“Per noi altri, non aquilani, tutto cominciò la mattina del 6 aprile”

Tre anni oggi.
Pubblico la nota che Marina Callegari – è milanese, ma in questi giorni è a L’Aquila come aveva promesso da tanto dopo aver conosciuto nel social network tanta gente dell’Aquila – ha scritto su Facebook nella notte.

Per noi altri, non aquilani, tutto cominciò la mattina del 6 aprile. Per me con il GR3 delle 8:45, la mia ora di colazione: c’è stato un terremoto a L’Aquila. Da quel momento inziò il fiume delle notizie, parole e immagini seguite con interesse, partecipazione, e poi indignazione nel vedere come veniva gestita quella emergenza nazionale dai delinquenti che allora occupavano le stanze dei bottoni. Così, in quei giorni si tracciava il profilo di un’entità astratta e collettiva: i terremotati. Erano una popolazione, 309 morti, gli altri vivi. Pertecipavamo alla loro disgrazia, ci rammaricavamo per loro.
Loro chi? I terremotati sono una popolazione, non sono persone. Non le conosciamo personalmente, non sappiamo immaginare un solo viso, una sola voce. Leggiamo magari qualche storia particolarmente adatta alle prime pagine dei giornali, che in quanto tale diventa un “caso emblematico”.

Marina Callegari

Poi a me capita una cosa strana: conosco su FaceBook un aquilano che vive al nord, ma che in occasione del terremoto decide di occuparsi del modo in cui la rete parla del terremoto (e poi anche di come il terremoto parla della rete, ma questa è un’altra storia!), così incomincio a leggere le sue parole, e poi quelle di aquilani che scrivono nei loro blog, e poi gli articoli dei giornali locali che spesso pubblicano su Facebook. Poi entro in contatto con alcuni di loro, su Facebook, e mi accorgo che non mi succede più di pensare ai terremotati, ma a persone che hanno nome e cognome, che sono tutte diverse le une dalle altre, che non sono nati terremotati, che fino a quella notte erano persone NORMALI, terremotate quanto posso esserlo io. Solo che una notte la terra ha sconvolto i muri delle loro case, la loro città, la loro vita.

Foto da qui

Stasera, in un ristorante dell’Aquila, nel tavolo accanto al mio, una giovane coppia si interrogava a vicenda: “Cosa facevi tu tre anni fa a quest’ora?” “Ero al cinema a vedere quel film di Clint Eastwood, sai quello in cui lui è un vecchio burbero, innamorato della sua vecchia auto, come si chiamava?” “Gran Torino”, interviene lei; e aggiunge: ”Io invece chattavo con un mio compagno di università, ci stavamo mettendo d’accordo perché la mattina dopo dovevo andare a studiare da lui, alla casa dello studente”. La vita dei “terremotati” era tremendamente uguale alla nostra, fino a un attimo prima… Allora sono certa di avere fatto bene a venire qui, oggi, cogliendo al volo l’occasione delle pezze, che peraltro fanno solo timidamente capolino sotto gli scrosci incessanti della pioggia. Luisa, l’amica feisbucchiana che ho guardato in faccia oggi per la prima volta, e che cinque minuti dopo il nostro incontro mi apriva la porta del suo miniappartamento nelle c.a.s.e. e mi offriva un caffè, come se ci conoscessimo da sempre, mi ha fatto intravedere cosa vuol dire vivere in una casa che non hai scelto, in un luogo che non è il tuo (la sua casa è stata rasa al suolo, mi ha mostrato anche quella). Poi mi ha portato in giro per il centro, e poi a vedere la basilica di Collemaggio, a mettere il nostro post-it al bar del Commercio, a bere un tè in Piazza duomo, nell’unico piccolo bar aperto, sempre circondate da impalcature che sorreggono archi e facciate. Poi ci siamo salutate, davanti al tendone di Piazza Duomo e poco dopo sono tornata in albergo da sola, con un gran peso dentro, con un malessere che non riuscivo a definire, finché ho capito: era il peso del silenzio e del deserto. L’avevo letto chissà quante volte, ma bisogna camminarci con i propri piedi nel centro ferito di questa città per sentire il peso di una città svuotata, dove non accade nulla, non passa un autobus, un’automobile, rarissimi i passanti, chiusi i negozi.
Stanotte ci sarà la fiaccolata, ma non me la sento di andare. Quello che ho visto e sentito mi ha già riempito il cuore. Ho augurato a Luisa “buonanotte” salutandola, sapendo che non sarà una notte qualsiasi.
Domani però sarò ancora qui, a incontrare un’altra amica feisbucchiana che finalmente si materializzerà anche lei, e ad assorbire ancora l’aria di qui, per portarla via con me, e non dimenticare.

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