Tanto ormai si è capito, no? Il gioco è svelato e ce l’avete chiaro tutti.
Questi non li hanno messi lì per governarci. Stanno lì per farci sentire inadeguati. Ma inadeguati non perché siamo mammoni, sfigati e monotoni, no: inadeguati perché non siamo come loro. Hanno capito che se volevano cambiarci almeno un pochino, non bastava un piccolo incoraggiamento, un buffetto sul muso: dovevano darci dei modelli che ci facessero sentire terribilmente colpevoli delle nostre miserie e delle nostre debolezze. Farci provare un po’ schifo di noi, se possibile. Non troppo, ma almeno un po’ sì.
Ma ti ricordi la famosa prima conferenza stampa, quella con la ministra che piangeva? Che diceva “Sacr… Sacri…” e non riusciva a finire la parola? E noi tutti che dicevamo caspita, che classe, che cultura! Ogni volta che ripensa a Sacripante le viene in mente l’amore appassionato che nutriva per Angelica e non trattiene la commozione. E dagli a invidiarla. Che donna, che sensibilità!
Sì, quella volta che erano tutti lì a darsi del tu e a chiamarsi per nome, tanto che i giornali l’indomani scrivevano “cavolo, si vede proprio che son cresciuti negli Stati Uniti”. Perché nei paesi anglosassoni la seconda persona è la seconda persona e basta, mica tu, lei, voi. In particolare in America i titoli non vanno così forte. Se abbiamo mangiato insieme sei Carlo, se non c’è tanta confidenza sei comunque Mr. Carlo, mica dottore o professore o esimio collega e quelle cose là. Ammazza che stile, dicevamo tutti, questi si capisce che hanno girato il mondo, mica come quel provinciale di Gasparri che non ha mai messo il naso oltre il casello di Lunghezza.
E loro sorridevano, come per dirci “visto? Se fate come vi diciamo noi, diventate anche voi felici, mobili e cosmopoliti”. Francamente: evasori e puttanieri, come voleva quello di prima, non era un po’ più alla portata? O comunque, non si potrebbe andare almeno per gradi? Tutte le teorie pedagogiche ormai concordano che far sentire le persone delle merde non è precisamente l’incentivo più efficace al cambiamento.
Ad ogni modo, uno ci prova. Diteci da dove si comincia.
La prima: un posto fisso è terribilmente out, noioso e burino. O ne hai sei o sette come noi, o piuttosto nessuno.
Allora uno dice: “no, guardi, è carino da parte sua, ma la prima è fuori discussione. Sei o sette non ci arrivo nemmeno mettendo insieme tutti quelli della mia famiglia allargata. Però apprezzo che ci sia un’alternativa. Facciamo nessuno, allora. Libero come l’aria. Che problema c’è? Il tipo, là, in banca, mi ha appena detto che così il mutuo me lo sogno, ma vorrà dire che intanto sto con mammà.
“Mammà?? Ma che, sei scemo?”.
“Oddio, chi è? Ah, quell’altra. Ma che vuole?”
“Chi ha detto mammà? Di’, non è che sei uno di quelli che cercano lavoro vicino ai genitori??”
“Nooo, non mi ha capito… Scusi, sa, è che quello di prima… l’amico suo, là… ha detto che tocca essere mobili, niente posto fisso, niente sicurezze. Allora, siccome sono talmente mobile che non trovo nemmeno un posto dove tornare la sera, no?, dicevo… Però guardi, se non le va bene non c’è problema, mi invento qualche altra cosa. Lo sa?, anche ai tempi dell’università mi sono rimboccato le maniche, proprio per non gravare sulla famiglia. Certo, ci avrò messo un po’ di più, ma…”
“Ah ah ah! Matteseivisto? Ma sei proprio uno sfigato!”
Chi è ancora? Un giovanotto con l’aria di quello che a dodici anni ha risolto sdegnosamente un’equazione che Einstein aveva lasciato in sospeso, ti guarda pieno di disprezzo e ti fa: “Ma allora non hai capito ggnnente! Guarda me, che a quattordici anni ho preso la mia prima laurea e a diciotto, insieme alla patente daa porscettina, la mia prima cattedra”.
“Sìiiii, nooo, ha ragione, ma io dicevo a quella di prima, come si chiama, che non volevo essere un peso per la famiglia, insomma, mettetevi d’accordo! E chi la vuole cotta, e chi la vuole cruda!”
Allora non ti perdi d’animo, ti fai le tue ore di lavoro finché c’è, poi torni nel tuo appartamento, magari aspetti moglie e figli mobili e felici, che studiano e lavorano possibilmente in un posto da cui i treni partono un giorno no e uno in ritardo, intanto versi un sugo da riscaldare, butti la pasta e accendi la tv per guardare un programma, per una volta senza professori e saputelli di qualche genere.
E lì trovi una tipa dal fisico abbondante, che stira la sfoglia con la stessa leggiadria con cui Carolina Kostner ti butta lì una trottola bassa, e ti dice chiaro che quella roba che stai facendo non è mica mangiare. Che mangiare è avere un tavolo di sei metri per quattro per impastare la farina – ma mica quella del discount sotto casa – e far bollire il ragù per otto o dieci ore, e volteggiare fra sei fornelli che ardono contemporaneamente, altro che quella merda che mandi giù, e le dici “sì, ma dovrei avere un sacco di tempo per me, magari lavorare vicino casa… Quelli là dicevano che è roba superata”.
Quella ti squadra con commiserazione. Allora apri la pattumiera e butti via tutto, e chiami i familiari che stanno arrivando affamati: “niente da fare, ci hanno chiuso il gas. Devo essermi dimenticato qualche bolletta”.
Umiliato, non ascolti più nemmeno la televisione che continua ad urlare in sottofondo. Anzi, ti accorgi di lei per un solo attimo ancora: giusto il tempo di ascoltare quello spot che ti rivela che finalmente sono arrivati quei bocconcini di prosciutto cotto a forma di frattali, che li scongeli in tre minuti e li prepari in due, operazione per la quale tua moglie ti sarà grata e i tuoi figli, forse, si ricorderanno di te quando sarai all’ospizio. Come? Non li conoscevi? Ma dov’eri finora? Ma che schifo di uomo sei?
Crolli sulla sedia.
Poi alzi gli occhi e guardi nel televisore: tu non li vedi ma loro sono tutti lì.
Guardi fisso lo schermo: so che mi vedete, so che mi sentite.
Sapete che c’è di nuovo? Sapete cosa c’è?
E in quel momento senti che in quel “vaffanculo” che cresce rossiniano, scivolando dapprima sulla “v”, poi fendendo l’aria delle effe, esplodendo quindi nello schioppo della “c” e liberandosi infine nella “o” ad libitum, c’è tutto quello – lì sì, per davvero – per cui vorresti che i tuoi figli ti fossero grati. Altro che i frattali di prosciutto cotto.
Ma tua moglie e i figli sono appena rientrati, e sono lì sulla soglia della cucina. I fornelli sottosopra, tu con le vene del collo che scoppiano, si guardano e pensano “stavolta l’abbiamo proprio perso”.

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4 thoughts on “L’avvelenata

  1. Lassa perde, mi viene da piangere. Poi è tutto talmente vero. Meno male che sono scappata all’ estero apena in tempo.

    (Tiriamoci su, ieri serata abruzzese, quando al secondo minuto di saltarello mi sono messa a iperventilare ho capito che devo rimettermi in forma. E meno male che era una roba di lavoro).

  2. Eh vabbè, ma con questi tags poi non ti lamentare se passa di qui Antonella Clerici e ti scrive proponendoti di collaborare al suo prossimo libro di ricette!

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