Narciso, signora mia.

waterhouse_narciso_ecoVenerdì scorso su Repubblica Eugenio Scalfari viene intervistato per celebrare la pubblicazione per Mondadori di una robusta collezione di suoi scritti.
L’intervista è di quelle in cui le domande sono intercalate alle parole dell’intervistato in modo da imprimere un ritmo da deficit di attenzione, col risultato di massacrare i pensieri e qualunque possibilità non solo di approfondimento decente, ma anche di connessione fra i concetti. Poco male, dato che il tono è quello della chiacchierata sulle scale del condominio, anche un po’ adulatoria (“Dotto’, c’è la posta, come sta? Sempre un bell’uomo, eh?, chissà quante donne ha avuto…”), e i pensieri sono del tipo: “l’odio è l’amore per il potere” oppure “Freud ha indicato tre figure psichiche: l’Es, l’Io e il Super Io. Personalmente lo ridurrei a una dialettica tra amore per sé e amore per gli altri”.
“Personalmente”, uno lo potrebbe ridurre anche alla “dialettica” fra la passione per il burraco e lo struggimento per il tiramisù, ma è chiaro che Scalfari stiracchia il concetto perché vuole portare la conversazione da qualche altra parte.
E infatti, complice la domandina ammiccante dell’intervistatore (“sei narcisista?”), ecco dove va a parare: ci dice la sua su amore e narcisismo. C’è la rivelazione che non ti aspettavi (“Agnelli era un uomo seducente”) e ci sono svolazzi come “io penso che il narcisismo sia la massima espressione dell’omosessualità. Perché alla fine Narciso fa l’amore con sé stesso. Non solo sceglie il medesimo genere, sceglie sé stesso”. Ma a te piacciono le donne, no?, strizza l’occhio l’intervistatore. “Sì, ma se tu ami fortemente una donna, Narciso non è contento“, risponde il fondatore di Repubblica, e te lo immagini nel gesto eloquente delle mani con pollici e indici aperti: “due palle, ‘sto Narciso, vuole sapere pure con chi esco!”.
A parte la semplificazione dell’omosessualità come opzione angusta (tanto che la sua “massima espressione” consisterebbe nel non saper guardare, quasi letteralmente, oltre il proprio naso); quel che si nota è che il povero Narciso continua a non godere di buona stampa.
Continua ad essere l’emblema dell’impossibilità di arrivare all’altro, del ripiegamento su sé stessi che impedisce l’amore e la relazione.
Ora, le fonti che ci hanno tramandato il mito di Narciso sono varie (io mi rifaccio a Ovidio (1) ). Figlio di Cefiso e della ninfa Liriope, per tutta la fanciullezza era riuscito a non pensare alla strana profezia che lo riguardava. La madre aveva interrogato il profeta Tiresia per sapere se il suo fanciullo avrebbe visto la propria vecchiaia, e quello aveva risposto: “Se non mirerà mai sé stesso!”.
Altrove cresceva la ninfa Eco, nota per essere un’ottima conversatrice. Tanto che Zeus l’aveva incaricata di intrattenere Giunone mentre lui si trastullava con altre compagnie femminili. Giunone l’aveva scoperta e, come se ne avesse colpa lei, l’aveva condannata a ripetere per tutta la vita le ultime parole che le venivano rivolte.
I due (Narciso e Eco) si conobbero e si innamorarono. La cosa durò poco, perché a Narciso venne presto a noia quella donna senza personalità che ripeteva sempre le sue ultime parole (lui: “chi è là?”; e lei: “chi è là?”). La scacciò in malo modo, tanto che Eco per il dolore e l’umiliazione si spense a poco a poco. Ma per questo ebbe anche lui la sua condanna: avrebbe inseguito l’amore senza poterlo raggiungere. (Occhio a questa parte della storia perché è importante, e spero si capisca presto perché).
Subito dopo, sporgendosi sull’acqua, Narciso si innamorò perdutamente della propria immagine. Questa è la scena da cui abbiamo ricavato il giudizio su Narciso interessato solo alla propria apparenza e innamorato di nient’altro che della propria faccia.
Ecco, la fama di Narciso è il frutto di una ingiustizia. Nulla ci autorizza a pensare che Narciso voglia rivolgersi verso sé stesso. Tanto che inseguirà per mari e per monti quell’immagine che ha visto nell’acqua, ovviamente senza fortuna: senza sapere che quell’immagine è la propria. E una volta scoperto che quel volto apparteneva a lui, si deprimerà e si ammalerà.
È proprio il desiderio frustrato di avvicinarsi a un oggetto d’amore, a consumare Narciso. Il fatto che insegua (inconsapevolmente) sé stesso è il risultato di una catena di eventi, ma Narciso si strugge perché non trova quella figura di cui si è innamorato. È quella che cerca, non un amore autoreferenziale (non “sceglie sé stesso” né tanto meno “fa l’amore con sé stesso”, come afferma Scalfari, denigrandolo): non avere un oggetto d’amore altro da sé è semmai l’infelice condizione nella quale si ritrova suo malgrado!
Allora di qui sorgono due domande almeno.
Una: è possibile riconsiderare, alla luce di una lettura meno moralistica della storia, anche la sofferenza di Narciso, la disperazione che deriva dall’impossibilità di raggiungere l’altro e di instaurare con lui o con lei una relazione d’amore?
Due: provando a guardare ancora oltre, con l’aiuto di Mario Galzigna (che afferma che “la superficie dell’acqua che riflette Narciso duplicandolo lo separa inesorabilmente da sé stesso, tanto che il tentativo di ricongiungersi nell’unità impossibile sarà la sua condanna a morte”) (2) e di Maddalena Mapelli (per la quale “il mito di Narciso fonda il pensare per immagini, la pittura, l’arte dei video”) (3), è possibile pensare all’esperienza di Narciso come alla scoperta del doppio virtuale, di quell’immagine di sé che è fuori di sé ma non è “non sé”? Si può dire che la connotazione tradizionalmente negativa dell’esperienza di Narciso sia un po’ figlia della stessa diffusa diffidenza verso il virtuale vissuto come illusorio e ingannevole? E si può pensare a Tiresia come al padre di tutti i critici apocalittici della realtà virtuale?

P.S.: di cose simili parlo, in maniera un po’ più articolata, nel sesto capitolo di questo libro.

Illustrazione: Eco e Narciso (1903) di John William Waterhouse.

(1) Ovidio, Metamorfosi, volume 1, a cura di Bernini F., Zanichelli, Bologna, 1970.
(2) Mario Galzigna (2001), Volti dell’identità, Marsilio, Venezia.
(3) Maddalena Mapelli, comunicazione personale. Ma fate riferimento a (2011) Per una genealogia del virtuale. Dallo specchio a Facebook, Mimesis, Milano.

Annunci

4 thoughts on “Narciso, signora mia.

  1. Caro Massimo, interessante questa prospettiva di questo post, che all’inizio sembra in chiave scherzosa, ma che invece vira su un tema serissimo. Capisco la tua riabilitazione del povero Narciso ed altrettanto il moto di antipatia verso Scalfari (tipico controtranfert verso i narcisisti…), ma quella grave profezia di Tiresia (vivrà “Se non mirerà mai se stesso!”) io la leggo in una chiave se vogliamo più “tragica”.
    Noi sappiamo che i poveri narcisisti patologici difettano di capacità metacognitive, di capacità cioè di “leggere” le intenzioni emotive dell’altro e di potersi identificare in esse. Narciso trova sulla sua strada tutte “prove” che gli confermano un’impossibilità di conoscere una autentica relazione oggettuale (diventa infatti ad un certo punto Eco-lalico), ma come mai con Narciso la sfortuna si accanisce in tal modo? Secondo me Tiresia avverte Narciso che in lui non gli funziona “qualcosa” e cioè proprio quella competenza autoriflessiva (metacognitiva) che in realtà nasce dalla possibilità di essere stato a sua volta visto come “oggetto altro” da sé dai propri osservatori. Possiamo supporre che Narciso (e tutti i Narcisi del mondo) sia stato visto in origine come immagine autoreferente, come simulacro moltiplicatorio, dei suoi genitori e che sia questo il modello virtuale di partenza sul quale s’innesta tutto il resto. Quindi Tiresia avverte giustamente Narciso che la sua immagine riflessa è una specie di gorgo senza fondo che lo distruggerà dal momento che non rimanda ad altro che a se stesso, ma un se stesso che però non è lui! Un se stesso che gli provoca un sonno, una Narcosi (Narciso=Narkè=sonno ipnotico) mortale. Per questo Narciso s’innamora di sé, perché non si (ri)conosce e vede su quella superfice qualcosa che inquietantemente gli appartiene, ma non sa declinare in alcun modo, inquietudine che egli supera difensivamente nel fumo del sonno. Non sarebbe nemmeno esatto dire che s’innamora di sé, casomai s’innamora di qualcuno che non conosce e che lo turba dalle fondamenta. Se invece Narciso fosse rimasto insaturo nella sua estenuante ricerca dell’altro da sé (se non si fosse cioè rimirato) forse si sarebbe salvato. Andrebbe detta questa cosa… che il narcisismo è una condizione disgraziata e penosa, ma non inaccessibile ad una possibile evoluzione.

  2. Caro Luigi, sai una cosa? Mi ha sempre incuriosito il fatto che quei due poveretti (Narciso e Eco) si siano incontrati, e peccato che non sia durata. Soffrivano tutt’e due della stessa disgrazia: lei perché così dipendente dalle parole dell’altro, lui perché costretto a cercare una faccia che era la propria… due maledizioni opposte, ma il risultato era lo stesso: entrambi disperati e senza amore.
    Hai ragione su tutto. Se Tiresia è così preoccupato, ha visto qualcosa che non gira bene. Ma, pensavo, e se la profezia di Tiresia avesse agito come una di quelle che si autoavverano? E se la mamma di Narciso, spaventata da quelle parole, avesse impedito al figlio di vedersi, sottraendogli sistematicamente tutti gli specchi? (Magari tutta presa dal proprio bisogno di proteggerlo e perciò cieca a quello di cui aveva bisogno per davvero?)
    Quella volta che si guarda nell’acqua, non si riconosce perché non si conosce. E la storia prende la piega che sappiamo…
    Ed è vero che la sorte di Narciso è drammatica: tanto drammatica che, oltre alla sofferenza di non poter accedere all’amore, gli tocca essere guardato con sospetto da tutti quelli che vedono nella sua condizione qualcosa che confina con l’egoismo e con il rifiuto spaventato di avvicinarsi all’altro. Lo trattano come uno che passa il tempo a rimirarsi allo specchio, quando lui ne farebbe volentieri a meno, ne fanno addirittura il capostipite di tutti i vanesi egocentrici.

  3. Oh, be’, tu introduci un piano di analisi a me particolarmente consono. Provo a sintetizzare: Tiresia gliela tira e la mamma va in panico e come nella favola bella addormetata prova a prevenire (inutilmente) il fato infausto del figliolo impedendogli lo sviluppo della funzione autoriflessiva, ma invano (il fato deve compiersi). Dunque, tu dici, esiste un’area traumatica trangenerazionale (occorrerebbe sapere di più della storia di questa mamma) che ha prodotto una lesione sulla trasmissione dei fattori emotivi e di identificazione primaria.
    Si, ma Tiresia nella struttura del mito tragico, non è la vera causa del trauma, è solo colui che permette alla storia di compiersi in quanto tragedia. La tragedia compie se stessa e in ciò diventa educativa di quelli che sono gli inciampi della mente. La vera origine del trauma rimane ignota, o meglio nascosta. Tiresia innesca semplicemente una sequenza automatica di “discontatto” con il mondo emotivo/affettivo di distanziamento se vogliamo panico che finisce per acuire il “ciclo interpersonale” del non essere visti, non vedere l’altro (l’altro figlio, l’altro amato), non vedersi, non riconoscersi, e cercare se stessi e/o propri cloni.
    Tiresia in realtà propone in filigrana la “cura” che sarebbe “non mirarsi” (inutile provare a guradarsi allo specchio se quella funzione non è stata pre-istituita da una sguardo esterno) cosa che io intendo come non indulgere su se stessi, ma mantenersi attivi nell’apprendere da altri modelli esterni di gestione dei mondi affettivi. Lasciare cioè aperta la partita che altrimenti si chiuderebbe in un narcotico ed eterno autoconfermarsi, che alla fine diventa impoverente e tristissimo.

  4. P.S. qualche precisazione. Come tutti i miti anche quello di Narciso ha varianti e antecedenti. Tu citi la versione latina di Ovidio, invece nella versione greca cambiano un po’ di cose. Narciso è ambito da molti amanti che lui sprezzantemente rifiuta fino a quando Aminia, il più innamorato di tutti, gli si suicida davanti con la spada. Subito dopo a 16 anni scopre la sua immagine riflessa e si stupisce (Kereny dice che l’etimologia di narkè è stupore e non sonno) e se ne innamora struggentemente fino a suicidarsi anche lui nello stesso modo.

    Un accenno anche sulla storia di Liriope, sua madre (e un po’ di storia del trauma…), Liriope era il nome di una delle Naiadi (ninfe delle acque dolci) che viveva nella Focide. Un giorno fu imprigionata fra le onde del dio fluviale Cefiso e da questi violentata. Rimasta incinta, diede alla luce un bellissimo bambino che chiamò Narciso. Eccololà!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...