Facciamo che non è più un segreto. D’altra parte è già uscita una segnalazione a firma di Valeria Gentile (grazie, Valeria!) sul canale HiTech di Blogosphere (leggi “Ebook su L’Aquila in arrivo: “Il primo terremoto di Internet”, di Massimo Giuliani”), che è poi stata ripresa anche da Maria Cattini per Laquilablog (qui).
Valeria è nota in rete anche come Kindlerya: conobbi il suo lavoro proprio in occasione di un suo reportage su L’Aquila che mi emozionò molto.
Accade che tempo fa mi sia messo a lavorare a un libro che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto contrastare alcuni ripetitivi luoghi comuni sulla rete. Che le relazioni on line, ad esempio, siano poca cosa rispetto a quelle “in presenza”; che solo queste ultime possano essere chiamate relazioni; che le informazioni dalla Rete siano per lo più inattendibili, o comunque meno attendibili di quelle dei media “veri”; che questi luoghi virtuali siano una colossale perdita di tempo senza utilità. E altri che anche a voi verranno in mente senza fatica.
Ecco, cominciai a scrivere su tutte queste cose e mi resi conto che mi serviva un “focus”: mi servivano esempi, cose da raccontare, esperienze per dire “non sempre è vero, e lo posso dimostrare”. Sennò sono chiacchiere, e io invece volevo mostrare che i fatti smentiscono le chiacchiere dei nostalgici di quando c’era solo la tv.
Pensa e ripensa, a un certo punto ho scoperto una cosa che pure avevo sotto gli occhi (sai come succede quando ci devi proprio sbattere il naso, no?): da anni seguivo il rapporto fra social network e terremoto, fra blog e informazione. Molti fra quelli che scrivevano on line del terremoto, che facevano da contraltare all’informazione fasulla, o che facevano ricerca su quel giacimento di narrativa collettiva, erano miei amici.

Foto di Francesco Orifici

La lente migliore per parlare della Rete era L’Aquila! Tanto era stata utile internet a raccontare L’Aquila, tanto la città e il suo terremoto potevano spiegare alcune cose importanti del virtuale, delle relazioni on line, di come esse possano sostenere le persone quando i legami si disintegrano, di come le persone, raccontando la propria vita, possano diventare fonti al servizio dei cittadini di un paese dall’informazione farlocca (ricordate? ne parlavo anche a proposito di questo convegno).
La notizia è che il lavoro è andato avanti ed è quasi finito. È diventato un’altra cosa: non un saggio su relazioni e virtuale ma più un libro di storie (per quanto non manchino i momenti in cui mi fermo a ragionare su ciò che quelle storie mi fanno capire), fatto di interviste ad alcune voci aquilane del web, di estratti dai loro post, dai loro scritti, dai loro spettacoli. È una storia sulla Rete, che non è fatta di cavi e monitor ma di persone in carne e ossa. Una storia della Rete che passa attraverso le vite dei blogger e degli autori aquilani che ho incontrato e che mi hanno regalato un po’ del loro tempo.
Una cosa di cui sono contento è che uscirà soprattutto in formato e-book: appena vanno in porto due o tre condizioni, vi dico di più.
Il titolo l’ho preso da una mia relazione di alcuni anni fa, che alcuni amici aquilani ricorderanno: “Il primo terremoto di Internet”.
Datemi un po’ di tempo ancora.

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4 thoughts on “Una città racconta internet (arriva il mio eBook!)

  1. Ciao Massimo.
    Sembra interessante questo tuo libro elettronico. E mi sembra la conseguenza naturale del tuo percorso fatto in rete, per quel che riguarda L’Aquila.
    Quanto alle possibilità d’incontro e di scambio con l’altro che la rete dà, io, considerando le mie esperienze, discorso personale quindi, la penso diversamente.
    Sono però d’accordo su questo. Quando accade qualcosa di eccezionale, di traumatico per una collettività, di sensazionale… in internet spesso accade si risveglino coscienze ed energie collettive, dando vita a collaborazioni e scambi sul fronte umano. Internet, secondo me, simile in questo ai media tradizionali, risuona in tal senso reagendo all’eccezionale all’accadimento ‘senza precedenti’. Rivoluzioni, indignazioni, cataclismi naturali… Altrimenti tutto fermo, l’incomunicabilità regna sovrana (nei blog come nei social network), intendo dal punto di vista delle relazioni, ovviamente, non dell’informazione. A me sembra che, nella normalità delle cose, poco di autentico e di veramente umano passi attraverso la rete. Certo è un’impressione personale, probabilmente al netto della mia inadeguatezza a comunicare con gli altri con un mezzo diverso dalla voce umana. Ma è pur sempre un’esperienza del cosiddetto virtuale.
    Ti saluto, buona giornata
    Daniele

  2. Ciao Daniele, l’immaterialità e la velocità ti danno spesso l’illusione di stare dentro la realtà “vera”, di averla a portata di mano. Clicchi su “mi piace”, o condividi la notizia del taglio delle pensioni, aggiungi due righe di commento e ti senti “impegnato”.
    Però mi capita di parlare con persone che, commentando l’ultimo apocalittico, mi dicono “ma che ne sa, quello?” e mi raccontano che, vivendo una situazione personale che ostacola momentaneamente le relazioni col mondo, il contatto attraverso i social network rappresenta l’unica alternativa possibile all’isolamento.
    Sostituisce le relazioni di persona? Penso di no: ma secondo me, più che ragionare in termini binari (cosa è relazione e cosa non lo è) è utile pensare ai modi diversi in cui le relazioni possono articolarsi. Compreso il grado di “inganno” che ciascun genere di relazione può comportare e, certo, come tu suggerisci, le differenze individuali nel sentirsi a proprio agio in ciascuna di quelle dimensioni.
    Sappiamo da parecchie esperienze (la psicologia sociale lo spiega) che la prossimità fisica non è l’unica forma possibile di prossimità. Però se ne dimenticano soprattutto tanti psicologi, che si occupano di internet prevalentemente per aggiungere un’altra voce all’elenco delle “addiction”.
    Però, proprio partendo dalla distinzione che fai tu: un conto è una condizione tragica e estrema, e un conto è l’uso quotidiano che facciamo della rete, la normalità delle cose.
    Per me già ce n’è abbastanza per fare un discorso meno grossolano di tanti che si leggono. Cioè: non esiste la “rete”, non esiste un fantomatico “popolo della rete”, ma esistono persone diverse e soprattutto contesti diversi. Cioè: migliaia di persone hanno vissuto un’esperienza in cui la rete non è stata soltanto strumento di servizio e possibilità, per i singoli, di comunicare: è stata il mezzo attraverso il quale tanta gente ha costruito e condiviso narrazioni collettive in un momento in cui le relazioni (quelle fisiche) erano “esplose”, e il rischio per la coesione della comunità era altissimo. Ne vogliamo parlare o il discorso sulle relazioni al tempo del virtuale è condannato alla gabbia degli argomenti moralistici?
    (Diversa è la tua posizione: tu parli in prima persona. Quello che io dico è che per capire un fenomeno come questo, coi suoi limiti e le sue potenzialità, o si ascolta l’esperienza delle persone o si fa la sociologia dell’accetta).
    Ciao!

  3. Anch’io ho vissuto “una situazione personale che ostacola momentaneamente le relazioni col mondo”, anch’io, come quelle persone, credevo che le relazioni mediate da internet fossero “l’unica alternativa possibile all’isolamento”. E mai ho dubitato che si potessero instaurare tali relazioni. Per me, semplicemente, si sono rivelate tossiche. Proprio a causa della “situazione personale che ostacola momentaneamente le relazioni col mondo”. Proprio perché in quel momento erano le sole possibili. E la tossicità derivava dalla capacità della rete di evocare fantasmi, di prestarsi a laboratorio di sé, di veicolare le proprie narrazioni. Il problema era in qualche modo connesso all’immaginazione che nella solitudine si acuisce come l’udito con la cecità.
    Questa è, come hai sottolineato, l’ottica della mia esperienza. Credo però di non essere il solo a pensarla così, per ciò che ho letto e sentito. Chiaramente il raggio d’azione del mio ascolto e della mia esperienza non ha misura statistica.
    Ma lungi da una demonizzazione di tipo moralistico. E dalle generalizzazioni puerili… (Quando leggo espressioni del tipo “popolo della rete”, spesso in articoli del giornale di Stato – quello del de Bortoli, per intenderci – mi viene un terribile prurito al mente.)
    E qui ti saluto. Buona giornata.
    Daniele

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