La spia che mi taggava (da Bresciaoggi)

Facebook ha reso noto in che modo intende, d’ora in poi, coinvolgere gli iscritti nella discussione circa la normativa sull’utilizzo dei dati, che è una questione che sul social network suscita sempre le paure più irrazionali.
Ne ho parlato su Bresciaoggi di lunedì 26 novembre, nella mia rubrica “Linguaggi della rete”.

Poche cose generano allarme fra gli utenti dei social network come la questione della riservatezza dei dati. Abbiamo già detto come Facebook, nel quale è così dilettevole condividere pezzi della propria vita, finisca spesso proprio per questo per essere vissuto come

una specie di panopticon dal quale qualcuno guarda le nostre vite senza essere visto. Il solo nominare la privacy evoca in molti utenti timori persecutori che spingono a reagire nei modi più irrazionali. Nonostante numerosi richiami a non prenderla sul serio, circola ancora la bufala che esorta a pubblicare sulle proprie bacheche una diffida a “strutture governative” dal ficcare il naso nelle bacheche stesse: facendo riferimento, curiosamente, a una legge USA (trattasi infatti di traduzione di una analoga bufala statunitense). Ma davvero si può credere che se i servizi segreti fossero interessati alle foto delle mie vacanze, si fermerebbero perché faccio la voce grossa richiamandomi a codici di leggi peraltro inesistenti? È evidente che il tema della protezione dei propri dati è uno di quelli che inducono a “reagire” più che a pensare.
Quelli di Facebook devono aver pensato qualcosa del genere quando nei giorni scorsi hanno annunciato un cambiamento nel modo di sottoporre agli utenti le modifiche delle normative sull’utilizzo dei dati, che finora avrebbe incentivato la quantità piuttosto che la qualità dei commenti. Una gran massa di feedback nella corsa a dire la propria, ma poche proposte e pochi contenuti seri. Basta allora col sistema di voto precedente, meglio un sistema di commenti più articolati e una linea diretta col responsabile della privacy del social network.
Praticamente un sistema che induca a contare fino a dieci e provare a prendersi la responsabilità di un pensiero.

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