[leggi gli articoli della serie “Poche storie”]
Quando penso alle metafore non mi viene in mente solo la penna del poeta o le immagini delle canzoni, e guance che sono pesche e labbra come petali e cieli che piangono (per dire che piove). Mi viene in mente l’officina del fabbro, e il ferro incandescente, e le scintille e le martellate vigorose che danno forma al metallo, che cambiano la materia.
Nel “Postino” di Michael Radford, Philippe Noiret / Pablo Neruda spiega a Massimo Troisi / Mario Ruoppolo che la metafora è “quando parli di una cosa paragonandola a un’altra”. Con tutto il rispetto per Neruda, Noiret, Troisi e Radford: io oserei di più.

La metafora è quando parli di una cosa che diventa un’altra. Cosa dici quando parli del tempo? Che passa. Manco fosse il ventotto barrato. Oppure che è lungo, o breve. E dell’amore? Che è grande, o forte, o resistente. O caldo, in certi casi bollente. Dell’odio? Se dura da parecchio che è tenace, se non sente ragioni che è cieco. E dei ricordi? Che sono sbiaditi, o lucidi, o lontani. Se sei triste dici che sei giù: magari stai passando momenti duri, o un periodo buio. Non sarà poesia, ma sono metafore: fateci caso, se volete parlare di cose che non si vedono e non si toccano dovete usare aggettivi rubati al mondo fisico. Lunghezza, temperatura, distanza, sono caratteristiche fisiche che attribuiamo (metaforicamente) a qualcosa che fisico non è.
Provate ad ascoltarvi e ditemi se riuscireste a parlare senza ricorrere abbondantemente a metafore: non intendo a parlare dell’amore o dell’odio o dei ricordi. Intendo proprio a parlare: la stragrande parte di quello che diciamo è metaforica. Altro che poeti e canzoni: metafore ne produciamo tutti in quantità inimmaginabile.
Lo spiega un signore che si chiama George Lakoff, che si occupa di linguistica e che in sostanza ha detto: ma quale separazione fra corpo e mente? Ma non lo vedete che pensiamo con il corpo? Che quello che conosciamo lo conosciamo perché abbiamo occhi, braccia, gambe, pelle e di qualunque cosa parliamo ne parliamo come se li conoscessimo con occhi, braccia, gambe, pelle? Però adesso questo discorso ci porterebbe lontano, era giusto per dirvi che la questione è di dimensioni ragguardevoli. Toh: ho fatto una metafora.
Diciamo, per esempio, cose tipo che alla morte della nonna la casa è andata a Lucilla, anche se è chiaro che le case non vanno da nessuna parte. La casa sta sempre là dov’era quando ci viveva la povera nonna, ma ora per una specie di convenzione fra le persone, si riconosce che Lucilla è quella che può abitarci e decidere chi entra e chi esce: insomma ne ha la proprietà, ma la proprietà è una cosa che non si vede e non si tocca, e pertanto per spiegarla ho bisogno di parlarne come di una cosa che si vede e si tocca. Ho bisogno di raccontare di case che camminano.
Oppure diciamo che Giuseppe per andare per la prima volta al mare con gli amici ha forzato i suoi genitori, proprio come si fa con una serratura. D’altra parte la forza e tutto quello che è collegato alla forza ci offre le immagini necessarie per pensare a cause ed effetti: che nel campo dei sentimenti non sono proprio la stessa cosa che su un tavolo da biliardo, dove le biglie si spostano “a causa” di urti e colpi, ma quando diciamo che Lucilla (rieccola) è triste “a causa” della morte della nonna (sebbene il nuovo certificato di proprietà che stringe in mano la consoli un po’), in qualche misura facciamo come se la morte e Lucilla fossero su quel tavolo da biliardo.
Allora, capito che c’entra il fabbro che forgia la realtà? C’entra perché la metafora non è solo un’espressione elegante con cui parli di qualcosa, è una cornice dentro la quale pensi a quella cosa. Per dire, se pensi che una discussione sia una guerra (ho detto male: non lo “pensi”, nel senso che non è così chiaro e cosciente, ma una metafora è come una premessa: magari non la conosci bene, ma proprio quando non ne sei consapevole è più potente); se pensi, dicevo, che una discussione sia una guerra, quando sei ingaggiato in una discussione penserai cose del tipo “devo trovare un argomento da controbattere”; oppure “questo è l’argomento vincente”, o “l’ultima volta ho avuto la meglio”. Se invece pensi che una discussione sia, per esempio, uno scambio, gli argomenti non sono armi e il fine non è vincere. Anzi, potresti accogliere gli argomenti dell’altro con curiosità e persino con gratitudine: come qualcosa che guadagni anziché qualcosa che ti stende. Esporgli i tuoi non per colpirlo a morte ma per dare un contributo a qualcosa che vi interessa entrambi.
Capito? Una metafora ha delle conseguenze assai concrete. Se cambi la metafora, cambi l’esperienza che hai delle cose: cambi il frame, la cornice. E dunque cambiano le cose, e dunque cambi anche tu che ci sei dentro. Il frame è importante.
Se il Presidente del Consiglio dice “vi ho preparato una manovra da lacrime e sangue”, tu sei percorso da un brivido e ti senti in pericolo. Se invece dice “vi presento il decreto salva-Italia” tu pensi a una ciambella che ti lanciano mentre boccheggi fra le onde, e così ti senti quasi grato.
Però lo so cosa stai pensando: “qui non c’entra la metafora nel senso che dicevi prima, il frame che ti precipita in una realtà anziché in un’altra; questo è solo un gioco sporco, è usare le parole per farti fesso!”. E certo: mica sono l’unico che ha letto qualche libro di linguistica cognitiva. La politica conosce bene i modi in cui le persone pensano e in cui costruiscono la propria visione di quello che le circonda. Li conosce bene e prova a ricavarne vantaggi.
Negli Stati Uniti, durante le elezioni del 2004, ai Repubblicani era fatto divieto di usare l’espressione “Guerra in Iraq”. Dovevano dire “guerra al terrore” (lo racconta ancora Lakoff nel libro “La libertà di chi?”). Chiudo qui. Spero che dentro questo discorso (toh, ancora una metafora: “dentro” come se fosse un sacco) qualcuno ci trovi qualche idea utile.
P.S.: delle cose che ho scritto fin qui sono in gran parte debitore a Lakoff e a un altro autore che si chiama Steven Pinker. Se passassero di qui e trovassero che ho fatto un cattivo uso del loro pensiero, chiedo scusa a entrambi.

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One thought on “Poche storie (2): Le conseguenze della metafora

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