Mentre scrivo queste righe penso stia cominciando su La7 “Quello che non ho”, il nuovo programma di Fabio Fazio e Roberto Saviano. Non ho nessuna possibilità di vedermelo, ho qui sulla scrivania una pila di cose da finire e davanti una notte di quelle che solo col caffè dello studente. E infatti non so nemmeno come mai perdo tempo a scrivere questo post. Dunque non fate caso alla forma, sarò sbrigativo e non rileggerò. Come viene viene.

Non voglio parlare del programma, non l’ho visto, non posso vederlo, non mi importa parlarne qui. Sarà sicuramente bellissimo.
Una cosa però posso dirla con cognizione, dal momento che da settimane vanno in onda gli spot che lo annunciano e gran parte del danno è già fatto.
Non gli ho perdonato, a quei due, di aver preso l’anno scorso quella canzone di Paolo Conte e di averla spottizzata fino allo sfinimento. Questa è gente di comunicazione, non può non sapere che il modo migliore di svuotare di senso un messaggio è ripeterlo, e ripeterlo, e ripeterlo, e poi decontestualizzarlo, usarlo come sfondo, come sigla, come balletto, e ripeterlo, ripeterlo, ripeterlo. “Vieni via con me” è diventata un luogo comune.
Sicuramente avranno anche detto da qualche parte (sono sicuro che lo abbiano detto, lo si dice sempre in questi casi) che così quella canzone è diventata nota a tante persone che prima non la conoscevano, al pubblico della tv eccetera.
No. Quella che la gente ha conosciuto da quel programma e da tutta la spottistica che lo ha preceduto e accompagnato non è “Vieni via con me” di Paolo Conte, è una poltiglia che la ricorda, è una pubblicità televisiva.

"La sentinella" di Frederic Remington (1861 - 1909)
Adesso la stessa cosa accade con una canzone di De Andrè che a differenza di Conte non può nemmeno difendersi dalla spottificazione e dalla garibaldizzazione. “Quello che non ho” è un blues che ha a che fare con deboli e forti, che faceva parte di un disco che parlava di oppressori e oppressi: tanto che in copertina c’era un quadro di Frederic Remington che rappresenta un indiano a cavallo.
De André ormai da parecchio tempo ha smesso di essere un artista ed è diventato una istituzione. La PFM da anni svolta il conto del droghiere portando in giro le sue canzoni arrangiate come nei due famosi dischi della tournèe del 1979. Sono passati più di trent’anni e gli arrangiamenti sono ancora quelli, che hanno fatto delle canzoni di Faber una specie di classici. Si suonano come Schubert: dallo spartito. Le hanno ammazzate.
La monumentificazione dell’artista rende impossibile anche un tentativo di analisi critica della sua opera a distanza di tempo. Che non sarebbe strano, visto che quelle canzoni sono entrate nella storia, provare a leggere che parte hanno avuto, nella storia. Ma non si può nemmeno fare un discorso serio su cosa sarebbe stata la figura di De André senza alcuni incontri cruciali che sono sfociati in collaborazioni. Cosa ne sarebbe stato del De André del periodo di mezzo senza Massimo Bubola, per esempio? Parlare del ruolo dei collaboratori che lo hanno reso ancora più grande rischia di sminuirlo? Macché. Forse in un paese che coltiva ancora il mito dell’artista che crea nel silenzio della sua cameretta.
Che palle la mistica dell’artista solo contro tutti. Nemmeno le grandi canzoni sono creazioni completamente individuali. Non esiste un disco veramente importante scritto nel silenzio di casa e nell’isolamento da qualunque influenza. Nemmeno le poesie a quindici anni nascono così. Se ne siete convinti, semplicemente vi ricordate male.
Il grande artista non è quello che non ha bisogno di nessuno: è quello che sente in anticipo l’alchimia, che vede sé stesso come un nodo di una rete creativa, che sa scegliere la gente con cui lavorare. Qual è il capolavoro dei Beatles? Essersi scelti. “Come Together” è solo una conseguenza, viene molto dopo.
Di che stavo parlando? Ah.
Da stasera l’artista finisce dritto dritto dal piedistallo al cimitero delle citazioni.
“De André chi, quello de Saviano o quello der Nokia de mi’ cuggino?”.
P.S.: se non mi sono spiegato bene, questo post non parla di quanto sia bello tenere la cultura protetta dal grande pubblico, a disposizione di pochi gelosi fanatici che se la tirano.
Fatemi lavorare, va’.

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5 thoughts on “Quello che no no.

  1. Perfettamente d’accordo.. così come non posso fare a meno di notare che una trasmissione dal titolo “quello che non ho” venga tenuta da due persone che praticamente hanno tutto..!! Tipico del nostro paese..

  2. Pensavo però che comunque il senso del messaggio fosse talmente importante da superare tutte le forme di “mitizzazione” che possono investire una canzone, un artista, un’opera d’arte…pensavo a noi che ripetiamo(più o meno pedissequamente) quello che i nostri maesti ci hanno insegnato, che nella stanza di terapia “scimmiottiamo” le azioni di Cecchin e solo dopo molto tempo(forse riusciamo ad introdurre una nota originale…ma questo non rende meno grande l’opera di Cecchin ed il messaggio che lui ci ha lasciato..

  3. Sono assolutamente d’accordo sull’inflazione esagerata dei ‘ritornelli’ nello stile di Fazio. io ho visto la trasmissione, ho tentato di reggere fino alle 22,30.. poi ho deciso che ne avevo abbastanza. Mi piace lo stile, ma è troppo monotonico e soprattutto tendente al depresso. Le parole sono anche leggerezza e positività (grazie al cielo!) ma di leggero non c’era proprio nulla, fatto salvo per la godibile uscita della Littizzetto. L’idea è buona, ma occorre uscire dallo stereotipo che ‘solo se sei persona di cultura, che dà valore alle parole che contano puoi dire di saper leggere il mondo attorno a te’, che mi sembra aleggi perennemente. Questo clima opprimente, intervallato dai soliti (per quanto bellissimi) stacchi musicali al lungo andare risuona poco attraente e soprattutto ridondante. Le parole hanno un valore, su questo siamo d’accordo, ma hanno anche il valore del gioco e della leggerezza, che qui non viene per nulla preso in considerazione. Forse è perchè mi sono persa la seconda parte, ma dubito che Saviano si riveli d’un tratto un inguaribile ottimista allegro e un paroliere divertente…

  4. hai parlato con Capossela vero !?! …. Capossela legge tarantula vero !?! …. si per alcune cose convengo pienamente …..; non so quanta attinenza abbia (io riesco a dargliela ma non posso costringere alcuno a tuffarmisi dentro) ma capisci perché mi da un fastidio cancerogeno quando vedo un 50enne pubblicare smoke on …. cocaine …. satisf …. walk on … roadhouse e qualcos’altro mentre se un ragazzetto mi pubblica una cover delle medesime (che cmq detesto quasi quasi mi commuove !?!

  5. @Scipione: non lo posso sapere se hanno tutto. Ma vedi che la canzone di De André diventa uno slogan? Finisce per ridursi a un significato unico, tanto che c’è chi può permettersi di rivendicarlo e chi no.

    @ Tiziana: è un’altra cosa (anche se: non ti viene a volte il sospetto che l’autore che nomini sia spesso più citato che compreso?). Io non ho parlato di mitizzazione. Le canzoni sono forme di vita delicate, se metti Satisfaction nello spot di un deodorante diventa la canzone del deodorante.
    Ecco, “Via con me” era per me di volta in volta la canzone del concerto del 1987, o di quel viaggio, o di quel momento ecc. All’improvviso diventa la sigla di un programma tv, e ogni volta che la ascolto sento che me l’hanno rubata. Non mi viene più in mente il concerto dell’87. Hanno sterilizzato la molteplicità delle (mie) connessioni possibili di quella canzone.

    @ Manuela: la retorica finisce per avere il sopravvento sui contenuti.
    Ricordo che rimasi fortemente perplesso quando ascoltai il monologo di Saviano su L’Aquila, durante “Vieni via con me”. Avendo una certa conoscenza (non solo attraverso i giornali, ma personale) delle vicende di cui parlava, ebbi la possibilità di misurare il peso specifico dei contenuti di quel discorso. Detto molto bene, anche insistendo sugli aspetti più lacrimevoli della faccenda, ma banale rispetto alla complessità delle cose.
    Si può scegliere di puntare a far piangere invece che a condividere informazioni. È una pratica non solo legittima, ma anche antica e nobile: rientra in quello che si chiama “spettacolo”. Diversa dall’informazione, ma legittima. L’importante è non confonderle.
    Federica Sgaggio sul suo blog e nel libro “Il paese dei buoni e dei cattivi” spiega il fenomeno Saviano nella chiave di quello che lei chiama il processo di “personaggizzazione”.

    @ Luca: se ti riferisci alla versione che ha fatto della canzone di De André, l’ho vista da qualche parte. 🙂
    Sono rimasto innamorato di quella che fece di “La città vecchia”.

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