“Siamo immersi in una specie di arretramento collettivo alla prima fase dell’intelligenza dell’uomo, quella legata alla visione e al racconto orale, che fu superata dall’avvento della scrittura (…) Già Platone, che considerava il discorso scritto il “figlio bastardo” di quello parlato, intuì gli effetti che alcuni media possono avere sulla mente, mentre secoli dopo nessun contemporaneo si occupò di indagare le conseguenze mentali dell’invenzione della stampa. Oggi, che siamo pienamente nella Terza Fase, è necessario fare i conti con il nuovo orizzonte in cui è entrata la nostra mente e, soprattutto, quella dei nostri figli”
(Raffaele Simone, autore di “Presi nella rete”, in “Perché io, filosofo, odio il Web”, di Stefania Rossini, da L’Espresso)

“L’informatizzazione della nostra mente, la computerizzazione delle forme di riproduzione della nostra stessa vita, le modalità di espansione della potenza di calcolo grazie alla convergenza di milioni di cervelli, non sono uno strappo nel cammino dell’umanità. Stiamo, invece, recuperando categorie e comportamenti fortemente impressi nella nostra memoria culturale. Siamo a un grande ritorno. E come tale andrebbe valutato e criticamente compreso”.
(Michele Mezza, “Sono le news, bellezza!”, Donzelli Editore).

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