La mia prima copia della "Dissoluzione", che non ho più. La foto è leggermente mossa perché ho dedicato alla lettura del libro prevalentemente le ore degli spostamenti ferroviari.
La mia prima copia della “Dissoluzione”, che non ho più. La foto è leggermente mossa perché ho dedicato alla lettura del libro prevalentemente le ore degli spostamenti ferroviari.

Aspettavo di terminare la lettura di “La dissoluzione familiare” per farvi sapere, ma questo è un libro di cui tante cose si possono dire, tranne “L’ho finito”. Una prima ragione è valida in generale e in modo speciale per una specifica categoria di lettori, come ha spiegato qua Alessandro Chiappanuvoli: se già di suo non è una lettura semplice, lo è meno ancora per un lettore che abbia un legame con L’Aquila (che cosa c’entri adesso L’Aquila ve lo dico fra un po’, ma se siete lettori non occasionali di questo blog avete già capito). Non solo ti può richiedere un po’ di tempo, e certe volte lo leggi come se ti facessi largo a bracciate nella sua straordinaria densità, ma anche quando l’hai finito hai bisogno di un po’ di tempo ancora per lasciarlo al suo destino.

Un’altra ragione riguarda più il sottoscritto: a suo tempo vi raccontai qui la buffa storia per cui mi toccò di sospendere per alcune settimane il rapporto con questo strano oggetto.
Avrei potuto dire “la lettura di questo strano romanzo”, ma non avrebbe reso l’idea, dal momento che per quanto mi riguarda questo non è un libro che si legge e basta (a parte che già ti dà piacere rigirartelo fra le mani, a parte che le illustrazioni di Maurizio Rosenzweig stai lì a guardartele a prescindere). Perché prima leggi la storia, poi ti fermi per leggere le note, poi torni indietro perché quando hai letto la nota vuoi rileggere quel pezzo, poi guardi le figure, poi stai dieci minuti a bocca aperta su un pensiero e poi riparti, poi vai avanti e segui la “musica”, poi però torni indietro per ascoltare anche le parole e riprendere il filo del racconto.

wpid-20130305_203754-1.jpgCi puoi rimanere dentro per mesi, insieme a quegli individui mostruosi e grotteschi, paradossali e vomitevoli, buffi e atroci. A salutare la nascita del principino Poppy Bank con papà Ham e mamma Madame Kaos Hammer; ad assistere alla funzione di Don Sisma o a pendere dalle labbra del guru San G., tutti insieme sinistramente nella città della Grande Scossa e nei meandri dell’O.S.F. (l’Ospedale della Sacra Frattura).
“La dissoluzione”, insomma, è un sacco di roba. È divertente da morire in certi passaggi, è persino profondamente filosofico in altri.
Questo libro, che abbiamo visto nascere ai tempi della pubblicazione periodica – nella sua prima monumentale stesura – su Vibrisse di Giulio Mozzi, Macioci l’ha scritto dopo il terremoto dell’Aquila. E pensando al terremoto, domanderete, come gli viene in mente a Macioci di produrre, anziché un bel libro di ricordi e di nostalgie canaglie, un delirio popolato di personaggi raccapriccianti e di situazioni che fanno male allo stomaco?
Perché una catastrofe è uno specchio deformante della realtà umana, e questo racconto a sua volta è uno specchio deformante della catastrofe. E, deforma deforma, quello che risulta è talmente mostruoso che finisce per dire qualcosa di rilevante sul normale che ti gira intorno.

La mia seconda copia. Il barattolo di sugo pronto è dovuto al fatto che negli ultimi tempi ho dedicato alla lettura del libro le ore di pausa a casa.
La mia seconda copia. Il barattolo di sugo pronto è dovuto al fatto che negli ultimi tempi ho dedicato alla lettura del libro le ore di pausa a casa.

E c’entra in un altro senso ancora, il terremoto: nel senso che quando leggi “La dissoluzione” non hai l’impressione di seguire una storia come segui una linea diritta che va da un punto a un altro. Negli andirivieni ai quali ti costringe, nella spola fra il piano di sopra del testo e il piano di sotto delle note, fra il “dentro” delle riflessioni psicologiche sottili e il “fuori” della franca follia, quando leggi questo libro ti muovi in uno spazio a tre dimensioni. Uno spazio fracassato, sconquassato, schizzato. Questo almeno è l’effetto che ha fatto a me.
Poco più su dicevo quella cosa della musica. Non l’ho detta per caso. Perché va bene che a fare una recensione non mi ci azzardo nemmeno – ché non è il mio mestiere; e va bene che a quali altri autori mi ha fatto pensare nemmeno ci penso a dirvelo, che si stanno ancora menando e figuratevi se mi azzardo io (però uno ve lo dico, tanto l’influenza la dichiara esplicitamente anche Macioci: Il David Foster Wallace di “Infinite Jest”, quello con un apparato di note a fondo pagina tanto ingente da costituire un universo narrativo parallelo). Piuttosto, quello che faccio certe volte è scommettere su che dischi ascoltasse lo scrittore mentre componeva l’opera (se avete fatto caso, è già capitato che, parlando con uno scrittore mi facessi suggerire la colonna sonora). Con Macioci il compito è più difficile del solito, ma la cassa in quattro quarti la senti nella testa sin dalle prime pagine. Non so che direbbe l’autore al riguardo, e voi fate quello che volete, ma a me ha funzionato abbastanza bene a leggerlo con “End of the Century” dei Ramones, “Lust for Life” di Iggy Pop, ma soprattutto – soprattutto! – certi capitoli filavano in perfetta sincronia col ritmo di “77” dei Talking Heads. E siccome – avrete notato anche voi – giriamo intorno al punk americano, qua secondo me Wallace c’entra di brutto.
“La dissoluzione familiare” è pubblicato da Indiana. Buona lettura!

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3 thoughts on “Le non-recensioni del ragno: “La dissoluzione familiare” di Enrico Macioci

  1. Potremmo scrivere un libro sulle avventure e disavventure occorse leggendo questo diamine di libro. Comincerei dal fatto che “la dissoluzione” non si può leggere di notte nel letto a meno che tu non sia un tennista. E tu dovresti saperlo.
    Mi sono divertito a leggerti.

  2. @Mammamsterdam, io te lo richiedo, ma tu ripassi?
    @chiappanuvoli, no, di notte nel letto no. Certi passaggi ti tolgono il sonno, altri rischi di svegliare chi ti dorme vicino… 😉 ehi, ben ritrovato!

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