Che il web abbia raccontato il terremoto dell’Aquila in maniera – diciamo – complementare ai media tradizionali, lo sappiamo. Che abbia dato dapprima un contributo di partecipazione emotiva alle cronache, perché raccontava “da dentro”, anche questo è noto. Che via via sia diventato il controllore dell’informazione mentre i “grandi” mezzi di comunicazione cianciavano di ricostruzioni e ritrovata serenità, l’abbiamo detto tante volte.
Ma se è ovvio che la rete ha raccontato il terremoto dell’Aquila, non è altrettanto evidente che L’Aquila e il suo terremoto costituiscono un’occasione per “capire” la rete.
Torno or ora da L’Aquila, dopo che ho partecipato (e ringrazio Massimo Alesii) al convegno che la Ferpi (la Federazione Italiana delle Relazioni Pubbliche) su “Comunicare la ricostruzione”: mi hanno chiesto di parlare di Internet e terremoto.
Quel che ho cercato di dire è che conoscere il ruolo e la storia di blog e Facebook dalla notte del terremoto in poi, suggerisce più di un dubbio su alcuni dei più tenaci luoghi comuni sul web e sui suoi frequentatori. Quelli che i titolisti senza fantasia chiamano “il popolo del web”: che non esiste se non nella loro testa. Non c’è un “popolo del web” distinto dal resto del mondo. Fra le voci che hanno raccontato il terremoto aquilano non ci sono smanettoni fanatici: ci sono insegnanti, professionisti, commercianti, studenti. Alcuni di loro fino al giorno prima non avevano un account su Facebook, pochi avevano un blog, qualcuno ha imparato nell’occasione a digitare un articolo in WordPress e ancora litiga coi “tag”. Non li riconosci per la strada dagli occhialoni da nerd, non si rinchiudono nelle loro stanze a consumare la tastiera. Non esiste, insomma, un “popolo della rete” più di quanto esista un “popolo del telefono”. Esistono piuttosto persone in carne ed ossa che condividono col resto dell’umanità il bisogno naturale di raccontare, e che talvolta trovano nella rete un’opportunità di farlo. Nel caso del terremoto, uniti dal bisogno di raccontare una storia e una città, per impedire che sull’una e sull’altra cadesse il silenzio.
Un’altra: la rete sarebbe uno dei killer della prossimità fra le persone. Un argomento trito ma sempre di sicuro effetto, che non tiene conto che la prossimità non è solo fisica: esiste una prossimità psicologica che, soprattutto quando le comunità sono polverizzate, sostiene le persone e le mantiene connesse.
Anna Pacifica Colasacco mi raccontava di quando, sfollata in una roulotte, senza accesso alla rete, ricevette da alcuni blogger di altre città, che si erano autotassati allo scopo, un portatile e una chiavetta adsl. “Abbiamo bisogno che racconti”, le fecero sapere.
Luisa Nardecchia, “ospite” in un albergo al mare, non aveva una connessione Internet: scriveva le sue “Cronache costiere” e non sapeva che tanti, dentro le mura e fra gli aquilani dispersi in giro per il mondo, le leggevano e le condividevano. Lei aveva bisogno di scriverle, molti avevano bisogno di leggerle.
Chiedete a loro se tutto questo non ha, in qualche misura anche minima, rappresentato una forma di “prossimità” quando la diaspora e la frammentazione sistematica delle relazioni (persino di quelle familiari) avevano reso impossibile essere vicini.
Un altro luogo comune è quello per cui sì, bello che tanta gente contribuisca a un sapere condiviso, ma non sarà mica attendibile come i giornali, le enciclopedie, la televisione.
Le voci on line hanno esercitato, dalle prime ore del 6 aprile, una continua e competente vigilanza sull’informazione. Se non ci fossero stati i blog e gli utenti dei social network a vigilare sulla qualità e sui contenuti dell’informazione post sismica, la verità sul terremoto sarebbe per gran parte dell’opinione pubblica quella di Forum: città ricostruita, aquilani tutti a casa propria e contenti, con giardino e auto in garage.
Oggi non si può fare un discorso serio sul cosiddetto “giornalismo partecipativo” senza conoscere quello che è successo dopo il terremoto. Senza sapere, ad esempio, che Adriano Di Barba non è solo un cittadino che ha deciso di dire la propria: è un esperto. Ha iniziato l’attività di ingegnere in Friuli, nei giorni successivi al terremoto del 1976. Anni dopo ha lavorato su altri teatri di tragedie simili, e oggi, quando qualcuno si riempie la bocca del “modello Friuli” a proposito dell’intervento a L’Aquila, Adriano di Barba è uno dei pochi che possono dire con cognizione di causa: ma quale Friuli: io c’ero, e vi racconto le differenze macroscopiche.
Ecco: L’Aquila racconta il web così come il web ha raccontato la tragedia aquilana.
Di alcune di queste voci ho raccolto nei mesi scorsi testimonianze, storie e post già pubblicati, per farne qualcosa che, spero, vedrà la luce presto. Tutte queste storie mostrano che, se le fratture dei muri erano una condizione ineluttabile, la parola poteva almeno contribuire a ricomporre le fratture del senso e della memoria. E come la rete ha contribuito, in questi tre anni, a salvaguardare una storia condivisa sul presente e sul passato, così, spero, aiuterà le persone a costruire una storia condivisa per il futuro.
Intanto, qui di seguito, trovate la presentazione in Power Point della relazione che ho portato alla Ferpi.

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One thought on “Il terremoto racconta la rete

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