L’odio digitale

roberto-calasso_352-288-300x245Ho colto una parte dell’intervento di Roberto Calasso nella puntata di sabato sera di Chetempochefa. Calasso, presidente e direttore editoriale di Adelphi, e scrittore, era in trasmissione per parlare di “L’impronta dell’editore”, libro che ha a che fare con l’imminente cinquantesimo compleanno della storica casa editrice. Alla quale non potrei essere più grato: dal tavolo dove vi scrivo, se lancio un’occhiata alla mia libreria riconosco al volo le coste inconfondibili di tre o quattro libri di Gregory Bateson, di uno di Antonio Damasio e di qualche Simenon. Per dire i primi.
Così ho alzato il volume e ho interrotto quello che stavo facendo. Calasso ha raccontato la storia di come Adelphi, “corpo estraneo” in un panorama dominato dalle culture laica, cattolica e marxista, si sia dedicata a quella “vasta parte dell’essenziale” che dalle tre culture restava fuori.
A un certo punto, stimolato da una domanda sull’editoria digitale, ha ammesso che sul fenomeno della rete – “sommovimento enorme” – è ancora presto per dare una valutazione. E dopo questa prudenziale premessa è partito con una serie di meno prudenziali stroncature, prendendo spunto da una cazzata che avrebbe scritto sul N.Y.T. un non meglio identificato “guru di Wired”, il quale avrebbe espresso soddisfazione per il fatto che con l’e-book un libro non possa più essere riconosciuto dalla copertina. Concetto non così immediato (soddisfazione perché?) dietro al quale pure intuisco temi da sviluppare: ma non so dire con certezza se la semplificazione sia da attribuire all’autore dell’affermazione o a Calasso che l’ha riportata. E diceva, il presidente di Adelphi, di essere per nulla turbato da quell’affermazione, dato che a suo parere (suo di Calasso) libro e digitale sono per natura incompatibili, avversari, nemici; da parte della rete c’è nientedimeno che un “profondo odio” per il libro. La rete è “la conoscenza come protesi”, “occupazione della mente con uno sciame di bit digitali”, mentre il libro presiede a una “conoscenza metamorfica”, che trasforma il soggetto che conosce. Anche volendo riconoscere questa distinzione, perché essa debba generare un odio così profondo (una distaccata disistima non sarebbe più che sufficiente? Buongiorno e buonasera?) non l’ha spiegato.
improntaAd ogni modo, ha chiuso l’argomento con una considerazione nella quale credo che molti di noi riconoscano una gran parte di verità: se si rompe il telefonino o qualche altro dispositivo elettronico, sperimentiamo un vero e proprio panico. È per via del fatto, ha spiegato Calasso, che quello ormai costituisce una nostra protesi, alla quale avremmo delegato l’attività del pensiero.
Ho ripensato a quando mi è capitato di avere il computer rotto o, peggio, di aver smarrito lo smartphone, recuperato qualche giorno dopo. Mi sono domandato in quale altra occasione abbia sperimentato uno smarrimento simile. E mi è venuto in mente che quando ho cambiato città – tanti anni fa, ben prima del mio primo cellulare da due etti e mezzo – ho vissuto parecchie settimane nell’attesa di andare a riprendermi gli scatoloni sigillati che contenevano i miei dischi – vinili allora, analogicissimi – e i miei libri. Gli uni e gli altri erano irraggiungibili, e il mio vissuto era molto vicino a un senso di mancanza e di incompletezza. Più grave ancora della perdita del telefonino, perché per attingere alle protesi digitali della mia memoria potevo ricorrere momentaneamente al cellulare di mia moglie o al computer di un collega; libri e vinili, invece, erano situati in un altrove materiale e inaccessibile. Non so se la metafora calassiana della protesi renda l’idea: so che solo una volta recuperati quegli scatoloni, una volta aperti e una volta disposto il loro contenuto negli scaffali appena montati, ho pensato che quella che ospitava gli scaffali era casa mia. Non arrivo a dire che il ricongiungimento con quegli scatoloni mi abbia fatto sentire “ricomposto”, tutto insieme, ma insomma tutta quella roba non potevo portarmela nella testa. Non poter ascoltare il disco che cercavo, non poter consultare il libro che mi occorreva, mi faceva sentire – come posso dire: amputato? È un po’ troppo: certo privo di qualcosa che se non era una parte di me, era in un’area di confine fra me e il resto.
Ecco. Non avendo le idee molto chiare sull’odio digitale, la cosa più attendibile che posso raccontare è quel che è successo a me. E se questo non entra bene nel mondo spaccato in due parti – che si odiano irriducibilmente – nel quale vivono Calasso e qualcun altro, non so che dire.
P.S.: toh! Adelphi ha un catalogo di e-book! Bello, anche.

[la foto di Roberto Calasso viene da qui]

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25 thoughts on “L’odio digitale

  1. ti dirò, in diversi momenti della mia vita recente ho vissuto delle autentiche rivolte degli oggetti, telefonini scomparsi o morti, computer impazziti e hard disk da recuperare nei momenti meno adatti di periodi di lavoro da urlo. In qualche modo questi momenti non arrivavano mai a caso, e alla lunga ho imparato a non arrivare mai al punto in cui uno di questi incidenti rischiava di impallare definitivamente il mio lavoro o la mia vita. per cui, se perdo il telefonino, va bene così. Mi manderanno un corriere se sono proprio indispensabile.

  2. all’ennesimo trasloco ho deciso che ci sono libri e libri: quelli amati, importanti, da conservare per poter rileggere in una notte insonne o sfogliare in un momento di sconforto, e quelli che prendi per curiosità e che una volta letti sono solo peso superfluo.
    se avessi conservato tutto, a questo punto sarei oltre i diecimila. e, probabilmente, stroncata dalla fatica e dall’asma allergico. ho imparato a sfoltire, e stiamo, tra me e la figlia, sui duemilacinquecento/tremila. personalmente compro in ebook quasi tutto, con l’opzione di procurarmi in un secondo momento anche il cartaceo se ne dovesse valere la pena.
    e mi pare vada bene così.

  3. Non so fino a che punto “noi” facciamo testo su questo argomento, Massimo.
    “Noi” siamo migranti, venuti da un’ adolescenza in cui la Rete non c’ era.
    Migranti consapevoli, pionieri, quello che vuoi, ma insomma ci siamo formati sui libri.
    Di sicuro la Rete sta cambiando il modo di pensare, così come a suo tempo l’ ha cambiato la scrittura. La soglia di attenzione si abbassa, l’ orizzonte visivo si allarga, si procede più in parallelo che in serie, cose così. Difficile dire cosa verrà fuori.
    Se osservo gli adolescenti di oggi ed il rapporto a dir poco difficile che hanno con i libri, capisco anche la reazione di Calasso.

  4. Prova a scrivergli Max. Lo inviti a PV. Non so, qualcosa per cui tu possa proporgli il tuo libro come un’ipotesi alternativa di funzione del digitale e con essa tutta la faccenda limite del terremoto. Non polemico, come occasione di riflessione.

  5. Ciao Max ho letto il tuo bel commento all’intervista di ieri a Calasso. Un editore a cui siamo grati per i tanti autori che ci ha aiutato a conoscere. Tra le cose dette ieri a introduzione del suo ultimo libro ne condivido alcune, che vado suggerendo da tempo anch’io nel mio piccolo. Dello psichismo tecnologico fenomeno nuovo dell’umanità, condivido l’idea di possibilità di pericolo dato dalla ‘”onnipotenza conoscitiva” effetto non secondario della connessione ad internet e allo sfogliare google e i vari motori di ricerca. Secondo l’autore-editore questa finta presunta conoscenza fondata su internet mette in pericolo. E’ vero chi gli può dar torto. Abbiamo amici su FB che non abbiamo mai incontrato ci basta una ricerca sulla rete per informarci su un argomento: eppure la conoscenza e l’amicizia sono altra cosa. Oggi questa idea di libertà di internet forse ci libererà anche dai tanti politici corrotti e fannulloni ma non si sa se avremo governi capaci di risolvere questioni essenziali per tutti noi. Quello che non condivido con Calasso è l’idea che questo equivoco esista solo con internet. Insomma così come è vero che una scemenza non verificata alla fonte con internet si diffonde a livello planetario E così come internet o la televisione può rendere famose notizie e persone che non lo meriterebbero affatto, allo stesso modo questo accade anche per un libro del cavolo di un autore insulso (basti pensare ai tanti brutti libri che non legge nessuno). Cioè io contrariamente a quanto affermato da Calasso non credo che solo un libro ti trasformi veramente e non ritengo che le protesi tecnologiche diano solo falsa conoscenza. Hai ragione, Questo è un vecchio motivo anacronistico di mettere gli uni contro gli altri. Penso invece che la tesi più verosimile sia sostenuta nell’altra sua opera -l’impuro folle- ove si evince che la follia come la conoscenza non si compie solo grazie alle forme ma anche ai contenuti. Buona domenica

  6. Allora, provo a mettere i pensieri e le risposte tutti in un commento unico. Vediamo.
    Due sono i punti deboli che trovo nell’intervento di Calasso:
    1) la contrapposizione fra digitale e analogico al punto di vedere addirittura l'”odio” di uno verso l’altro;
    2) la questione della “protesi della mente” che presuppone che la mente sia qualcosa che è racchiusa entro certi confini che solo il digitale ha abbattuto.
    Sulla prima non so più che dire. Scarico mp3 (legali, eh) e compro dischi di vinile; compro libri di carta (li scrivo anche, se posso dire) e scarico e-book; guardo la tv ma continuo ad andare al cinema, tanto per evocare un’altra delle tante guerre che qualcuno ha voluto vedere a tutti i costi nell’evoluzione dei modi di fruizione del sapere. Come dice Enzo (@endb) qua su: sono due cose diverse. E già! E che senso ha, se sono diverse, fare a tutti i costi paragoni e inventarsi odii e nemici?
    La tentazione di spaccare il mondo in due parti per poi lamentare che è diviso in due parti è antica e pervasiva. Colpisce che l’attacco venga da lui, non soltanto perché Adelphi ha un nutrito catalogo digitale, ma anche perché tutto si può dire di Aldelphi tranne che i suoi libri si distinguano dalla copertina! Che anzi, connota come un tutt’uno l’intera produzione dell’editrice, ma certo quando hai in mano uno dei suoi libri, per sapere cos’è devi andare a leggere il titolo. E per fartene un’idea devi guardare dentro.
    @ Giorgina, ci sto pensando: certo, se si sente così odiato, non so se abbia piacere.
    Sulla seconda questione: l’idea apocalittica che il digitale abbia abbattuto qualche delicato confine del sé che fino a ieri godeva di integrità e continuità, è ingenua quanto l’eccitazione degli entusiasti della “rivoluzione” del web e fa il paio con quella. Da sempre le biblioteche sono una appendice del nostro pensiero, un “disco esterno” nel quale conserviamo più memoria di quanta non riusciremmo altrimenti. I libri quello sono, la stampa, la fonoriproduzione magnetica quello è.
    @Melogrande, è qui che non vedo la discontinuità radicale che vogliono vedere alcuni, e da sempre non sono un entusiasta della teoria dei “nativi digitali”. Non è che noi pre-Internet non abbiamo, non avessimo, le nostre protesi mentali. Non è vero nemmeno che la nostra mente era così angustamente racchiusa dentro lo spazio del cranio. Da sempre i nostri libri, ma tutti gli oggetti importanti della nostra vita (chi più dentro chi un po’ meno, come fa capire @Gea), stanno un po’ dentro i confini di quello che siamo.
    Per non dire della questione, non poco importante, che dice @Mammamsterdam: che nelle protesi odierne c’è la nostra scrivania, anch’essa protesi fisica della nostra mente. E vorrei vedere Calasso quando perde la rubrica telefonica (di carta).

  7. Caro MassimoMaxGiuliani, voglio dirti in premessa che la tua presenza sul web è motivo di conforto per me che tendo all’insofferenza nei confronti delle banalità.
    Il tuo articolo sull’intervista a Calasso mi stimola molto ma sarò sintetico nonostante l’acquolina in bocca (per un antropologo questi temi sono un invito a nozze) e nonostante le questioni siano davvero tante (soprattutto dopo alcuni commenti al tuo articolo).
    Io lo definisco “il vecchio problema del nuovo” e mi riferisco alle resistenze ai cambiamenti strutturali. Qui bisogna dire che siamo in presenza di un cambiamento che rientra nella categoria “il del tutto nuovo” e dunque resistenze e fantasmi a mille. Anche da parte – e questo crea scandalo – delle persone “di cultura”. Che pur essendo istruite (pur essendo presidenti e direttori di una importantissima casa editrice) spesso non sanno cosa sia la conoscenza e credono che sia un dato qualitativo, un processo universale a-storico e a-sociale, che ce ne sia una buona e tante cattive.
    Io non ho dubbi: i nativi digitali sono fortunatissimi. Guardo mio figlio di 8 anni smanettare sulla tastiera del PC (per cercare su internet informazioni per i compiti o giochi per imparare l’inglese o semplicemente cartoons) e penso che io ho fatto due anni di dattilografia su una Olivetti Lettera. A chi mi risponde che internet crea dipendenza rispondo che io da bambino avevo la scimmia dei giornaletti.
    Libro o e-book? È un falso problema: ciò che conta sta dentro e sono le parole.
    A tutti quelli affetti dalla sindrome del “mito del buon selvaggio” rispondo che il digitale, complessivamente, sta migliorando il mondo. Ma ciò detto, ognuno faccia come gli pare.

  8. Ma, sai, gli interlocutori possono anche essere distanti come direzione, ma vicini come tematiche. Io dicevo per approfittarne per il tuo libro. Insomma tu puoi essere un interlocutore che ha una chiave diversa e se proprio vogliamo anche appetibile per loro, se superi la scorza.

  9. Caro Felice, troppo buono. Grazie di visitarmi e di apprezzare.
    Il tuo passaggio qui mi fa pensare che Adelphi ci fece conoscere Gregory Bateson (questo è lo scandalo 😀 ), che cambiò la prospettiva di molti di noi (credo sia stato importante anche per te) con quello scritto formidabile che è “Forma, sostanza e differenza”. Dove, a un certo punto, per spiegare cosa intenda quando parla di quell’unità che chiama “sistema mentale”, dice: “Supponiamo che io sia cieco e che usi un bastone e vada tentoni. In quale punto comincio io? Il mio sistema mentale finisce all’impugnatura del bastone? O finisce con la mia epidermide? Comincia a metà del bastone? O alla punta del bastone? Tutte queste sono domande senza senso.” E quanto poco senso ha, oggi particolarmente, parlare di “protesi” storcendo il naso, a proposito degli strumenti che proiettano ancora più in là i confini del nostro “sistema mentale”? E sì, se guardiamo alla potenza con cui li proietta è “del tutto nuovo”: ma che finora il nostro sistema mentale se ne fosse stato zitto e buono al di qua della nostra epidermide, è una leggenda che circola fra quanti vogliono trovare a tutti i costi qualche genere di apocalisse.
    Detto questo, di recente con Giorgina che scrive subito dopo, si ragionava – a proposito di un altro apocalittico illustre – su come in questi allarmi si veda il reale sgomento dell’intellettuale cresciuto in un certo clima, che riconosce poco del mondo che vede intorno. Credo che queste reazioni si collochino su un continuum che va dalla protezione della propria nicchia ecologico-commerciale a un disagio vero.
    Giorgina, vediamo. Dubito che Calasso sia interessato a un libro come il mio, e non vorrei mai che la prendesse come un tentativo di strappargli un contratto 😀 L’idea di cercare di parlare con lui sull’argomento è stuzzicante, magari proprio a partire da Bateson. D’altra parte questo blog è pubblico ed altri che si sono sentiti chiamati in causa sono intervenuti per ribattere. Ci penso.

  10. Se non mi fossi incuriosito all’”odio digitale” di Roberto Calasso non avrei scoperto la ricchezza di questo blog.
    La frammentarietà delle informazioni sul web – a volte a scapito della conoscenza – sembra dare ragione a Calasso. Io stesso so di essere compulsivo nelle mia vita digitale e sono smartphone dipendente. Il computer è si una protesi, è una bicicletta per la mente come l’ha definito Steve Jobs. Altre protesi? Auto, occhiali, forchetta, scarpe, ruota, fuoco e… libro. E sulla conoscenza metamorfica, penso per esempio alla Bibbia, la può dare solo la carta? Possibile? Non il web? E la parola? La radio? Uomini e profeti?
    Possibile che un po’ della “vasta parte dell’essenziale” non possa passare da altre protesi che non la carta stampata?
    P.S.: di megael.it curo la gestione, non i contenuti ma mi permetto comunque di proporlo.

  11. Scusate, fatemi salutare prima di tutto Melogrande (che ho perso per strada qualche anno fa). Ciao!
    Massimo, stai spopolando, c’è aria di community qua. : – )
    Quella di Calasso, da come ce la descrivi, pare una metafisica del virtuale. Sicuramente attribuire un sentimento a un sistema di connessioni tra persone non è un lampo di genio. Che ci siano delle incompatibilità, invece, non tanto tra libro e digitale, quanto a mio parere tra “testo narrativo com’è stato fruito finora” e digitale, è un’ovvietà. Nel senso in cui la fruizione attraverso dispositivi digitali cambia non solo la percezione del lettore, ma se si diffonderà capillarmente (io ne dubito) cambierà anche qualche cosa nel modo di scrivere, nei codici e nelle sottigliezze che fanno il rapporto lettore-scrittore. Prova a immaginare un libro come Canti del caos di Moresco fruito attraverso un dispositivo digitale. Lì, nel libro (“qui dentro”, dice Moresco) la fisicità dell’oggetto libro è anche oggetto narrativo (i capitoli sulle fasi di produzione del libro…) eccetera eccetera. Ho fatto un esempio lampante, ma le sfumature in questo senso sono tantissime… E molte non riguardano il contenuto ma i codici.
    Neanche a farlo apposta… Nel suo blog si discuteva con Mozzi (nella coda dei commenti a questo articolo) di questioni similari. C’era in ballo un titolo che secondo lui funziona bene in un blog, in internet. Secondo me invece no, perché il modo in cui leggiamo un testo letterario è ancora imperniato sul libro e il modello è quello della fruizione da cartaceo.
    And so on…
    Ciao

  12. @ Marco, sì. Se decido che una conoscenza è metamorfica e un’altra non lo è, è così e basta. D’altra parte, se non chiarisco in che modo si riconosca una conoscenza metamorfica e come si misura quanto lo sia, posso decidere cosa lo è, cosa non lo è e cosa non lo è abbastanza. E’ una vecchia storia 🙂
    @ Daniele, sì, qua è una nicchia ma ci passa gente interessante e varia e io sono molto grato a tutti quelli che ci mettono piede 😉
    Non avevo ancora letto il post di Giulio Mozzi e il dibattito che ne è seguito. Mi fai ricordare che lo stesso Giulio oggi, su Facebook, osservava che la scelta dell’adozione dei libri digitali a scuola è ridotta a questioni di prezzo, peso e portatilità. Nessuno che si interroghi sul perché, per l’apprendimento di ciascuna materia, può essere più indicato un formato o un altro.
    Cioè, il dibattito si arena sul digitale buono e il digitale cattivo: poco spazio per le sfumature e per comprendere la differenza fra le due esperienze. Che mi pare la questione su cui, giustamente, ti soffermi anche tu. Ciao!

  13. Il bello è che un signor nessuno (tale Massimo Giuliani) si permette di fare dell’ironia idiota su un gigante della cultura quale Calasso.

  14. Dopo l’invenzione della stampa a caratteri mobili ci vollero quasi cinquant’anni prima che si iniziasse a capire come sfruttare la nuova tecnologia. In quel mezzo secolo si generarono gli “incunaboli”, strani inciuci tra manoscritto e stampato. Ecco, Calasso (e io, che non ho E-reeder ma a volte neanche matite appuntite) siamo incunaboli 0.2. Ma io punto i miei due cents sulla Nuvola, ‘in cui convergono non solo le parti del nostro io a ricostruire l’unità, ma anche quelle degli altri io riunificati’. Ci andremo presto e felicemente tutti quanti sulla Cloud, credo..(Virgolettato da “Steve Jobs e Plotino. La Nuvola e il ritorno all’uno” di F. Antinucci: voilà l’anti-Galasso.:-). Poi mavalà, sarà mica sincero quest’odio per qualcosa che non può far finta di non conoscere. E’ solo necessità di vendere un libro che, da quel che so, in Europai tra non molto sarà più obsoleto dell’inchiostro, e in USA un grazioso fermaporte.
    ps. Curiosa di cosa penserai tu Max di questo Antinucci, se lo leggerai.
    M.

    1. Ciao, infatti ho preso “Come ci vedono gli americani” di Antinucci (per tutti: “Steve Jobs e Plotino” è in appendice a quello). Ho letto per prima cosa quello scritto, e mi sono ricordato di una trasmissione con Augias (Antinucci presentava, mi pare, “L’algoritmo al potere”, in cui lui e il padrone di casa dettero fondo a tutti i pregiudizi possibili su Internet). Però quest’ultimo libro mi pare bello, al momento, e Antinucci mi sembra uno curioso e che non si ferma al primo luogo comune. Ti/vi farò sapere 😉
      Ma dico, io ci vuole Freud per capire che quando uno accusa qualcun altro di odiarlo, forse sotto sotto è lui che cova sentimenti poco amichevoli? 😀

  15. Gigante della cultura? Calasso è un prete del Nulla, come il suo amico Cacciari. Non gli si può negare un fiuto per certi buoni autori che l’egemonia marxista soprattutto aveva occultato al lettore italiano (Junger, per esempio), ma il suo gusto è per una spiritualità ambigua e decadente, quanto alla scienza (come in tutto il resto) di essa gl’interessa l’eresia finchè rimane tale. Non so se oggi ripubblicherebbe Bateson o Capra. Taccio per carità di patria delle sue imbarazzanti prolusioni sul mito (Le nozze di Cadmo e Armonia è l’esempio perfetto di come la materia mitologica possa ridare una chance a uno scrittore mancato). Il catalogo di Adelphi (ben rappresentato anche nella mia biblioteca) è pieno di prelibatezze per palati di fine impero, ma niente di necessario come il pane che fa sangue.

    1. Beh, per quanto mi riguarda, necessari sono stati (a parte Bateson) Hillman, Groddeck, anche Sacks, e poi altri…
      Di Bateson (sempre eretico, ma un po’ meno ignoto di allora) i titoli ripescati più di recente hanno trovato un’altra casa, però tradurlo e pubblicarlo in quel momento fu una scelta meritoria da parte di Adelphi.
      So molto meno dell’Adelphi degli anni recenti, e nulla del Calasso autore. Devo dire però che ritrovo non solo la sua prevenzione irrazionale, ma gli stessi toni persecutori negli intellettuali di una certa generazione…

  16. forse però stiamo cadendo nel tranello del troll…
    nel senso che non vedo un nesso logico tra la critica, seppur impietosa, alla affermazione e/o alla opinione di Calasso e la critica a lui in quanto editore e autore.
    che sia il migliore o il peggiore degli editori/autori cosa aggiunge o toglie agli argomenti portati a supporto della tesi “ha detto una cazzata?”

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