Cercando su Google le immagini di una campagna che ho visto qua e là nella rete, digito “foto contro anoressia”.
Dalle prime due voci del motore di ricerca saltano fuori due immagini molto diverse. Questa:

anti-anoressia-1

e questa:

anti-anoressia-2

Credo che le conosciate.
La prima ritrae Katya Zharkova, modella di girovita diciamo abbondante che posa per una campagna di una rivista per taglie forti, che decide di lanciare una iniziativa “contro l’anoressia” (infatti è il servizio che stavo cercando).
La seconda mostra Isabelle Caro nel famoso scatto di Oliviero Toscani: anche qui una foto commerciale, che serve per promuovere un prodotto. Ma Toscani è convinto che il contesto sia acqua fresca e che abbia senso usare le sue foto pubblicitarie per dire delle cose che con i calzoni e le magliette non c’entrano niente. Nel caso di questa foto, ci spiegò che l’intenzione era proprio quella di mostrare le orribili conseguenze del digiuno estremo.
Niente di strano?
Guarda un po’: l’immagine di una modella dalle misure generose e quella di un’altra ai limiti della consunzione (e infatti non molto tempo dopo aver posato per quella foto sarebbe morta, a ventotto anni e dopo sedici di limitazione radicale dell’alimentazione), sono presentate entrambe come immagini che dovrebbero “combattere” l’anoressia.
Come è possibile che da due stimoli dai contenuti opposti ci si aspetti che abbiano la stessa finalità di dissuadere le ragazzine dalle diete patologiche? L’impressione è che ci sia un po’ di confusione.
Oppure che sia una di quelle faccende sensibili sulle quali si può dire quel che si vuole senza sentire il bisogno di confortarlo con argomenti: quel che si richiede è che sia appena un po’ vibrante di sdegno.
Perché come è possibile che l’immagine di una ragazza grassottella e quella di una donna esangue e scheletrica abbiano lo stesso effetto? Il buon senso è il primo avversario di questa pretesa.
Beh, si dirà, una foto è lì per attrarre e provocare invidia, l’altra respinge perché incute orrore e raccapriccio. Bene. Cominciamo a ragionare. Le immagini possono suscitare certi comportamenti, ma anche quelli opposti. Ha senso. Dunque ci sta anche che due foto così diverse possano avere la stessa finalità: una attraverso l’ammirazione, l’altra attraverso la repulsione.
Però, come si fa ad essere sicuri che quella foto abbia l’effetto che si desidera, e non l’altro? Perché chi ha un minimo di conoscenza di queste faccende, sa che immagini di corpi burrosi sono per un’anoressica il primo incentivo a buttare via il panino al prosciutto e farsi una tisana. Mentre le immagini della sopravvivenza che sfida l’annullamento fisico possono rappresentare una provocazione irresistibile.
magraSì, ma è inutile stare a cavillare: d’altra parte lo sanno tutti che le indossatrici magre sono responsabili della diffusione dell’anoressia. Lo dicono tutti i programmi della televisione e di tanto in tanto gli stilisti fanno una sfilata sopra la taglia 42 per dimostrare la propria buona fede.
Se l’idea è così largamente condivisa, ci sarà una ragione.
Sì, ma anche qui: in che modo hanno questo effetto? Com’è che funziona?
Dice: costituiscono un modello che le ragazze imitano.
Sì. Ma come mai imitano proprio quello? Perché è egemone, dice.
Ah: si impone perché è vincente. Che è una tautologia, ma facciamo pure che questa risposta abbia senso: se veramente è così dominante nella società, come mai non passa giorno che qualche voce non lo condanni o che qualche quotidiano non richiami i sarti alla ragionevolezza o che qualche programma tv non gli dichiari guerra?
Non ho voglia di discutere: mettiamo anche ci siano ottime ragioni per credere che quel modello sia così forte e l’identificazione in esso così attraente. Ma cosa fa sì che in tanti casi l’adesione ad esso vada così oltre esso stesso, addirittura fino all’autodistruzione?
Non ne veniamo a capo.
In generale, enunciare un problema che preoccupa molte persone e attribuirgli un responsabile (meglio se questo appartiene a una classe di persone distante da noi, che non frequentiamo personalmente e che magari disapproviamo per il loro stile di vita o altre ragioni) è un’operazione che incontra facilmente favore e approvazione. Ha a che fare con la costruzione del capro espiatorio.
Se poi quella categoria di persone non ha nessuna intenzione di mettersi a discutere perché in fin dei conti tutto diventa articoli e foto sui giornali, il gioco è fatto. (Sì, c’entrano gli affari; non più nobili né meno di quelli per cui una rivista di moda per taglie forti fotografa una modella robusta affermando che si tratta di una campagna benefica contro una piaga sociale).
Io credo (*), e lo scrivevo qui, e l’ho scritto anche in questo libro, che la storia ormai universalmente condivisa e raccontata in tutte le salse che l’anoressia è incoraggiata dalle fotomodelle magre, sia una pericolosa semplificazione.
Non spiega la determinazione con cui tante ragazze perseguono un così pericoloso progetto di assimilazione a quel modello. Per spiegarla, è necessario vedere una escalation simmetrica. In italiano: una sfida, una competizione, una lotta sempre più accesa e senza quartiere con un “altro”. Solo nell’escalation della relazione con un altro si può arrivare a estremi così autodistruttivi.
Simmetria con chi, con cosa? Con un altro modello contrario, per esempio. Fra i modelli di corpo che si propongono alle donne c’è Kate Moss, ma c’è anche quello florido e più casereccio incarnato, per dirne una, dalla Clerici. Se i numeri che ho sono attendibili, accanto alla chirurgia plastica riduttiva aumentano in misura non marginale le richieste di interventi additivi.
Io penso che non ci sia un modello che ha vinto, piuttosto esistono due modelli in competizione. Se quello delle modelle secche avesse debellato l’altro, non si spiegherebbe come mai lo sdegno verso gli scheletrini da passerella è così diffuso, praticamente unanime e quotidiano.
Allora, quando condanniamo quel modello come fuorviante, non stiamo indicando una soluzione: stiamo proprio dentro al problema. Ne siamo parte. Quando diciamo “non dovresti essere come sei, ecco invece come dovresti essere”, ci siamo dentro fino al collo. Quelle foto che stanno girando la rete fanno proprio questo: sostengono un modello contro un altro. Questa non è la soluzione: è esattamente la regola delle relazioni dentro le quali vive l’anoressica. Perpetuano lo stesso meccanismo della sfida che l’anoressica conduce ogni giorno. Niente di diverso. Si parla, bellicosamente, di “combattere” l’anoressia così come si parla di “lotta” alla droga.
Il fatto è che non fa parte della nostra cultura l’idea di coltivare il benessere e il piacere nella diversità: fa parte della nostra cultura costruire problemi che sacrificano delle persone e poi cercare soluzioni che ne crocifiggono delle altre. Quella donna delle foto non è una donna; non è un corpo: è un modello che si contrappone a un altro. Accanto alla foto di Repubblica che ho messo all’inizio c’è scritto: “Bella, sensuale, irresistibile: il miglior manifesto contro l’anoressia si chiama Katya Zharkova” eccetera. È un “manifesto” contro qualcosa.
spisniSe la cultura fosse aperta alla molteplicità dei modelli possibili (non uno, non due: dieci, quindici, tutti quelli che si possono immaginare), non avrebbe senso pubblicare immagini di corpi “per combattere l’anoressia”. Con quei corpi avremmo confidenza, sarebbero normali. Filiformi o pieni, diafani o rosei: sarebbero corpi.
Quando divulghiamo foto di corpi per proporli come manifesti “per combattere l’anoressia”, ci siamo dentro, siamo impegnati in quella simmetria.
Allora io penso che la questione dei modelli, così apparentemente astratta, non sia poi tanto distante dalle vite delle persone perché sembra proprio lo specchio delle relazioni che si muovono intorno all’anoressica, in famiglia, fra gli amici, a scuola (e a volte, anche in terapia…). Attraverso quelle voci è anche la cultura a parlare, con le sue premesse e le sue regole.

(*) Da questo punto fino al termine riproduco, con qualche rielaborazione, un commento che ho lasciato in calce a questo bel post di Zauberei sull’anoressia.

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13 thoughts on “Le foto contro l’anoressia, che meno male che qualcuno ci ha pensato

  1. Come ti ho detto a casa mia, condivido su tutta la linea. Quasi, tuttavia l’anteriorità logica che io do alle questioni familiari, intrapsichiche e relazionali non è casuale. Le antinomie dei modelli culturali sono pervasive e la tendenza all’uso di difese che funzionano in modo bipolarizzato – scissione proiezione idealizzazione svalutazione etc è pervasiva nei nostri linguaggi e nelle nostre relazioni, non necessariamente nelle relazioni e nelle famiglie delle pazienti anoressiche. Perché la dicotomia e la semplificazione è una delle cifre di massima della psicopatologia e anzi, spesso quella semplificazione è la chiave di volta della possibilità di intervento. Perché allora solo una certa ragazzina ingaggia una sfida e si pone in questa relazione tra i due modelli, e non tutte le altre? Perché questa mangia e quella no?
    Amo molto e trovo necessario l’allargamento di sguardo alla matrice culturale, ma allo stesso tempo mi sembra giusto mettere sul piatto gli strumenti e le lenti di ingrandimento che una disciplina e una competenza sono in grado di fornire, perché se no tutto questo è bello ma è generico, e in fondo neanche esaustivissimo: da un punto di vista strettamente logico solo la psicologia può offririre un tentativo di spiegazione su come linguaggio culturale e struttura endopsichica e familiare si incontrino e strutturino comportamenti, sul perché della diversità dei comportamenti. Ecco perché tutto questo mi pare super ma penso, cazzo Max potrebbe dirmi di più.

  2. Eh no, Zauberei, non c’è discontinuità fra questi piani. Perché se guardi alla cultura, e alla simmetria che si stabilisce sulle questioni del corpo e dell’alimentazione, ritrovi pari pari quello che succede, su altra scala, ad altri livelli. Se non è la famiglia è la scuola, se non è la scuola sono gli amici, se non sono gli amici è il sistema terapeutico.
    Non la faccio lunga, ma anni fa con Pietro Barbetta partecipai a una ricerca presso l’Università di Bergamo. Intervistammo ex ragazze anoressiche, che erano state in terapia anche molti anni prima, per farci raccontare la storia del loro disordine alimentare e soprattutto della terapia. Non c’è niente da fare: la terapia comincia nel momento in cui si decide di non parlare più di cibo. Tutti abbiamo letto degli straordinari successi delle terapie strategiche degli anni settanta e ottanta nell’anoressia. Io e Pietro Barbetta ne parlammo al convegno della SIPPR mi pare nel 2008 (guarda questo post su Ibridamenti): le terapie strategiche “funzionavano” perché si strutturava un patto del tipo “non ti curerò dall’anoressia”. Così si cominciava a parlare d’altro: della vita della ragazza, dei suoi rapporti eccetera. Si rinunciava da ambo le parti alla simmetria.

  3. Non so se nel finale del commento precedente sono stato un po’ criptico. Forse in questo blog non è facile approfondire le questioni cliniche (disponibile comunque ad approfondimenti, in questa sede o altrove): provo a tornare su quelle che riguardano la comunicazione. Guardate quest’altra foto. Cosa fa la modella? Si misura il giro-bacino col centimetro da sarta. Sta evidentemente ed esplicitamente proponendo un modello per contrapposizione ad un altro. Sta affermando implicitamente che se una donna “robusta” si fa fotografare nuda è per uno scopo pedagogico. Le donne magre, dunque, si spogliano davanti al fotografo per lo sguardo altrui e per il suo piacere; le grasse per dare lezioni. Un successo.

  4. Ti leggo polemico, e sento l’odore di qualcosa di estraneo a questa conversazione anche se non so cos’è. Mi irrita un po’ perchè mi sento molto in continuità con quello che dici e quello che fai solo che non te ne accorgi. Eh no che? Eh no che vuol dire? E se la vedessi davvero in un altro modo potresti dire davvero Eh no? Mah. io me lo permetto di rado.
    DNon sono d’accordo sull’imputare esclusivamente alla simmetria e alle cause da te indicate le ragioni di un problema e il perchè insorga solo in certi nuclei e in certi altri. Ho fatto un percorso diametralmente opposto al tuo, questo forse ti irrita, ma io dalle riflessioni epistemiche sullla significanza sociale dei linguaggi e delle patologie, dalla riflessione sulle collusioni, provengo. Spero non ti offenderai, ma diverse erano belle come questa, non mie per carità, ma c’erano. A un certo punto però se ti metti a fare il volontario colla consulenza filosofica, sei sborone non utile. come te su quelle convergenze ho scritto tante volte e le ho trattenute con me, ma pèoi cerco di appiccicarci cose più tecniche e afferenti al campo psicologico. Perchè la ragione per cui le terapie funzionano eludendo il sintomo alimentare – che nel mio post infatti è trattato come campo simbolico, non come significante a se stante – stanno nella filosifia della clinica. Ci avremmo avuto parecchio di che far convergere per esempio tra minuchin e approccio psicodinamico, visto che alla fine con parole diverse si incontra unl ritratto comune. E si lavora dialogicamente ed ermeneuticamente sulle stesse relazioni invischianti o satellitari che siano. Sgrunt.

  5. No no, ti giuro che non c’era polemica e niente di estraneo alla discussione. Ho risposto al volo per non dover aspettare a farlo più tardi e quando si risponde al volo si può essere un po’ bruschi. Magari è meglio sbrigare le altre cose e poi rispondere con calma 🙂
    No, tenevo solo a precisare (sì, con energia) la mia idea che il piano “macro” è significativo anche per l’osservatore che ha il compito di “zoomare” su quello relazionale o personale.
    Un’altra conseguenza della stringatezza è averti dato l’impressione di attribuire “esclusivamente” alla simmetria le ragioni del problema. Non lo penso, ma penso che se non si guardi quel piano non si capiscano delle cose importanti e si sia costretti, ad esempio, a inventare fantomatiche “distorsioni dell’immagine corporea” per spiegare come mai la ragazza continua a insistere contro tutto e contro tutti di essere grassa.
    Volevo precisare questo. Sulle cause dell’anoressia non mi avventuro proprio, non qui: ho rimandato al tuo post anche perché l’ho trovato una ottima trattazione di cose, come dici, più tecniche e psicologiche. Solo, qui ho parlato di cose che mi sono venute in mente vedendo quella campagna: che poi sono secondo me significative anche nel setting, perché spesso e volentieri si trasferiscono anche là (e quindi in questo senso non le vedo come cose da volontari consulenti filosofici).
    In nulla tutto questo è alternativo all’occuparsi delle relazioni invischianti o degli aspetti intrapsichici: parliamo della cornice e del quadro.
    Mi sono spiegato meglio? 🙂

  6. Ma che bello vedervi incrociare le… rose ;o) E’ un piacere leggervi entrambi.
    In fondo io “ascolto” tra di voi le storiche divergenze epistemologiche tra vertici diversi. Giusto per articolare un po’, ultimamente sto utilizzando molto in ciò che scrivo il costrutto “dispercezione” attribuendolo indistintamente ad una fenomenologia collettiva e ad una individuale. Il riferimento è ai frequenti fraintendimenti depistanti indotti dagli attuali stili di vita e dai codici sociali prevalenti che cambiano all’improvviso (intendo nell’arco di mezza generazione) le carte in tavole e le regole del gioco, sul corpo, sulle relazioni, nelle famiglie, etc. Questa applicazione ubiquitaria mi è, alla fine, molto utile nella clinica in quanto mi permette di scagionarmi da tutte quelle strettoie e strangolature teoriche psicodinamiche che nel ridurre il campo di osservazione fenomenica all’individuo e alla sua famiglia, perdono di fatto tutte le informazioni utili alla comprensione degli eventi e al loro eventuale cambiamento.
    Il fatto che questa narrazione isomorfa funzioni (almeno a me!) non vuol dire certo che si è trovata la pietra filosofale, ma che semplicemente la fenomenologia sociale è attualmente ad un punto di intensificazione, inasprimento (non riesco a trovare termini più descrittivi). Cioè penso che oggi siamo ad un punto di mutazione antropologica dove anche le sindromi diventano rapidamente mutanti e le fenomenologie macro assomigliano molto di più a quelle micro.

  7. ::)

    Il triangolo dei bermuda!

    A parte ciò – non so. Io sono affezionata per formazione a quelle tradizioni di ricerca, a cavallo tra filosofia psicologia dinamica e sociologia che vedono la ragione delle forze sociali incrociate su più piani – ivi incluso quello economico – nella determinazione degli stili di vita, assetti familiari, ideologie che si concretizzano nelle pedagogie. Nel nostro caso per esempio, è interessante constatare come classi più agiate, ambienti che forniscono strumenti intellettuali difensivi forti, siano piuttosto vulnerabili all’avvento di questa specifica problematica.
    Poi sono grata a Max della specifica:) smack.

  8. 🙂 Ciao Luigi! Ma pensa che io nemmeno avevo capito che si trattasse di una contesa fra due scuole di pensiero. L’ho capito leggendo il commento gemello di Zauberei sul suo post!
    Non so, che posso dire? Ci sta che uno veda come accessorio quello che per un altro è centrale. Son cose che si offrono a più prospettive, lo dici bene quando parli delle rapide mutazioni.
    Però ecco, il mio post non è sulle determinanti psicologiche dell’anoressia. Parla di pubblicità e di costruzioni sociali, diciamo così. Credo che il dibattito sia nato anche su questo equivoco.
    Poi, Zaub, nel calumet epistemologico non ci metterei Minuchin, ma sono sicuro che anche con l’aiuto di Luigi due o tre autori che piacciano a tutt’e due li troviamo. Male che vada, Keith Jarrett 😉

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