Xmas rockNon è colpa mia se questa vi sembrerà una classifica con un marcato carattere, diciamo, generazionale. Magari sarò stato distratto io, ma mi è parso un anno dominato soprattutto soprattutto da alcuni grandi nomi di sempre. D’altra parte, trattandosi di passione, quel che è parso a me è del tutto insindacabile.

Beh: come che sia, propongo ai miei lettori – anche a quelli musicalmente renziani, sperando che trovino comunque pane per i loro giovani denti – una lista dei dieci cd che più mi sono sembrati rappresent… oh, no, insomma: che più mi sono piaciuti.

Per avere una idea attendibile di dove va il mondo, chi vuole può fare il confronto con la classifica dei migliori dischi dell’anno scorso.

Bruce Springsteen: “Wrecking Ball”

Non mi viene in mente un altro musicista che sappia cantare con altrettanta autorevolezza la pessima salute del sogno americano. “Wrecking Ball” è un disco di musica “di una volta” eppure radicato nel presente quanto altri non riuscirebbero mai.

Avvertenza: questa è una lista in ordine sparso, non una classifica. Ma il primo della lista è il mio cd dell’anno e segna il ritorno del Boss, senza se e senza ma, fra i miei affetti musicali.

Qualcuno mi ha domandato: ma ti piace più di “The Rising”? Rispondo: sono due dischi enormi. Ma in questo ritrovo una coerenza narrativa che mi fa pensare ai capolavori del primo Springsteen.

Ci rivediamo in primavera.

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Guano Padano: “2”

Due su tre vengono dalla corte di Vinicio Capossela. Il cd è realizzato con collaborazioni dell’altro mondo (Marc Ribot, Mike Patton…) ed è una appassionata dichiarazione d’amore per… dai, chi vi ricorda?

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Bob Dylan: “Tempest”

Lo dicevo poco più su: nemmeno da Dylan ci aspettiamo più che ci dica qualcosa di profetico sul nostro tempo. Però che continui a fare bei dischi e ogni tanto uno eccelso, ce l’aspettiamo. Probabilmente questo è uno di quelli: è arrivato nel 2012, preceduto da un video che scombussola lo stomaco.

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Zachary Richard: “Le Fou”

Ritrovare Zachary Richard, e ritrovarlo così in forma, è veramente un gran regalo.

“È venuto lo sceriffo ad avvertirci: ha detto che presto sarebbe arrivato l’uragano. Ne ho visto uno: il suo nome era Katrina. Laisse le vent souffler….”

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Neil Young: “Psychedelic Pill”

Nel 2012 Neil Young se ne esce con un cd che contiene, fra gli altri, un pezzo di ventisette minuti e uno di sedici. Non che questo, da solo, ne faccia il disco dell’anno: ma che quest’uomo abbia ancora tanta voglia di giocare con le regole del business è una cosa che fa bene al cuore.

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Triace: “Incanti e tradimenti”

Non ne so molto, ma qua si incontrano il Salento, la Sardegna e un sacco di altre cose. Il progetto nasce con Elena Ledda, dentro c’è Paolo Fresu e le tre voci sono bellissime.

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Riccardo Fassi: “Sitting in a song”

Uno dei nostri pianisti più grandi va a registrare negli Stati Uniti con musicisti di prim’ordine con cui ha collaborato negli ultimi anni. Bellissime le composizioni, favolosi gli arrangiamenti.

Non sono riuscito a trovare un video che si riferisca al cd: quello che vedete qui testimonia un precedente della collaborazione col sassofonista Gary Smulyan.

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Avishai Cohen: “Duende”

Avishai Cohen è un contrabbassista israeliano (c’è un omonimo trombettista: non confondete). Trovo il suo stile e la sua composizione terribilmente ricchi e creativi. Questo è il suo disco del 2012.

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The Preservation Hall Jazz Band: “St. Peter & 57th St.”

Dedicato a quelli che pensano che la mia classifica sia roba da vecchi. Questa formazione praticamente è la storia di New Orleans e l’album è pieno di ospiti straordinari.

In questo video suona con la band di Del McCoury al Letterman Show, qualche mese prima del’album.

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The Wallflowers: “Glad All Over”

Jakob Dylan meets The Clash: il figlio d’arte torna al gruppo degli esordi e imbarca niente di meno che Mick Jones. Sentite che roba.

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Altri riconoscimenti

• Premio speciale “Se avessi avuto ancora un mese per ascoltarlo forse l’avrei votato”

Marco Iacampo: “Valetudo”

Mica lo so. Un disco che mi lascia in bilico e non so che china prenderò dopo averlo ascoltato abbastanza. Mi serve ancora un po’ di tempo.

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• Premio speciale “Ascoltatevi la discografia dei Pogues e ripassate l’anno prossimo”

Mumford and Sons: “Label”

C’è stato un momento che stavo per metterli in classifica. Ma no, non si può. Carini, suonano bene e tutto il resto. Ma a un certo punto ti torna in mente Shane McGowan e capisci cos’è che manca.

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• Premio speciale “Sulla carta era una buona idea”

Bryan Ferry: “Jazz Age”

Una popstar riarrangia i suoi successi nello stile delle orchestre jazz anni 20 e li incide persino col fruscio dei vecchi dischi. Bella idea, eh?

Solo che dopo due ascolti, passata la sorpresa, uno dice: “embè?”

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• Premio speciale “Tutto qua?”

Joe Jackson: “The Duke”

Il disco che doveva arrivare: Joe Jackson paga il suo tributo a Duke Ellington.

Ma la miscela di suoni appare a tratti posticcia. Che peccato…

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3 thoughts on “I miei dieci del duemiladodici (e altre cosette)

  1. Quest’ anno l’ ho letta dal basso e ( non perché tu sia prevedibile, ma perché le tue passioni musicali sono note ) sapevo che in alto avrei trovato Bruce. E di nuovo Paolo Fresu, anche se è una collaborazione, che ho conosciuto grazie a te. Ora me li vado anche ad ascoltare, uno per uno.
    Sfornale più spesso queste “frivolezze “, ché non hai idea di quanto siano piacevoli. O si….?
    😉

  2. Senti, ma se uno ha scoperto gli album di David Bowie da dopo Low fino all’ultimo pubblicato solo nel 2012, può candidarli come album dell’anno? In fondo è come se esistessero per quella persona solo dal 2012.

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