La madre di tutte le semplificazioni

simboliSi va a votare, finalmente (chi ci va).
Ma è un “finalmente” senza esultanza né sollievo. È semplicemente la presa d’atto di una scadenza, la pacata consapevolezza che più di tanto non si poteva tirare per le lunghe. Si va a votare, in molti casi, senza entusiasmo (ammesso che fosse l’entusiasmo il sentimento prevalente nelle tornate precedenti: diciamo senza più nemmeno la spinta dell’ultima volta, che insomma già non è che assomigliasse proprio alla propulsione nucleare): non soltanto perché delusi dalla politica o perplessi sulla sua capacità di migliorare la nostra vita, ma perché la probabilità che dalle urne non esca una maggioranza chiara e che fra un po’ ci si ritrovi al punto di partenza è piuttosto alta.
A vederlo così frammentato, sembra incredibile che questo sia lo stesso paese che una ventina di anni fa votò per darsi una struttura politica maggioritaria: non perché per un sistema elettorale vent’anni siano per forza pochi, ma perché in questo caso quello spirito del maggioritario non si è mai veramente manifestato, nemmeno il giorno dopo.
Tantomeno in certi che al referendum facevano gli integralisti del maggioritario, mentre alle elezioni continuavano ad essere difensori intransigenti del proprio zerovirgola (e questo mi inquieta ancora di più perché io ero orgogliosamente proporzionalista e persi: mi è toccato accettare le nuove regole e ci provo, a giocare con quelle).
L’unico tentativo che mi abbia incuriosito, di coordinare differenze non intorno a un leader carismatico ma intorno a un’idea di cooperazione, è stato quel Partito Democratico che però non è stato capace di alcuna sintesi, e il cui progetto è naufragato (il fatto che si tratta del primo partito per numeri non contraddice il naufragio) nell’incapacità di passare dal solito compromesso alla mediazione. Perché occhio: compromesso e mediazione sono due approcci radicalmente diversi; il primo è sottrazione, è scartare tutte le differenze per accontentarsi di un triste comun divisore; l’altra è una roba faticosa ma è un moltiplicatore, e di solito genera idee nuove che nessuno dei due – o tre, o quattro – poteva prevedere.
Non sono poi tanti questi vent’anni, se si pensa che il grido di battaglia è ancora quello: il “mandiamoli a casa!” che oggi scalda (scalda…) la campagna elettorale è un copyright di Mario Segni (1990). Sembrava molto fico, era una novità eccitante: “mandiamoli a casa” pareva a molti persino un buon progetto. Io, sull’onda di quella eccitazione, firmai per tutti i referendum di quella tornata, poi nell’attesa di celebrarli cambiai idea finché votai contro (salvo al primo, quello sulla preferenza unica). Oggi, pur tenendo a freno la voglia di “te l’avevo detto”, si può ammettere che quello slogan era una tragica semplificazione: anzi la madre di tutte le semplificazioni. Contribuì a regalarci vent’anni di Berlusconi, la paralisi di oggi e il “mandiamoliacasismo” intransigente che si nutre di sé stesso. L’idea un po’ paranoica che esista una “casta” separata da noi, che vive e prospera nonostante noi, ed è colpevole di tutte le vessazioni a cui siamo sottoposti, se non nasce in quel momento certo riceve allora gran parte del suo alimento. La pretesa che ci sia di là un palazzo cattivo, e di qua un paese buono che non deve far altro che dargli un calcione per mandarlo all’aria e aspettare che ricada a terra rimontato diversamente, come nei cartoni animati, è una tentazione cronica ma riceve una spinta propulsiva senza precedenti in quel periodo lì.
Pensando al plebiscito di allora, chissà quanti votarono per scegliere una certa forma della politica, invece che con la generica intenzione di dare uno “scossone” alla baracca, di “mandarli tutti a casa”.
In qualunque relazione umana pensare di poter indurre un cambiamento nell’altro senza dover pagare niente di proprio è un’idea folle: nel migliore dei casi è illusoria, nel peggiore persino violenta. Il fatto che sia così diffusa e condivisa non la rende meno insana. Convincere qualcuno che possa farlo senza metterci niente di suo e senza nemmeno sporcarsi la giacchetta, è un imbroglio.
Quello che si sentiva in quel momento era che i buoni potevano dare veramente un calcio in culo ai cattivi, agli ignavi, agli inaffidabili, e cambiare così le cose. Nessuno disse ai cittadini che cambiare un sistema elettorale era innanzitutto cambiare il proprio modo di stare dentro alla politica: “mandiamoli a casa” sembrava bastare, in un momento in cui il grido “mandiamoli a casa” sembrava poter nobilitare qualunque campagna, e pazienza se c’entrava come il culo con le quarantore.
Nessuno disse: “sentite, questa riforma è un cambiamento nel nostro modo di intendere la politica: significa che bisogna alimentare abitudini come il dialogo e il confronto; questa è una riforma del nostro modo di pensare, ci state o no? Il proporzionale garantisce rappresentanza per tutti, quello che vi proponiamo – se funziona – comporta il mescolarsi”. No, dissero: “mandiamoli a casa”. Anzi, dissero anche: “liberiamoci degli estremi”, che significa: la soluzione dei problemi è l’espulsione delle differenze.
Buon voto (chi ci va).

(l’immagine in alto viene da qui)

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3 thoughts on “La madre di tutte le semplificazioni

  1. ….”pazienza se c’entrava come il culo con le quarantore”. A parte che mi fa ridere da matti. Ma esiste in natura questa espressione o te la sei inventata tu?? 🙂 Max, c’hai anche ragione. Ma nessuno ti dice mai le cose difficili, in politica men che meno. Sperano solo di stordirti di chiacchiere. E in un belante gregge obbediente.

      1. Confermo anch’io: l’espressione “il culo con le quarantore” qua in toscana è ancora usata, specialmente in contesti paesani 😉

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