Scusate il ritardo. Posto ora l’articolo pubblicato lo scorso 13 febbraio nella rubrica “Linguaggi della rete” di Bresciaoggi.
Un curioso intervento di Romano Prodi su economia e social network ha raccolto un certo interesse, e un certo numero di reazioni, in rete. La questione è: in un’economia che passi per la rete, il cliente può essere considerato ancora nient’altro che il “consumatore finale”?
L’articolo è uscito col titolo “Web 2.0, ci sarà più lavoro rispetto al manifatturiero?”:

Tanto per occuparci di cose serie, vista la fase che attraversiamo: in che modo il web può partecipare a quella crescita economica di cui si sente il bisogno per non affidare le nostre speranze solo a tagli e sacrifici? Se ne occupa addirittura Romano Prodi, intervenendo sulla rivista online Linkiesta.it a proposito di manifattura e Internet: il digitale, dice il professore, non produce affatto più posti di lavoro di quelli che sostituisce. Il web e i social network, semmai, possono contribuire a creare una nuova, più estesa e complessa «supply chain» (quella catena di informazioni e di prodotti che va dal fornitore di materie prime fino al consumatore) e «una forma di economia assolutamente nuova e rivoluzionaria».

La conclusione è che con i mercati orientali che preparano la sfida su ben altri terreni che il basso costo del lavoro, si fa urgente una politica economica europea.

Ma una «supply chain», diciamo così, 2.0, integra necessariamente anche il consumatore, o meglio: reti interconnesse di consumatori che condividono conoscenza e attraverso i loro sistemi informativi retroagiscono su quella «catena». Insomma, i sistemi umani più li immagini complessi e meno riesci a descriverli come catene lineari che hanno un inizio e una fine. Non è solo questione di dimensioni, insomma: la differenza sta nel grado di interconnessione e dunque di imprevedibilità: perché se un sistema è una rete complessa di concause, hai voglia a pensare di determinarne o anche solo prevederne i comportamenti.

Vuoi vedere allora che la competitività delle aziende passa – paradossalmente – anche per la capacità di collaborazione e ascolto? Per il coraggio di superare vecchi, unidirezionali modelli comunicativi e di accogliere i feedback di quelli che un tempo erano destinatari finali di merci e informazione?

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