fare a meno.

  2. Massimo, tu sai per esperienza diretta che “Stile, grazia e informazione” è uno dei saggi di Bateson che amo di più. Con ciò secondo me non è esente da errori, a mio modo di vedere anche gravi. Cercherò di sintetizzare ciò che penso. Tutti gli Autori cui implicitamente mi riferisco (e ce n’è un po’, per cui non sto a enumerarli) spero perdonino il mio azzardo nel far uso del loro pensiero. Sono sicuro che anche Bateson non si offenderà per le obiezioni.

    “Basta riflettere solo per un po’ sul problema, per convincersi che non si può in alcun modo concepire un sistema totalmente cosciente.”

    Innanzitutto la coscienza non è un problema, in quanto non è qualcosa di oggettivabile e trattabile come esterno al soggetto che la studia. E’ una condizione in cui siamo immersi, quindi un mistero. Se la si tratta come un problema, si sbaglia fin dal primo passaggio. Poi ci sono equivoci derivanti dall’attribuzione della categoria della totalità alla coscienza. Se il sistema è la coscienza (o viceversa: se la coscienza è il sistema) esso è cosciente di sé. Questa è la trascendenza, (dimensione che a B. sfugge) e la trascendenza apre all’infinito, non alla totalità. La totalità (qui B. ha ragione) è una pericolosa illusione. La coscienza può essere definita come un sistema infinito e cosciente di sé. E’ fuorviante però pensare a questa coscienza di sé i come a qualcosa di strettamente individuale e come a qualcosa di “passivamente” rappresentativo. Il modo in cui la coscienza, in quanto sistema infinito, riflette su se stessa, è attivo, è creativo. Come un artista si autorappresenta creando (facendo) un’opera d’arte, così agisce la coscienza in quanto sistema infinito. Agisce togliendo, come fa lo scultore con la pietra o il pittore suddividendo la luce, o il compositore “forzando” i suoni in pause, intervalli e forme musicali.

    “S’immagini che sullo schermo della coscienza”

    Questo schermo ha che vedere con la coscienza individuale, non con la coscienza in quanto sistema infinito, o tutt’al più con porzioni di quest’ultimo. La metafora dello schermo però è ben trovata. Su uno schermo si proietta una illusoria diminuzione della realtà, affascinante quanto può esserlo un bel film (e se qualcuno vede un film, vuol dire che qualcuno lo ha fatto) che ci commuove, ci fa pensare, ci lascia col fiato sospeso. Anche guardando il film ci autorappresentiamo e questo ci predispone a diverse possibilità di azione. La diminuzione dunque non può essere intesa in termini neoplatonici, in quanto si risolve in un aumento di realtà (prima c’era un blocco di pietra, poi c’è la “Pietà” di Michelangelo). C’è aumento di significato perché la coscienza riflessa è essa stessa significato (io ho sempre pensato che la teoria del doppio vincolo nasconda più profondità di quanto si pensi di solito). Azzardando si potrebbe dire che la coscienza è infinita mentre l’auto coscienza si espande, un po’ come fa l’universo secondo gli astrofisici.

    “Quest’aggiunta comporterà un grandissimo aumento della struttura circuitale del cervello, ma non darà lo stesso un’informazione completa.”

    Non confondiamo coscienza e cervello, tanto più che il cervello è un oggetto, la coscienza no. Il cervello fa molto bene il suo lavoro di diminuzione e restringimento della coscienza, finalizzandola all’azione che non è una cosa banale sia per i motivi detti sopra, e poi perché tutt’uno con l’azione è il problema della responsabilità. Dove è negletto il mondo dell’azione, in qualche modo è negletto anche quello della trascendenza e la responsabilità è ridotta a qualcosa di totalmente relativistico e autoreferenziale, anziché riferirsi al legame tra singole azioni particolari e valori universali. E’ interessante notare che qualora siano posti in situazioni di estrema difficoltà sia sul piano materiale che psicologico ed etico, gli esseri umani diventano capaci di trascendere le singole rappresentazioni e narrazioni valoriali (sistemi di credenze, ideologie, tradizioni, fedi) e di agire in base alla loro comune umanità.

    “allora è d’importanza fondamentale economizzare la coscienza.”

    Mica la coscienza è una grandezza finita che possa essere economizzata o sprecata. Io piuttosto direi che è di fondamentale importanza focalizzare bene l’attenzione, il che richiede un lavoro faticoso proprio al cervello. Però, attraverso la disciplina, si può imparare a farlo faticando di meno.

    “Nessun organismo può permettersi di esser cosciente di faccende che può sbrigare a livelli inconsci. Questa è l’economia apportata dalla formazione delle abitudini.”

    Il che significa che siamo più intelligenti quando stiamo soffrendo per imparare rispetto a quando siamo contenti e premiati avendo stabilito una abitudine, per quanto corretta essa possa essere.

    Infatti studiare è un lavoro, mica un gioco.

  3. @ Valter, abbastanza d’accordo.
    Come la versione pieroangelizzata della teoria dei neuroni specchio che per tanti psicologi è diventata la prova scientifica che “l’empatia esiste”. Molti che di empatia parlavano – e ci lavoravano – da sempre, si sentivano scientificamente legittimati. Nessuno che dicesse: “beh, io lo sapevo da mò”.
    E chissà che direbbe Gregory Bateson, che di quel che pensava sulla non autosufficienza del pensiero scientifico non ha mai fatto mistero.
    @beinetter, grazie.
    Conosco, sì, il tuo amore antico per Bateson e le critiche che nel tempo gli hai mosso.
    Se ho capito il tuo discorso, però, mi pare integrare quel che dice in “Stile, grazia e informazione”, nel senso che le definizioni di “coscienza” che tu offri mi paiono complementari a quello di cui parla.
    Mi è venuto in mente quel passaggio sulla coscienza a proposito del dibattito sull’uso dello streaming nei confronti politici e istituzionali di questi giorni: il mito dell’ipertrasparenza. Mi pareva che tutto questo flusso di informazioni si mangiasse tutto. Se il senso di quello che fai è rendere trasparente quello che fai, e metacomunicare su quello che fai eccetera, succede che la comunicazione si sbilanci sul “meta” (e infatti mentre trasmettono in streaming e caricano video su Youtube, pare che dei disegni di legge presentati finora, nemmeno uno sia del M5S).
    Ma, per non buttarla sempre in politica, diciamo che tutto questo è solo un esempio della nostra vita iperconnessa. E non solo. Già che ci sei tu, dico che per esempio nella questione “in psicoterapia bisognerebbe dire tutto quello che si pensa?”, fra le posizioni “bisognerebbe” e “non bisognerebbe”, la mia è sempre stata “siamo sicuri che sia possibile dire tutto quello che si pensa?”. Cioè, l’unica conseguenza possibile del “dire tutto” è il sovraccarico di informazioni con conseguente paralisi.
    Se penso che quel che dice Bateson non è per forza in contraddizione con quello che dici tu è perché qua Bateson parla dell’inconscio e della convinzione tutta occidentale che quel che è consapevole, la vita psichica cosciente, la ragione conscia, vantino una superiorità rispetto all’inconscio. Parla dell’intento freudiano per cui “dov’è l’Es, lì sarà l’Io”, e lo contesta perché invece lui ritiene la vita conscia quasi un’ombra di processi ben più ampi.
    Che ne dici?

  4. Mettiamola così: è giusto e utile dire tutto ciò di cui si è consapevoli all’interno di una relazione, sia essa nel contesto della cura, del lavoro, dell’amicizia, dell’amore, della famiglia, della politica, del commercio? Io penso che la responsabilità si eserciti anche nel decidere che cosa dire, e quando, e che cosa tacere per il bene della relazione, di sé e degli altri. “Dirsi tutto” è un mito che può avere conseguenze devastanti, come tutte le posizioni totalitarie.
    In quanto ai parlamenti, la parola stessa li denota come luoghi in cui si parla. Credo che però il parlare che si agisce in quei luoghi dovrebbe avere un valore di preparazione, di retta predisposizione dell’azione di governo. Ho postato su facebook qualche giorno fa una frase di Dietrich Bonhoeffer che dice: “l’azione non scaturisce dalle parole, ma dall’essere pronti alla responsabilità”. Io la intendo in questo senso: se non si è pronti alla responsabilità, le parole diventano fini a se stesse, istigazioni a mentire, vano chiacchiericcio, sterile confusione che alimenta affetti negativi. A questo punto le domande sono: che cosa vuol dire essere pronti? E che cosa è la responsabilità? Mi piace pensare a tutto ciò in una chiave sia di coscienza che di relazione, perché non mi sembrano separabili i due aspetti. Se rispondo, rispondo a qualcuno. Mi sono preparato a rispondere? E questo è un esercizio di coscienza, dove entrano in gioco le idee, gli affetti e i valori. Dall’ordine in cui sono disposti questi scaturiscono anche le parole e i silenzi giusti. Buona Pasqua!

  5. Mi sono accorto che ho dimenticato un pezzettino, però visto che non è secondario lo aggiungo qui. Se intendo rispondere a qualcuno, come faccio a rispondere in modo sensato se non mi esercito attivamente a vedere, sentire, ascoltare l’altro a cui dovrei o vorrei rispondere? Questo mi sa che vale per tutti gli ambiti di relazione…

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