skin_fist

Clicca sull’immagine in basso per vedere il video del mio intervento “Le metafore del virtuale in psicologia” al BiDiEffe, il seminario permanente “Bateson, Deleuze, Foucault” a cura di Pietro Barbetta (era la sera di giovedì 26 gennaio).
Poco più giù trovi il Powerpoint.
Grazie agli amici e colleghi del BDF.
(L’immagine in apertura viene da qui)


skin
clicca sull’immagine per il video

Annunci

4 thoughts on “Parlando di virtuale e psicologia a Bergamo

  1. Buondì Massimo
    Ho ascoltato il tuo intervento, mi ha interessato molto.
    Da molto tempo il “boom” del virtuale rappresenta per me qualche cosa di minaccioso e contemporaneamente di vitale (a cui tra l’altro non è possibile sottrarsi completamente). Internet la vivo come una bella opportunità (anche perché non abito esattamente in mezzo alla civiltà) ma anche, in passato soprattutto, come una qualcosa di troppo, troppo reale. Come una grossa fabbrica di fantasmi, mi viene da dire.
    Qualche anno fa partecipai ad una ricerca di ibridamenti sui blog e sul virtuale. La mia tesi era che, attraverso un’analisi semiotica del testo-blog, è possibile avere una misura della distanza tra la persona che scrive il blog e il personaggio dell’autore creato grazie al blog. Al tempo parlavo di “distanza dall’avatar”, cioè di distanza dal personaggio dell’autore, da parte dello scrivente in carne ed ossa. Poi, forse anche perché i miei strumenti erano rudimentali (ero uno degli studenti più vivi e attivi nel corso di semiotica all’università, niente di più però) non sono riuscito a cavarne granché. E poi tutto è cambiato. La società virtuale che si era formata attorno ai blog è migrata in facebook, c’è stato un cambio di paradigma in un certo senso, dal regno della parola a quello della sola immagine, con uno svuotamento di senso secondo me è un impoverimento culturale rispetto alle possibilità anche relazionali che la rete offriva. Ma comunque tutto è cambiato, dicevo, anche le narrazioni, e quella mia idea non ha più senso.
    Mi piacerebbe però avere la tua opinione su quello che, forse esagerando, ho chiamato “cambio di paradigma”. Cioè. Alcuni anni fa, la maggior parte degli utenti attivi in rete era identificata attraverso un nickname, diverso dal nome anagrafico; e costruiva una propria narrazione attraverso le parole, con una scrittura di solito diaristica o poetica, in testi più o meno lunghi concatenati in un macrotesto che come tale aveva una sua coerenza stilistica e anche tematica; l’autore di questo testo era rappresentato da una foto di piccole dimensioni, l’avatar appunto. Oggi: la maggior parte delle persone è identificata in rete con il nome anagrafico; l’autore/proprietario di un profilo è rappresentato da foto grandi, di media o alta qualità; la narrazione avviene soprattutto attraverso immagini e audiovisivi (creati o recuperati in rete); non è necessaria coerenza stilistica né tematica, meglio ancora il kitsch.
    Ebbene. Io non so altro. Non ho una preparazione specialistica. Però, a sensazione, a me sembra che questa seconda modalità di racconto, apparentemente più reale e meno finzionale, quella di facebook di google plus e degli altri social network visuali, sia in realtà più inautentica, insincera e molte volte patologica della prima. Mi sembra che lo pseudonimo garantisse al blogger la possibilità di attribuire le proprie narrazioni pubbliche (spesso insincere perché finalizzate a tutt’altro) ad un personaggio creato ad arte. Mentre adesso, con facebook ad esempio, le narrazioni pubbliche si confondono pericolosamente con la vita privata dell’autore/proprietario del profilo.
    Perdona la lunghezza e le eventuali imprecisioni. Vorrei se possibile una tua opinione di specialista, di terapeuta. Anche sintetica. Le cose stanno più o meno così dal tuo punto di vista, o non condividi per niente l’analisi abbozzata?

    Daniele

  2. Ciao Daniele, mi ricordo bene quel tuo contributo al volume collettivo di Ibridamenti “Pratiche collaborative in rete”, di cui parlai anche qui.
    Io, ti dirò, prendo piuttosto sul serio quel che dice Jaron Lanier (in questo libro) a proposito dell’anonimato in rete: possono esserci validi ed eccezionali motivi per preferirlo, ma in generale è necessario che dalla rete emergano gli individui. È importante che dalla folla anonima emergano le persone, per evitare che sia la macchina a definire i margini della nostra esperienza e far sì che piuttosto siano le persone a segnare i confini entro i quali la macchina è utile.
    Poi, come dici tu, può essere che oggi mettere la mia faccia e il mio nome appaia più plausibile di ieri. Se ricordo i miei primi smanettamenti su Splinder, probabilmente anch’io avevo qualche strano pseudonimo. Negli ultimi anni molte cose che prima sembravano sconvenienti diventano naturali. Anni fa era impensabile, ad esempio, che via computer si potesse fare una terapia. Ora accettiamo gradualmente l’idea che dentro questo schermo passino per davvero le relazioni.
    Probabilmente questo crea problemi di confini che prima non si ponevano.
    Per quanto mi riguarda non è sempre stato semplice gestire la convivenza delle mie diverse “identità” on line. Questo blog, ad esempio, nasce da una costola di un blog che inizialmente stava dentro il mio sito professionale. Parlava di relazioni, di internet e di psicologia, una specie di esperimento di uno stile divulgativo possibilmente non sbragato e non banalizzante. Accadde qualcosa che mi coinvolse un bel po’ (il terremoto a L’Aquila) e fu abbastanza naturale che su quel blog cominciassi a raccontare dei miei viaggi e delle condizioni della gente di lì (sempre di relazioni si trattava, no?). Qualche tempo dopo decisi che non era più così ovvio utilizzare la cornice professionale, e il credito di fiducia che ne derivava, per prendere delle posizioni su un tema che coinvolgeva sempre più le mie posizioni politiche e alcune delicate questioni autobiografiche. “Splittai” quel blog e nacque questo, sul quale oggi trovano spazio anche tante altre cose che lì erano improponibili (la musica, per esempio, o certi articoli decisamente poco seri!). Parte dei post la portai qui, altri li lasciai là, altri ancora (come questo video) si possono leggere su entrambi i blog.
    Insomma, per risolvere un problema di coerenza fra i miei vari sé ho modificato, manipolato e ricontornato gli spazi on line in cui essi si manifestano: ma questo, di ritorno, mi ha portato a ridisegnare diversamente anche i confini delle cose che mi interessano (in un certo senso, il mio stesso “sé”). Oggi penso che io in carne ed ossa, che sono di qua dal monitor, e i miei diversi avatar che stanno di là, interagiamo in una incessante costruzione di un’identità mai stabile, sempre processuale.
    Può diventare un problema? Può diventarlo. Ci stiamo lavorando, lo stiamo esplorando, tu, io, tutti quelli che giocano con questo grande moltiplicatore di possibilità.
    Può creare problemi di confini? Conosco persone che hanno avuto incidenti relazionali anche spiacevoli perché una volta che si giunge a un certo grado di confidenza in un social network, questo non comporta una pacifica e scontata condivisione di quali debbano essere i confini interpersonali nel mondo fisico.
    Non so se ho centrato la questione che mi proponevi… fammi sapere. Come vedi, i tuoi interventi sono sempre utili ad allargare i limiti delle discussioni. Grazie, anche per esserti sorbito la mia ora e cinquanta di seminario in differita 🙂

  3. Sì, la questione per me molto importante a cui mi riferivo riguarda la “manutenzione” della propria identità, del proprio io attraverso la rete. Il problema è quello, come scrivi, di definire i confini e di trovare una coerenza tra le varie immagini di sé.
    E sono d’accordo, “È importante che dalla folla anonima emergano le persone”. Non son d’accordo però sul fatto che la condizione dell’anonimato impedisca che emergano gli individui. Secondo me è vero il contrario.
    Proprio mercoledì scorso scrivevo ad una persona il cui profilo è nella mia lista-amici di Facebook: “…non siamo cyborg. sono le macchine a connettersi e interfacciarsi, le persone si relazionano. connettersi via facebook a tremila persone con cui non ti relazioni mai, non è umano.”
    CIoè io credo che, proprio perché in facebook gli utenti hanno un nome e un cognome, gli individui non riescano ad emergere dalla folla anonima, e che facebook sia uno strumento che ci consente di essere uno dei tanti individui indistinguibili all’interno di una massa anonima (anzi di tante masse, quanti sono gli utenti attivi presenti nel social network).
    Perché grazie ai riferimenti anagrafici, biografici alle immagini e al fatto che facebook ricrea virtualmente una rete di relazioni, è facile che gli utenti investano emotivamente molto nel proprio profilo dal punto di vista identitario, relazionale, sociale. Al contrario l’uso del nickname, dello pseudonimo comporta una presa di distanza tra la persona in carne e ossa e il “personaggio” nato in rete, inibisce l’identificazione. Un parallelo che si può fare è nel distinguere tra narrazioni di cosiddetta autofiction e narrazioni tradizionali: la presenza del nome e cognome dell’autore nel testo cambia completamente le cose; in questo modo l’autore abbassa le difese, è come nudo nella pagina, al di là del fatto che racconti il vero o il falso. Non so se riesco a spiegarmi. L’autofiction è per uno scrittore una scelta che può dare molti frutti (in termini di soddisfazione personale, immagino, ma anche nel ridisegnare i confini appunto, tra i vari sé) ma al tempo stesso è estremamente pericolosa, perché l’identificazione può divenire assillante. Il rischio, a mio modo di vedere, è lo stesso. Quando nel virtuale si riescono a riprodurre determinate coordinate identitarie, in modo che l’identificazione sia quasi automatica, la situazione può diventare pericolosa, emotivamente, se non si hanno la forza e l’esperienza per gestirla. E tra dieci milioni di utenti, quanti si trovano in questa condizione?
    Oltretutto Facebook è fatto di infinite scatole, tutte uguali, anche visivamente, stesso template, stessa disposizione e catalogazione dei testi etc.
    Per questi motivi insomma, mi pare che sia difficile che emergano delle persone dalla folla anonima. Mi pare invece che l’attività, in gran parte dei casi, si riduca a una sorta di collezionismo di figurine umane. Nei casi migliori di ritagli di corpi, di pezzi umani forzosamente belli nei limiti del fotoritocco e degli smanettamenti in photoshop.
    Lo pseudonimo no, ti obbliga a ricostruire tutto intorno a te, chi sei e da dove vieni, quali sono i tuoi gusti, attraverso una narrazione, non si aggancia in modo così forte ai dati di realtà, al tuo nome, alla tua fotografia, alla tua professione e all’istituto che hai frequentato. Per questo chi scrive sotto pseudonimo, è obbligato, se vuole “esistere” in rete, a far emergere la propria individualità, ad essere credibile come persona reale, a venir fuori dalla folla anonima insomma. Sto pensando soprattutto agli autori dei blog, ovviamente, non ai commentatori anonimi che invece non possono “esistere” indipendentemente dai blog che commentano.
    Questo “dover emergere”, questa libertà è un eccitante per la creatività di chi scrive sotto pseudonimo. Quando i blog erano molto diffusi, splinder wordpress e i vari provider di blog erano delle vere e proprie fucine creative. Con i blog si intrecciavano relazioni creative, attraverso link e commenti. Era tutto un fermento. Io per esempio ho conosciuto moltissime persone interessanti in Splinder. E ora ho la sensazione che tutto questo si sia perso. Le stesse centinaia di migliaia di persone che prima avevano un blog ora sono perlopiù in facebook e hanno chiuso i loro blog, anche se l’uno non è sostitutivo dell’altro. Mi fermo però, sto diventando lagnoso 🙂

    Chiarisco: non mi sto riferendo all’uso che di facebook fanno gli intellettuali, gli scrittori, i vip, i pr – chi si sforza di piegare la gabbia omologante del mezzo a seconda delle proprie esigenze. Io penso ai milioni di forti utilizzatori di questo strumento che lo usano per come gli viene fornito. E che nella foga e nell’estasi della “comunicazione” si dimenticano della scatola e badano solo a ciò che avviene nella scatola: conoscenze amicizie seduzioni e via dicendo. Le scatole (cioè le cornici) quando sono ripetitive, sempre uguali tendono a risultare invisibili.

    Chiedo venia, sono andato un po’ oltre, mi son dilungato dicendo la mia opinione (che però è venuta fuori e ha trovato modo di definirsi meglio anche grazie a quel che ho letto e ascoltato qui dentro). E grazie a te per aver pubblicato il video del seminario e risposto per come la pensi in modo chiaro e completo.
    Ciao!

    d

  4. E’ passato un bel po’ di tempo dalla sera in cui mi sono messa a guardare/ascoltare il tuo video. “Tanto è roba da specialisti, non ci capirò nulla” così sferruzzavo sul divano e ascoltavo. Poi però quando hai parlato della pelle mi si sono drizzate le orecchie. Non capisco nulla di psicologia e di tecniche di comunicazione, ma pensando alla comunicazione virtuale che fa a meno degli occhi, i nostri, che rinunciano a vedere, e della pelle, degli altri, che rinuncia a farsi vedere, ho sentito la pelle come un confine. Un ponte, che unisce chi osserva e chi si lascia osservare, ma anche un elemento che separa il corpo dall’esterno. E poi, la pelle è la nostra immagine, è quello che gli altri vedono di noi, è il nostro involucro, ma è anche lo strato che nasconde tutto quello che c’è sotto. Chi mai, oltre al chirurgo e all’anatomo patologo, sa di che colore sono il grasso sottocutaneo, le anse intestinali, la cartilagine di un’articolazione? E ancora, è un organo (il più esteso del corpo) che protegge dagli agenti esterni (tutto il marasma che si abbatte sui grandi ustionati deriva in massima parte dal fatto che hanno perso notevoli quantità di pelle) ma che è anche molto sensibile (è sede di infinite terminazioni nervose). E poi è sempre uguale, la nostra pelle ci accompagna dalla nascita alla morte, ruga dopo ruga si arricchisce dei segni del tempo ma tiene anche traccia della nostra storia: se guardiamo con attenzione ritroviamo sul ginocchio il segno di quella caduta dalla bicicletta di quando eravamo bambini… Eppure, il turnover dei cheratinociti dell’epidermide è di 28 giorni; tra 28 giorni quelli presenti oggi saranno tutti andati…
    Insomma, tutto qui, considerazioni a ruota libera sulla pelle, stimolate dalle tue parole.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...