Twitterremoto (da Bresciaoggi)

Twitter-954x1024Lunedì scorso, 4 febbraio, ho pubblicato nella mia rubrica su Bresciaoggi quest’articolo. Erano i giorni delle scosse in Garfagnana, dell’allarme via Twitter e delle polemiche conseguenti.

Twitter sempre più al centro delle discussioni: prima a proposito dell’account di Benedetto XVI, poi di quello – invero ingessato e un po’ glaciale – di Mario Monti.
È tornato a conquistare le prime pagine quando, qualche sera fa, il sindaco del comune di Castelnuovo Garfagnana, in seguito a una informativa della Protezione Civile, ha comunicato alla cittadinanza che dopo una serie di scosse sismiche chi avesse voluto avrebbe fatto bene a non passare la notte in casa. Per fortuna la grande scossa non c’è stata e tutti hanno tirato un sospiro di sollievo, ma inevitabilmente il dibattito è andato sulla sentenza dell’Aquila (del processo, e del coinvolgimento della rete nel dibattito, parlammo anche qui) che condannò i membri della Commissione Grandi Rischi per essere stati troppo rassicuranti sul rischio di catastrofe.
Al di là dell’argomento ricorrente, per il quale eccedere in sicumera e rimandare a casa un sacco di gente prima di un terremoto vero sia ragionevole, mentre esagerare con la prudenza sia da irresponsabili, degli interventi mi colpiscono i commenti sull’uso di Twitter: “chi non ha Twitter che fa?”, hanno ironizzato in tanti nei giorni dopo. Ironia che rivela una visione dei nuovi media come un mondo separato dalla realtà. A parte che lo stesso messaggio fu inoltrato anche attraverso i media locali, tutti capiscono che Twitter e Facebook sono quelli più rapidi e a portata di mano: e che quando si lancia un allarme si intende innescare un passaparola nella rete (quella vera, di persone in carne e ossa, non quella fatta, come ancora alcuni credono, di cavi e modem).
È dura a morire l’idea di una tecnologia che arriva a fare piazza pulita della nostra vita di prima, anziché integrarsi coi modi di comunicare e di essere che già conosciamo.

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