Massimo Gramellini e il matto con gli stivali

poliziotto_barbone

Su “La Stampa” di giovedì 6 dicembre il vice direttore Massimo Gramellini nel suo “Buongiorno” prende opportunamente per i fondelli quello che chiama “il mondo della rete”, che – assetato di buone notizie e di favole di Natale – ha identificato un nuovo eroe nel poliziotto newyorkese che ha comprato un paio di stivali per un barbone scalzo.

“Poi qualcuno ha sporcato la favola”, scrive Gramellini: “il barbone”. Raggiunto da un giornalista del New York Times, che lo trova coi piedi più intirizziti di prima, l’uomo confessa di aver nascosto gli stivali in un luogo sicuro. “Valgono un sacco di soldi, potrei rischiare la vita”, spiega.
Che fessi, lascia intendere il giornalista: era bello pensare al gesto disinteressato di un poliziotto che ha salvato un uomo dal congelamento entrando in un negozio di calzature e uscendone con un paio di stivali nuovi. Era bello anche pensare alla turista che ha ripreso la scena perché le ricordava il gesto compiuto da suo padre tanti anni prima. La paura è stata più forte della favola.
Tutto bene, tutto giusto: se non fosse che lo stesso Gramellini non rinuncia al finale edificante e pedagogico, e per farlo gli tocca stiracchiare la storia e piegarla a quello che ha in mente.
“Il terrore che gli rubassero gli stivali, ha indotto il barbone a restare a piedi nudi”, dice; un po’ come facciamo tutti, un po’ come fa pure Gramellini: “Quante volte succede anche a me di rinunciare a qualcosa per paura di perderla”.
gramelliniE no: quello che ha detto l’uomo, stando alla cronaca, è una cosa parecchio diversa. Ha detto: guarda che qua, nel mio “mondo”, ci si ammazza per un paio di stivali nuovi!

Non c’entra quella umana debolezza per cui, ad esempio, una persona rifiuta un affetto perché teme di esserne abbandonata; o qualcuno rinuncia a un progetto per paura di fallire. Non c’entra il finale che Gramellini ci appiccica: “Cercherò di ricordarmene la prossima volta che la vita mi darà un paio di stivali”.
Non per niente il senzatetto è costretto a diventare, sotto la penna gramelliniana, uno “spostato”. Rifiutare un regalo per paura è troppo irragionevole: allora tocca a noi di scegliere se considerare quello del senzatetto un gesto moralmente biasimevole (“Il barbone ha ucciso un atto d’amore con uno di paura”) o la decisione di una mente deviata. O, se piace, anche tutt’e due.
Se se ne vuole trarre una morale a tutti i costi, quella che viene in mente a me non è per niente natalizia, ma per favore non vi sembri cinica. Ha più a che fare con quel tanto di etnocentrico che c’è nella “carità” (anche in alcuni dei gesti più nobili che vanno sotto questa definizione): quella posizione, cioè, per la quale se una cosa ha un certo significato nel mio mondo, ha lo stesso significato nel tuo, e non mi curo di verificare questa convinzione. Se ha valore per me, ha valore per te. E un paio di stivali è un paio di stivali: qualcosa che serve per scaldare i piedi, separarli dalla terra fredda. Se prima non ce li avevi e adesso sì, quel che devi fare è tenerli lucidati e sfoggiarli orgoglioso.
Sennò sei matto. O cattivo.

 

 

 

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3 thoughts on “Massimo Gramellini e il matto con gli stivali

  1. Effettivamente su tante cose Gramellini risulta un po’ troppo semplicistico. In questo caso, come tu hai fatto notare, ha proprio modificato il senso e il corso della storia: forse perché la micropsicologia spicciola paga più della etnoantropologia urbana.

    Mi hai fatto tornare in mente il grandissimo Jannacci che scrisse:
    “Tu sei uno di quelli che se gli chiedono mille lire dicono
    mi raccomando non se le beva
    cosa te ne frega a te se me le bevo o no, oscar della bontà…”

  2. Grazie di esser passati di qua: tocca accettare che il dibattito si svolga sulle pagine volatili di Facebook, e che qui sul blog rimanga solo qualche battuta.
    Mi viene da dire: la micropedagogia spicciola. Un dato interessante di questi anni è che la gente paga per sentirti dire che è incapace, inadeguata eccetera. Qualunque cosa, basta che venga da uno che sembri sapere il fatto suo. Non è possibile una riflessione psicologica su qualsivoglia faccenda umana (anche da parte di psicologi e psichiatri, eh: hanno cominciato loro, mica è solo Gramellini) che non diventi predicozzo e raccontino moraleggiante.

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