Torna dopo il lunedì festivo di S. Stefano la mia rubrica “Linguaggi della rete” su Bresciaoggi.
Da anni parliamo di come nel flusso delle informazioni di Facebook tutto si perda in un attimo e sia difficilmente recuperabile. Qualcuno ricorderà l’esperimento condotto con Ibridamenti allo scopo di provare a rendere disponibili resoconti su eventi di cronaca attraverso gli status di Facebook: erano necessari un “aggregatore umano” e molte ore di lavoro. Ora il nuovo “diario” di Facebook permette di risalire a qualunque momento della tua vita, anche prima della tua iscrizione al social network.
Non è uno dei soliti cambiamenti nella grafica o nell’impaginazione: quello che prima scrivevi sulla sabbia sapendo che poco dopo sarebbe stato spazzato via dallo scorrere delle informazioni che seguivano, ora resta facilmente disponibile per sempre lungo una linea del tempo scandita dagli eventi principali della tua biografia.
Nell’articolo, uscito col titolo “Con la timeline stare on line diventa una cosa seria”, mi sono posto la domanda se questa novità cambierà il nostro modo di stare connessi:

Il regalo di Natale di Facebook è il «diario» che sostituisce la vecchia bacheca personale. Per il momento l’aggiornamento è volontario: chi preferisce può tenersi la cara vecchia pagina di prima finché non andrà per sempre fuori servizio. Cosa cambia? I post potranno essere consultati a ritroso e ogni traccia lasciata sarà reperibile attraverso la «timeline», la linea del tempo visibile sulla colonna di destra. In sostanza il tuo Facebook rappresenterà graficamente la tua biografia, con gli eventi principali (il diploma, il primo lavoro, il primo figlio, o quel che preferisci) in bella evidenza. Mark Zuckerberg, dopo aver fatto fortuna offrendo alla gente una bacheca da usare per gli sfoghi più estemporanei («A cosa stai pensando?»)  di cui si perde traccia ben presto, rischia grosso e si reinventa un Facebook che assomiglia più alla storia della tua vita che a un graffito effimero sul muro della scuola.
Facebook cambierà, dopo averlo in gran parte costruito, il nostro modo di stare on line? Se gli utenti non si spaventeranno, forse sì. Scrive Maddalena Mapelli in «Per una genealogia del virtuale: dallo specchio a Facebook» (Mimesis Edizioni) che «attraverso la relazione tra l’immagine riflessa e ciò che al di fuori dallo specchio l’ha generata, si produce un’incessante ridefinizione dello statuto della persona, della sua identità, del suo rapporto con l’altro da sé e con l’immagine di sé»: insomma, che il virtuale (come Facebook, a suo modo «specchio» della nostra identità) è lì per offrirci possibilità sempre nuove di vedere e raccontare noi stessi.  Se guardiamo alla nostra presenza on line come a un racconto di noi lungo una «timeline», essa diventa un gioco molto meno superficiale di quel che ci appare, e anche ricco di possibilità da usare con cognizione e magari in modo non banale.

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2 thoughts on “Facebook e la nuova “timeline”: cosa cambia nel nostro modo di stare online? Su Bresciaoggi.

  1. riguardo le considerazioni della Mapelli che citi nel tuo articolo io ho qualche obiezione. C’è un assunto di fondo in quel che lei dice e cioè che noi ci raccontiamo completamente sul social network. Di fatto l’immagine che facebook – o twitter, o altro – restituisce di noi può contenere solo quello che noi scegliamo di raccontare e di dividere con gli altri du quel determinato strumento. E’ un’immagine assolutamente incompleta. Come quella dello specchio peraltro, che restituisce solo la nostra parte frontale. Ma mentre per lo specchio c’è determinatezza su quello che manca (il posteriore) lo stesso non vale per facebook, che rimanda piuttosto spot di noi stessi non collocati in modo determinato nella nostra vita, interiore ed esteriore. Secondo me.

  2. No, aspetta. Nel virtuale io non cerco un “me completo”. Cerco semmai un me che “mi completa”: che non si limiti a rispecchiare la realtà più o meno fedelmente (o interamente), ma che la moltiplichi.
    Io in rete sono presente in un po’ di posti diversi: quel “me” che scrive su Tarantula non è in tutto e per tutto uguale a quello che scrive sul mio sito professionale. E nemmeno quello che sta su Facebook o sugli altri luoghi virtuali che abito. E anche il “me” che puoi incontrare nella realtà funziona un po’ così: quando domando a mia moglie come è andata la giornata non parlo e non penso come quando faccio domande simili nel mio studio.
    Quello che si capisce dal lavoro di Maddalena è che il dispositivo-specchio (in generale il dispositivo che crea realtà virtuali) non riproduce più o meno completa una realtà data: piuttosto genera eterotopie (luoghi altri) e nuovi regimi identitari.
    Il criterio della “completezza”, insomma, non mi pare utile per capire la faccenda.

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