Davide senza Golia

Vi capita mai di domandarvi perché un certo genere di notizie abbia una presa così forte in un certo momento e sia invece irrilevante in altri?
A me è capitato di domandarmelo nei giorni scorsi, mentre si discuteva del video sul bambino di Padova conteso dai genitori (ho evitato per un po’ di vederlo, poi l’ho cercato perché fra quel che leggevo in giro c’era qualcosa che non mi tornava; qualcuno è riuscito a scriverne in modo ragionevole e sensibile perché ne ha colto aspetti che andavano oltre il caso che ha fatto rumore, e fra i pochi vi segnalo le cose scritte da lei).
Non è da oggi che i problemi di due genitori che non vanno più d’accordo si risolvono con strumenti polizieschi e d’autorità. Tutti i giorni bambini contesi soffrono, tutti i giorni molti di loro vengono trattati con scarso riguardo. Come mai proprio ora una vicenda del genere diventa così significativa? Dov’erano tutti fino al giorno prima?
Giusto un mesetto fa mi ero fatto la stessa domanda, pensando a un evento che con questo non ha nulla da spartire: media e pubblico hanno scoperto le Paraolimpiadi, che è da cinquantadue anni che arrivano puntuali ogni quadriennio senza che nessuno se le fili un granché. (È vero, a Londra ci si son messi d’impegno per promuovere la diffusione mediatica delle gare, sfruttando bene il traino dei giochi olimpici “per normodotati”, come dice Saviano; però no, non mi basta questa spiegazione: manca qualcosa).
In che modo un evento si fa strada fra le notizie di un dato periodo, con cosa trova risonanza al punto di essere significativo mentre fino a ieri era irrilevante? Non mi rispondete che chi manovra l’informazione sa cosa ammannirci in un dato momento per distrarci da altri argomenti. Non mi basta. Se c’è qualcuno che pianifica secondo questi criteri un’agenda dell’informazione, deve per forza conoscere i processi (psicologici? Sociali? Tutt’e due?) che orientano il modo in cui selezioniamo le notizie che ci stanno a cuore.

Pensavo a queste cose, poi ho letto degli insulti e delle minacce che la poliziotta che aveva apostrofato la zia del bambino con quella frase sciagurata (“io sono un ispettore di polizia, lei non è nessuno”) ha ricevuto persino attraverso il 113.
Quella tutrice dell’ordine dai modi troppo spicci stava probabilmente (sì, nel modo più infelice possibile) richiamando la signora a considerare un banale elemento di contesto: ci sono frangenti in cui una zia non ha voce in capitolo. Guardate, ci ho pensato, e temo che qualunque altro intento le si voglia attribuire sarebbe talmente fesso da implicare la convinzione che il prossimo, sempre e di default, è un fesso (che non è un buon modo di cominciare ad affrontare un problema: più utile è pensare all’altro come qualcuno con cui si può parlare, per poi magari venire smentiti).
Come che sia, quella frase era perfetta perché quella donna incarnasse la più evidente e cinica variazione sul tema della “casta”: che significa quel gruppo indistinto di esseri umani che hanno prerogative e poteri che non spettano ai cittadini comuni, e li usano alla faccia loro quando non contro di loro.
Ecco: se fosse solo Davide, senza un Golia anche di passaggio, non interesserebbe a nessuno, perché non costituirebbe un’occasione di identificarsi col buono che subisce le angherie del cattivo, potente e privilegiato.
Dice: beh, ma almeno se ne parla.
Non lo so. Non mi è capitato di ascoltare o leggere molti interventi sul tema dei bambini contesi e sul loro dolore. Si parla invece di una poliziotta che ha detto una scemenza e si cercano pezzi di una storia privata che non porta niente di nuovo alle nostre premesse su questi argomenti e invece porta molto al nostro desiderio di guardare dal buco della serratura.
Dice anche: beh, ma le Paraolimpiadi sono servite a parlare dei disabili.
No. Invece si è parlato molto di come l’abnegazione degli atleti con handicap facesse impallidire quelli con braccia e gambe a posto, quelli che hanno fama, vizi, coccole, onori, e che prendono i soldi pure dai Pavesini (eroi fino a ieri, che come smettono un attimo di brillare, e di farci brillare della loro luce riflessa, diventano un’altra “casta” di ingrati privilegiati).
Ecco. Che un fatto diventi notizia o no, dipende probabilmente da tanti elementi: ma se ci permette di riconoscerci nel buono-ma-debole che si contrappone a qualche casta-forte-ma-priva-di-valori, è meglio. Deve risuonare con la (si può dire narrazione?) narrazione, ampiamente condivisa e di successo, che dice che qui ci siamo noi, deboli, giusti e impotenti (sottolineo “impotenti”: come impotente si sente quella zia che, davanti al bambino che grida di non poter respirare, strilla “un’ambulanza! un’ambulanza!”), e lì c’è una “casta”, turpe e iniqua, che è altro da noi.
Ci ha spiegato bene lei che le notizie sono selezionate per farci distinguere i buoni dai cattivi e per farci decidere da che parte stare. Ecco: io sto prendendo la questione dall’altro lato. Dico che quello che succede intorno è rilevante per noi in base alla sua coerenza (o alla sua probabilità di trovare coerenza) con una premessa. Le notizie (non le cose che succedono: il modo in cui le scegliamo e le raccontiamo) parlano di noi, di quella premessa. Dicono come vediamo il mondo e come vediamo noi stessi.

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8 thoughts on “Davide senza Golia

  1. Concordo. Aggiungerei che in Italia la mistica della madre tira sempre. Del tipo: “…son tutte belle le mamme del mondo, quando un piccino si stringono al cuor…”. Questo lo hanno trascinato sul selciato. Ma forse non conoscevano la canzone. 😦 Capita di perdersi dei pezzi.

  2. Già, non si trascina un bambino sul selciato (non solo un bambino, naturalmente).
    Se guardo quel video, so che ci sono degli adulti che hanno superato un limite di buon senso. Quello di cui non posso essere sicuro (perché da trenta secondi di video posso formulare soltanto ipotesi) è in che modo sono arrivati a questo. Non so quanto la presenza della zia “osservatrice” che riprendeva abbia contribuito ad esacerbare il clima, dove invece era utile al bambino cercare di allentare la tensione.
    Quello che so è che il passaggio che più mi angoscia è quello in cui il bambino grida di non poter respirare. In quel momento, in cui è quanto mai necessario abbassare i toni e concordare fra adulti che si abbassano le armi e si discuterà dopo (contrastare la decisione non si può), che succede? La zia urla come un’ossessa “l’ambulanzaaaaa! l’ambulanzaaaa!”. Non posso essere sicuro che ciò abbia contribuito a costruire quello che è successo, ma lo vedo come un esempio di come si può, nella più limpida buona fede, attribuire quel che si vede a qualcosa “là fuori”, e non essere presi dal dubbio che ne siamo parte.
    Effetto collaterale di questo errore di prospettiva è il vissuto di impotenza (se è fuori di me non mi riguarda e non posso farci niente): all’inizio la zia dice “vi mando in televisione!”. Dopo un po’ invoca scompostamente l’ambulanza. In entrambi i casi s’inventa la presenza di un terzo (gli spettatori della televisione prima; l’ambulanza dopo) a cui affidarsi e abdica a quel poco o tanto che può fare, lì, con la propria presenza, davanti al bambino che grida disperato. Lo fa perché è cattiva? Perché non le importa del bambino? Niente affatto, anzi è il contrario: solo che è esattamente quello che accade quando pensi che le cose che succedono, succedono a prescindere da te.

  3. Di etica dubbia, c’è innanzitutto l’atteggiamento di parte dei giornalisti che hanno “lavorato” al caso. Sono capitato nella pagina cui era collegato il video per una casualità. Vagavo per la home page del corriere. Il primo articolo scritto era incomprensibile. Di correlati ce n’erano cinque o sei, anche quelli ellittici, costruiti pressoché di citazioni delle persone coinvolte. Nessuno, nessuno che di striscio si prendesse la briga di ricordare che di simili prelievi dalle scuole ne avvengono quasi ogni giorno. Senza alcuna correzione di tiro e di prospettiva, l’unico punto di vista plausibile (e razionale, addirittura!) risultava quello di una zia che riprende con fermezza e una certa maestria in un pianosequenza formidabile l’insensata violenza della polizia nei confronti di un bambino intanto che urla, a metà tra una prefica e una scimmia impazzita, insomma una gran prestazione, schizoide o più credibilmente calcolata.
    In questo caso, da rilevare non c’è tanto la retorica dei buoni e dei cattivi, quanto la bassezza (cioè il non essere per niente all’altezza) dei giornalisti in questione. Che poi l’effetto della bassezza coincida coll’ipnosi collettiva (per mancanza di dettagli, come ogni narratore sa) è una faccenda che bisogna tenere in conto.

  4. Vorrei trovare il video della trasmissione da cui tutto è partito, per capire meglio che uso ne è stato fatto. L’articolo del Corriere del 10 ottobre, come si vede dal fondo della pagina, è stato modificato il 15 e si può presumere che dopo un primo commento a caldo sia stato aggiustato, ma non so in che misura.
    Quando dici etica, Daniele, io penso alle conseguenze etiche – drammatiche, certe volte – del guardare a quel che succede intorno come a delle “cose e basta”, e dell’oscurare il fatto che come osservatori abbiamo una responsabilità; che quando assumiamo un punto di vista, assumiamo un punto di vista. Quello che riprende la scena è un punto di vista, e pure coinvolto; non nel senso che quello che vediamo non è vero (il bambino viene trascinato sull’asfalto, e questo è riprovevole): ma nel senso che chi osserva – soprattutto se brandisce una videocamera, o un telefonino – non è estraneo a quel che accade. Assumiamo il punto di vista di un combattente di una guerra in cui i bambini su trascinano sull’asfalto. Che lo vogliamo o no, che lo sappiamo o no.
    Ora, non è strano che dei parenti coinvolti in una guerra si arruolino e partano, convinti della loro causa. E’ terribile, ma si capisce. Strano è che un giornale, o un programma televisivo, si arruolino in quella guerra dicendoti che sono osservatori e che la priorità è evitare a un bambino le conseguenze di una guerra.
    P.S. (mezz’ora dopo): l’articolo che cito è sul sito del Corriere, ma viene dal Corriere Veneto, una delle edizioni regionali.

  5. Mi riferivo a quell’articolo. Letto nella sua prima versione. Peraltro, il fatto che sia stato pubblicato da un’edizione regionale non è un’attenuante.
    IL commento precedente conteneva una ambiguità, mi accorgo: “Di etica dubbia, c’è innanzitutto l’atteggiamento di parte dei giornalisti che hanno “lavorato” al caso.”. Quel “di parte” nelle intenzioni stava per: di una parte dei giornalisti; non per: fazioso. Non volevo insomma dire che i giornalisti che hanno “lavorato” al caso parteggiassero per qualcuno, se non per se stessi che è implicito nel lavoro tra virgolette.

    Quanto al video della trasmissione di “Chi l’ha visto?”, provato a cercare qui?
    Ciao

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