Martedì 21 febbraio, sulla propria pagina Facebook, Enrico Ruggeri scrive:

Tutti i cantanti sono soliti snocciolare cifre quasi sempre gonfiate sulle loro vendite. Io invece voglio essere sincero: il mio nuovo cd non sta andando bene. Tutti mi fanno i complimenti, tutti dicono di averlo ascoltato, ma le vendite sono molto più basse della mia media. Mi sembra strano proprio in un momento in cui grazie a facebook e twitter ho instaurato un rapporto continuativo e cordiale con decine di migliaia di persone.Non posso pensare che tutti questi miei amici vogliano solo interagire con me senza aver voglia di sentirmi cantare. E non voglio pensare che tutte queste persone lo abbiano scaricato illegalmente. Cosa pensate in proposito?

Il cd in questione è “Le canzoni ai testimoni”, una raccolta di vecchie canzoni del padrone di casa reinterpretate da altri artisti. In quel momento la pagina contava circa ventimilatrecento iscritti: come, dice Ruggeri, ho un rapporto cordiale con tanta gente, tutti mi dicono bravo, e poi il disco lo scaricate gratis?
Le reazioni si dividono in tre gruppi. Uno che dice: “Qua non c’è una lira: i dischi non li possiamo comprare (un cd senza canzoni nuove, poi): o rinunciamo, o masterizziamo”. L’altro che dice: “fattene una ragione, il disco è proprio brutto”, sostenendo la critica con argomenti più o meno competenti. Il terzo gruppo è fatto di risposte variamente (e non sempre volontariamente) irriverenti, da “ah, c’è il disco nuovo?” a “ma io credevo che fossi un presentatore” a “dai, ti mando un euro”.
Due giorni dopo Ruggeri posta il seguito. Facile immaginare dopo una reazione della casa discografica: non è una mossa astuta, dichiarare in pubblico “il mio disco è un flop”. A leggere le repliche, no, non è astuta. Così il cantante dice

E’ venuto il momento di aggiungere qualcosa al mio post.
Ciò che ho scritto NON ERA una autocritica, NON ERA una dichiarazione di fallimento, NON ERA una lamentela nei confronti della mia casa discografica, che è vittima e non artefice di questa situazione.
Volevo sollecitare un dibattito su un problema che penalizza non gli artisti come me, fortunati e svincolati dal pensiero di vendere dischi.
Quelli che subiscono questa situazione sono i nuovi musicisti, soprattutto i migliori, quelli che avrebbero bisogno di tempo, investimenti e lavoro per diventare i prossimi artisti di vertice.
Avrei potuto tacere: paradossalmente questa situazione impedisce il ricambio generazionale e quindi avvantaggia chi, come me, è già saldo al suo posto.
Ma sono così, non riesco a tollerare ingiustizie.

Voleva sollecitare il dibattito sulle ingiustizie, dice.
È incomprensibile che, di tanti artisti che sono presenti sui social network, la stragrande maggioranza intendano la comunicazione via web ancora come una specie di vetrina, o di affissione pubblicitaria, come per qualunque altro prodotto commerciale. È “promozione”.
L’idea è: “mi metto lì, le persone verranno da me”.
Fate un giro nella pagina Facebook di Ruggeri (selezionando i suoi post, con l’opzione in alto, per distinguerli dai moltissimi dei visitatori).
Il 12 febbraio uno status esprime dolore per la morte di Whitney Houston. Da lì passano nove giorni, e il post successivo è quello citato, del 21. Centinaia di persone rispondono coi loro commenti, e mai Ruggeri partecipa alle conversazioni.
Il rapporto “continuativo e cordiale” è questo: ma come, vi faccio entrare a casa mia a fare il vostro porco comodo e voi nemmeno mi comprate il cd?
Quando sei presente in rete, non crei dei clienti, ma un pubblico competente e critico. Ci sarà una parte che ti manda complimenti sperticati a prescindere, per vivere l’inebriante sensazione di toccare con un dito la star; molti altri sono lì per partecipare a una conversazione alla quale tu li hai invitati. Della quale sei un partecipante ma, pazienza se non ti piace (non te l’ha ordinato il medico), anche l’oggetto. La curiosità per il tuo libro, per il tuo disco, è un prolungamento di quella conversazione. Ci stai?

P.S.: la vogliamo dire tutta? Far uscire un cd sotto Sanremo, per un artista “sanremese”, è incosciente. Poi, “Le canzoni ai testimoni” non è un disco di propri successi riarrangiati e risuonati: è un vero e proprio disco tributo, suonato da altri gruppi (la voce di Ruggeri si intromette solo ogni tanto). Ma dove mai si è visto un cantante che si omaggia di un autotributo?

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2 thoughts on “Non puoi più trattare i tuoi cantanti come fossero bignè

  1. …è solo che qualcuno trova in costo del “mischiarsi” e della parità troppo alto. Significa riconoscere a se’ stessi e agli altri uguale rilevanza e importanza nella relazione. Per alcuni è meglio stare su un piedistallo. Decisamente più sicuro.

    1. Sì, un po’ c’è anche questo.
      Ma in generale penso piuttosto che sia una fatica a entrare in un modo diverso di pensare. Forse è anche un segno che certi artisti non interpretano più quel che gli gira intorno.

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