Da Bresciaoggi: ventitré giorni senza Facebook

Il 3 settembre, su Bresciaoggi, è uscito questo mio articolo per la rubrica “Linguaggi della rete”.

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Fabio Chiusi, blogger e autore di alcuni libri interessanti su cose di web (fra cui “Nessun segreto – guida minima a Wikileaks” e “Ti odio su Facebook”, entrambi per Mimesis), decide di sparire per tutto il mese di agosto dai social network e dal suo blog. Non si tratta di qualche tipo di sciopero antitecnologico, semplicemente intende dedicarsi alla stesura di un romanzo e ha bisogno di eliminare la distrazioni. Non arriverà in fondo al suo proposito: pare che la piega che sta prendendo il romanzo non lo soddisfi e il 23 agosto decide che il proposito non ha più senso.
Sul suo blog “Il nichilista” pubblica il post “Ventitré giorni senza social media”, un interessante diario scritto nei giorni dell’isolamento. Pur non attribuendogli un valore scientifico che non può avere, quel diario costituisce una testimonianza interessante. Senza possibilità di condivisione pare che cambi qualcosa nell’esperienza della fruizione di contenuti: già dal primo giorno, Chiusi riferisce di leggere articoli dai siti dei giornali, ma “la fruizione, senza social, è tornata unidirezionale: loro producono, io leggo. I commenti restano intrappolati nella mia testa. Ma è come se volessero continuamente uscire. Non riesco a cliccare su nessun articolo. Chiudo Chrome”. Anche ascoltare musica non è proprio la stessa cosa: “Ascolto Oshin, dei DIIV. Ma non posso dirlo a nessuno dei miei circa 10 mila amici online. Qualcosa nell’ascolto ne risente”.
Interessante: ci sono esperienze (come, appunto, l’ascolto di un disco) che un tempo erano evidentemente sociali, e che le tecnologie hanno reso individuali e private (attraverso l’invenzione di dispositivi sempre più tascabili, dal “Walkman” in poi).
Si potrebbe dire che la stessa tecnologia le stia restituendo alla dimensione relazionale a cui le aveva scippate?

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2 thoughts on “Da Bresciaoggi: ventitré giorni senza Facebook

  1. Ciao Massimo. Considerazione veloce veloce, mi è venuta in mente leggendo il tuo articolo… Il godimento estetico che sta a metà tra il piacere individuale e il desiderio di condividerlo con altri è assolutamente diverso, per me almeno, dal piacere individuale tout court che sento come sostanzialmente non comunicabile. Nel primo caso entra in gioco la mia immagine allo specchio dal momento che io sono in qualche modo il tramite tra l’oggetto della condivisione e i miei follower. E’ una fruizione in un certo qual modo ‘narcisistica’. Nel secondo caso è il brano, il prodotto culturale che dialoga con me e solo con me. Una lettura più autentica, più ingenua perché meno sovrastrutturale. Anche se in piccolo, è la differenza tra il lettore comune di un romanzo e il critico che dovrà recensirlo su una rivista più o meno importante la settimana dopo.
    La fruizione sociale originaria della musica mi sembra invece non troppo paragonabile alla condivisione di media e opinioni nei social network. Nel primo caso è una fruizione sostanzialmente sincronica – possibilmente in silenzio – di un fenomeno che muove e commuove innanzitutto i corpi dei presenti, è più una com-partecipazione che una con-divisione.
    Ciao!

  2. Ciao Daniele, grazie perché nelle milleottocento battute della rubrica del giornale i limiti per dire le cose sono quelli che sono, e i commenti sul blog aprono i link che lì non è possibile seguire.
    Ti dirò che mentre riesco a pensare al rapporto con un libro come un rapporto intimo (e anche al cinema preferisco andare da solo, pensa! Dove la poltrona, il buio, la sala chiusa e raccolta sono già parte dei quel piacere narcisistico), non riesco a non pensare al piacere della musica come un piacere tutto relazionale. Forse perché non riesco a pensarla separata dal corpo e dalla fisicità degli stessi strumenti che la producono.
    Anni fa frequentavo persone con cui si organizzavano riunioni carbonare notturne perché uno, magari, aveva appena ricevuto dagli Stati Uniti il disco di quell’artista che aspettavamo, e si andava a casa sua per ascoltarlo. E penso che i dischi che ho ascoltato per la prima volta in quel modo hanno preso, dentro di me, direzioni diverse che se li avessi ascoltati per la prima volta in camera mia.
    Poi c’è un’altro aspetto, cioè quel desiderio di far ascoltare ad altri un disco che ami, perché diventi, appunto, una connessione. Per parlarne, per sapere che effetto fa a loro. Quando ero giovane, credo che attribuissi grande importanza al fatto che un certo disco generasse in una persona emozioni che descriveva in modo simile a come le avrei descritte io. Questo creava un senso di fratellanza e un “riconoscimento” potente come poche altre cose.
    Ecco, questo credo assomigli di più a quello di cui parla Chiusi.

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