bruce_itunesHo rimandato ogni giorno al giorno dopo l’acquisto e l’ascolto di “Wrecking Ball”. Ho anche fatto il possibile per evitare ascolti accidentali (dalla radio, da Youtube) fino a che non fossi stato pronto a mettermi le cuffie in testa e a farci i conti. Però non è che si può sempre controllare tutto.
Adesso vi racconto come è andata.

Vi ho già detto del mio rapporto di amore e odio con la musica di Bruce. Così per non tirarla lunga, dell’amore vi basti sapere (d’altra parte, devo stare a spiegarvi l’amore?) che è stato l’autore più importante per me nel periodo più formativo della mia vita e che il viaggio in auto con i miei amici lungo la penisola per il suo primo concerto italiano nel 1985 è uno dei ricordi a cui torno più spesso.

Per l’odio, mettiamola così: il Boss, quell’artista generoso dal suono abbondante (la E-Street Band, anche dal punto del numero dei componenti, resta un caso con pochi simili) coi suoi concerti di tre o quattro ore, mi è sembrato dalla fine degli anni Ottanta una popstar incapace di trovare un passabile equilibrio fra il “troppo” e il “francamente troppo poco”.
Da una parte, quella nuova passionaccia per i sintetizzatori, che pure gli avevo perdonato in “Born in the U.S.A.” e per la quale avevo concesso il beneficio dell'”esperimento imperfetto ma interessante” a “Tunnel of Love” (in fondo, un tentativo di proiettare verso il terzo millennio il più cristallino songwriting all’americana), per quanto mi riguarda raggiunse picchi di insopportabilità in episodi come “Streets of Philadelphia” e in tanta della sua roba di due decenni.
Dall’altra parte trovavo noiosi i momenti “minimali” del Bruce one-man-band che cantava tutto solo “Born to run” o anche le versioni live dei brani di “Nebraska” o “The Ghost of Tom Joad” (tuttora per me due dischi di una bellezza difficile da ripetere). Il chitarrismo acustico del Boss, fuori dalla sala di registrazione, mi pareva intollerabilmente sciatto.

bruce_thumbInsomma, la rivendicata continuità con la tradizione del folk e con l'”American Songbook” la ritrovavi solo in quel gusto acre ma ormai appesantito da quelle indigeste glassature elettroniche, o nella pretesa di Bruce di riempire il palco della sola propria presenza. Che ci riusciva pure, se è per quello: ma più in virtù di un personale carisma guadagnato sul campo in passato che per l’effettivo peso specifico delle performance.

Così, tornato a Dylan e a tutti gli altri che suonavano la chitarra come dico io, Springsteen lo osservavo da lontano, come si fa con una storia finita: un po’ la paura di scottarsi ancora, un po’ che quando è finita, è meglio che sia finita per davvero.
Apprezzavo il fatto che il Bruce che avevo ascoltato cantare di macchine, strade, fughe, viaggi, ragazze, e che nella maturità aveva provato ad osservare i sentimenti più da vicino e a raccontarli in un modo più pensoso, fosse diventato un musicista capace di dire qualcosa di lucido sul mondo che gli gira intorno: per fare un disco come “The Rising” e una canzone come “My City of Ruins” all’indomani di un giro di boa della storia come l’attentato delle Twin Towers ci voleva coraggio. Ma in troppi momenti soffocava ancora di quel riempitivo, e dove questo era meno fastidioso c’erano canzoni che non riuscivano a librarsi in volo. E comunque sia, non si guarda indietro.

Guarda che ti vedo, te che sollevi l’angolo della bocca con l’aria di chi ha capito tutto. Quasi ti sento: “Tarantula, a chi la racconti? Tutte queste cazzate sono una sgangherata e palese intellettualizzazione: il nocciolo della questione è che gli amori giovanili sono ingombranti e trovargli spazio negli anni successivi è un bel casino. È la mezza età, baby”.
Va bene, facciamo che hai ragione tu. Magari avevo proprio bisogno di cambiare colonna sonora. Per me la musica di Springsteen era stata una guida su come salvarsi la pelle dalla morsa della provincia (“baby, this town rips the bones from our back”, urlavamo con lui pensando anche a noi): ma intanto quella provincia me l’ero lasciata alle spalle. Ne avevo conosciute altre (altrettanto crudeli, forse anche un po’ di più), abbastanza da riuscire a costruirmi strategie di sopravvivenza, e il mondo l’avevo trovato giusto due passi più in là: perché alcune delle mie passioni erano diventate il mio lavoro, e dunque una possibilità concreta di uscire da quei confini. Non era il rock’n’roll ma funzionava, forse anche meglio.

bruce_overcomeDevo dire che quell’amore conobbe un ritorno di fiamma.
Nel 2006 uscì “We Shall Overcome”, un cd di canzoni tradizionali dedicato al lavoro di Pete Seeger, cantante e studioso della musica americana, un maestro che su di me esercitava già un certo fascino. Un disco enorme, suonato come il cielo comanda da un ensemble sfavillante: contrabbasso, violini, fiati, cori, fisarmoniche! Ennesima gratificazione di qualche mania di grandezza dell’artista o, al contrario, tentativo di farsi piccolo piccolo davanti a una storia così importante?
Di quel cd mi innamorai di un amore sconsolato: era sicuramente un episodio isolato, un capriccio così, meglio non contarci troppo. L’indomani sarebbero tornati quei suoni di plastica fatti apposta per le grandi platee del pop. Tornai a guardare a distanza ai dischi successivi.

Due mesi fa ascolto il nuovo singolo “We Take Care of Our Own”. Uhm… cos’è precisamente? Un astuto assalto alle classifiche? Una “Dancing in the Dark” degli anni 2000? Però come suona bene. Però come ci trovi il rock and roll dei tempi di “The River”, dietro quella stagnola lucida.

Dicevo che ho fatto il possibile per evitare di ascoltarlo fino a che non fossi stato pronto. Ho scansato tutte le occasioni. Ma non è che puoi stare attento a tutto. Non mi ricordo dov’ero, mi raggiunge quella ballatona stile irlandese che parla di una città depredata, uccisa da un potere che non ha bisogno di sparare un colpo di fucile, e della sua gente che resta indifesa. Duro il testo, straziante l’interpretazione. C’è il folk delle “Seeger Sessions”, il furore dei primi cinque dischi e la tempra di un uomo di sessant’anni, padre anche, che guarda alla devastazione delle vite delle persone, delle loro città, delle loro relazioni, operata dal potere del capitale. E te la racconta con un dolore di cui quel ragazzo col giubbotto nero non poteva essere capace.

Insomma, ce l’ho.
È una settimana che non riesco ad ascoltare altro. So che non è piaciuto a tutti, ma “Wrecking Ball” è il disco di Bruce che aspettavo e del quale avevo perso la speranza. Sì, è vero, anche qui c’è tanta roba; ma la tragedia collettiva che si racconta qui (non è più la quotidiana privata resilienza di “Born to Run” o “No Surrender”, non è l’introspezione di “Tunnel of Love”) valorizza la vocazione corale (orchestrale, stavo per dire) della musica di Springsteen. Anni dopo “Tom Joad” il Boss torna a raccontare il sogno americano di pochi che è diventato l’incubo di molti altri. Solo che stavolta lo racconta in diretta: la Grande Depressione è quella di oggi, non quella di Steinbeck.
Questo è un disco che parla di distruzione e insieme di uno spiraglio: e per questo quel singolo apparentemente solare e ottimista non era il trailer migliore. È come raccontare un problema cominciando dalla soluzione. No, anzi, un film cominciando dalla vittoria dei buoni: che magari te lo aspetti anche, ma visto così ti falsa la prospettiva.
brucespringsteen_wreckingball
Hanno detto che è un disco musicalmente innovativo: forse lo è, forse no, ma non riesco a immaginare una direzione più chiara per una canzone tradizionale che torni a entrare nella realtà con l’autorevolezza che ebbe un tempo.

Bruce ha sessantatré anni, io continuo ad averne quindici meno di lui. Lo ascoltavamo come un fratello maggiore quando la speranza stava nel pensarci “nati per correre”; oggi, come lui, guardo impotente a quello che stanno facendo alla nostra convivenza e, come lui, ogni tanto ho il sospetto che una speranza stia nelle relazioni fra le persone, in quel “prenderci cura di noi stessi”, gli uni degli altri.
E poi, come lui oggi anch’io vivo con in mente una hometown nella quale l’avidità di alcuni ha portato la morte senza un colpo di cannone.

Dopo ventisette anni, ci rivediamo il 7 giugno a San Siro.

 

 

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4 thoughts on “Morte nella città (Bruce e io)

  1. Lucida questo ripercorso. E mi ci ritrovo, per quanto “prima” non avessi la conoscenza di Bruce che tu avevi. Per me non è un ritorno, ma un arrivo 🙂

  2. Torno su questa pagina dopo il concerto di Milano.
    Ciao a Giorgio e benvenuto Marco (arrivato non solo a Bruce ma anche su Tarantula: sebbene non so se lo sapesse ma ci era già passato). Con entrambi avevo chiacchierato altrove e so che Giorgio è uno che storce il naso davanti a certo rock ma alle notizie della serata del 7 giugno un po’ si è ricreduto; e Marco si è innamorato proprio giovedì sera.
    Ecco, la musica di Springsteen può piacere o no, però un cantante che si dà così generosamente, che ha nei confronti del pubblico una disponibilità tale che i suoi concerti sono da sempre registrati, scambiati, venduti, riascoltati, primo tocca più di chiunque altro qualcosa che abbiamo sempre pensato fosse la sostanza ultima di questa musica; secondo, ha capito qualcosa che il music business capirà forse fra duecento anni.

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