“Avvicinarsi alla complessità”. Intervista a Federica Sgaggio su buoni e cattivi

Del libro “Il paese dei buoni e dei cattivi” di Federica Sgaggio – giornalista, scrittrice, blogger di Verona – si è parlato in rete abbastanza da permettere di farsi un’idea del contenuto.
Il libro è bello e ve lo consiglio. Se vi capita di provare quel senso di asfissia davanti alle categorie binarie del bipolarismo nostrano, le pagine di Federica sono utili a farsi qualche idea su come quell’idea spaccata del mondo sia diventata per gran parte del pubblico il modo più ovvio e a portata di mano di percepire e descrivere la realtà; e su come ciò ha avuto conseguenze sulla nostra convivenza e su quel delicato e prezioso strumento di manutenzione della democrazia che è il giornalismo.
Non ripeto cose già dette e piuttosto vi segnalo articoli utili ad approfondire: su Valigia Blu ne parla Matteo Pascoletti; su Scrittori Precari Jacopo Nacci; su Carmilla Roberto Sturm.
Io avevo qualche domanda da rivolgere a Federica Sgaggio e le ho chiesto di fare una chiacchierata: ne è venuto fuori quello che potete leggere qui di seguito…

Massimo Giuliani: Pensare che ci siano «buoni» e «cattivi» permette di pensare che se i cattivi vengono identificati e sbaragliati, i problemi del Paese sono risolti. Tu invece auspichi che ciascuno si faccia carico della propria quota di responsabilità. Dici persino: «Io come giornalista accetto la chiamata in correità nel processo di nichilizzazione del giornalismo», ed esorti i tuoi colleghi ad accettare la responsabilità della «proletarizzazione» della categoria.
Ma se non ci sono «cattivi» (e se non ci sono buoni), da che parte si comincia?

Federica Sgaggio: Dalla consapevolezza che senza un avvicinamento – anche lento e per gradi – alla complessità delle cose e delle relazioni non ci si contamina con la realtà, ma ci si affida al potere finzionale di descrizioni di comodo.
Nella mia professione, l’idea della descrizione di comodo non ha incontrato alcuna resistenza; non collettiva, non significativa, almeno.
Si continua a titolare – per esempio – «premier» o «governatore», anche se né l’una né l’altra delle due figure sono previste dal nostro ordinamento istituzionale. Si continua a propagandare l’ideologia aziendalista, quella secondo la cui versione più mite i conti devono tornare, e nulla viene detto sul fatto che i conti che devono tornare non sono quasi mai i nostri conti, e sono invece quelli delle aziende.
Il risultato – paradossale, se si considera che abbiamo un Ordine professionale, e organismi di categoria – è che noi abbiamo socializzato alla perfezione l’ideologia dei «padroni» (lo so: la categoria non è abbastanza complessa, ma ci siamo capiti), e niente siamo invece riusciti a dire di noi; del fatto che esattamente quell’ideologia che abbiamo contribuito a diffondere acriticamente, indipendentemente dalle opinioni politiche che ciascuno di noi aveva, sta riducendo la nostra professione alla ridicola produzione di forme al servizio di una sostanza che in se stessa ci annichilisce; che ci abbassa gli stipendi; che rende il nostro posto di lavoro sempre più in balia dei voleri altrui.

M. G.: E il famoso “cane da guardia”…?

F. S.: Anziché assumere il ruolo di controllo del potere, dal potere siamo controllati attraverso le cinghie di trasmissione dei nostri «quadri», ai quali non opponiamo la minima resistenza. E c’è molto di più, qui, della semplice questione relativa all’inesistenza degli «editori puri» in Italia.
C’è anche un’altra questione, poi. Noi giornalisti siamo tremendamente spaventati da ciò che potrebbe succedere alle nostre vite e alle nostre tasche se all’interno del nostro giornale diciamo quel che pensiamo. E così taciamo.
Ma se, per sopravvivere, ci sentiamo costretti a negare la realtà del sopruso che quotidianamente viviamo nella più avvilente impotenza, la conseguenza paradossale è che negheremo necessariamente qualunque evidenza anche all’esterno delle nostre redazioni, e ci andrà perfettamente bene che un addetto stampa qualunque ci dica cosa dobbiamo scrivere. Abbiamo così paura del «dentro» che il «fuori» ci siamo addirittura tolti il diritto (e il dovere!) di guardarlo. E vedi un po’ tu se c’è qualcosa di psichiatricamente rilevante oppure no!

M. G.: Il vocabolario politico ricorre sempre più a dicotomie e separazioni. In questo il linguaggio dell’informazione non è troppo differente da quello della propaganda. Tu sai che seguo le vicende successive al terremoto del 2009, che mi sembrano esemplari per capire gli aspetti più mostruosi di questo Paese. Lì in questi anni è successa una cosa interessante, si è assistito all’introduzione nel linguaggio della politica delle categorie dei «riconoscenti» e degli «ingrati»

F. S.: Se il giornale, surrogando la politica, assolve al compito di creare una comunità di cittadini che pretende o suppone siano simili fra loro, la polarizzazione in tifoseria – che si esprime attraverso il ricorso alla petizione come espressione dichiarativa di appartenenza e dimostrazione di un interventismo in realtà paralizzante – credo che sia piuttosto normale che vengano mobilitate categorie contrassegnate da un’alta temperatura emotiva. Le categorie morali, moralistiche o moraleggianti svolgono egregiamente il compito di semplificare la realtà rendendo immediatamente chiara, e senza fare transitare niente dal cervello di chi legge o ascolta, quale sia la parte dalla quale ci si deve schierare.

M. G.: L’altro giorno, per esempio, sul tuo blog si parlava dell’uscita di Gramellini…

F. S.: Sì. Massimo Gramellini ha sostenuto sulla prima pagina della Stampa che «bisogna avere il coraggio di mettere in discussione il diritto di voto». Indipendentemente dalla valutazione delle specifiche responsabilità di noi giornalisti nella – brutalizzo – mancanza di educazione civica dei cittadini (ma cittadini siamo anche noi giornalisti!), l’utilizzo della parola «coraggio» compie il miracolo di suggestionarci immediatamente. Chiunque legga è portato quasi per istinto a dire «eh, però: parla di “coraggio”; forse non ha torto; forse ha ragione lui, forse occorre avere veramente il “coraggio”, è vero». È solo l’intervento della logica che solo successivamente ci viene in soccorso impedendoci di dire «sì» al contenuto di Gramellini. È il cervello (e anche qui so di semplificare, ma mi sa che ci siamo capiti!) che anestetizza momentaneamente la categoria moralistica del «coraggio» e realizza che mettere in discussione il diritto di voto è ciò che prepara la strada a forme di Stato non democratiche, alle dittature.
Per un attimo, il fascino della parola «coraggio» ci aveva quasi condotto a credere che «democrazia» fosse l’estremo corrotto e putrescente di una retta lungo la quale dovremmo collocarci in posizione più centrale…

M. G.: Il tuo tentativo di smontare pezzo per pezzo la retorica del «merito» è molto efficace. Uno può domandarsi però se non resti solo teorico: a parte il fatto che tutti ci incazziamo quando sentiamo di supermanager che guadagnano cifre spropositate per ricoprire incarichi per i quali non hanno titoli né esperienza, tutti saremmo d’accordo sul fatto che, per guidare un pullman o per un intervento a cuore aperto, è meglio affidarsi a uno «bravo» e che ispira fiducia…

F. S.: Il fatto di rilevare che la meritocrazia è ideologicamente contrassegnata; sempre e comunque, inevitabilmente, espressione di un potere; negoziale; contestuale e per definizione antiegualitaria non impedisce di accettare la necessità teorica (perché questa sì che è teoria!) di mettersi nelle mani di chi meglio può aiutarci in ciascuna situazione. Ma per ogni campo ce n’è uno solo, di «migliore»? Ce ne sono tre? Quattro? Cento? E chi tiene aggiornata la graduatoria? Secondo quali criteri? E se anche fossimo tutti d’accordo: il «migliore» può effettivamente essere a disposizione di tutti e di ciascuno nel momento in cui chiunque ne richiede la competenza?

M. G.: Vabbè, ma allora…?

F. S.: La questione sta nel fatto che non esiste alcun metodo di valutazione del merito che possa prescindere dalle relazioni di potere (e non perché noi siamo dei poveri umani e in quanto tali soggetti a sbagliare, no; proprio necessariamente) e da preconcetti inevitabili.
Il fatto che si riesca a trovarsi nelle mani del miglior chirurgo, per esempio, è il risultato di una complicata alchimia di fattori nella quale l’effettiva competenza di quel medico è solo una delle variabili da prendere in considerazione.
Un’altra è, per esempio, l’informazione: posto che io abbia abbastanza soldi da scegliere dove andare ad operarmi, come posso essere sicuro che i nomi che mi vengono segnalati come quelli dei chirurghi più bravi non siano, in realtà, solamente i nomi dei chirurghi con la miglior rete di relazioni, e che in un paesello del Wisconsin, faccio per dire, non ci sia un chirurgo ancora migliore che però nessuno dei «potenti» conosce e non ha accesso ad alcun luogo nel quale propagandare la sua bravura?
È chiaro che è del tutto sensato che una società si doti di forme di «certificazione» minime delle competenze. Ma non possiamo pensare che con questo il problema sia risolto, e che – ipoteticamente individuato un sistema infallibile per misurare effettivamente il merito – la realizzazione di quel metodo sia priva di snodi critici, che sono snodi di carattere politico in senso lato, snodi di potere, ma anche differenze di sensibilità inevitabili, soprattutto ma non solo quando ci siano in ballo grandezze non quantificabili.
Inoltre, la meritocrazia pone un altro problema: immaginiamo di avere individuato criteri infallibili di quantificazione del merito; cosa facciamo di coloro che non sono all’altezza? E non è che per caso sono stati proprio i nostri criteri a far diventare «non all’altezza» persone che, con l’utilizzo di altri criteri, sarebbero stati perfettamente «meritevoli»?
Non so: ho l’impressione che la sinistra dovrebbe riflettere sulla propaganda della meritocrazia, che serve – secondo me – solamente a farci ritenere che finalmente sta arrivando qualcuno che terrà in conto i nostri enormi meriti e punirà quel cretino del nostro vicino di casa/di banco/di lavoro…

M. G.: Cosa pensi del fatto che la rete, ad opera di tante persone che di mestiere non fanno i giornalisti, sia diventata una parte così ingente dell’informazione che ci orienta quotidianamente in quello che succede?

F. S.: Io credo che il giornalismo sia una professione con uno specifico statuto professionale, specifiche regole deontologiche, e uno specifico ruolo riconosciuto perfino – ancorché in modo ellittico – dalla Costituzione.
Credo nel giornale come opera collettiva.
Penso che in rete ci siano «fonti»; non giornalismi.
Non ho niente contro le fonti, è ovvio! Ma sono due cose che non vanno confuse.

M. G.: Vedi anche nella rete la prevalenza della tendenza alle divisioni binarie o ti sembra che riesca ad ospitare sfumature e differenze più sottili?

F. S.: La rete è un insieme di microcosmi in cui le contaminazioni sono più facili che nel giornalismo, e questo è innegabile. Ed è altrettanto vero che mette in comunicazione persone che diversamente non si sarebbero mai conosciute, e non avrebbero mai potuto intrecciare i loro punti di vista in quell’assemblaggio imprevedibile di creatività che rappresenta forse l’aspetto più esaltante dell’Internet.
Non posso però non rilevare quanta brutale necessità di dividere il mondo in due, fra «buoni» e «cattivi», trovi espressione in rete. Dall’insulto – che ne è la forma più immediatamente riconoscibile – alla foto del profilo che, in certe situazioni, interi plotoni di utilizzatori dei social network modificano concordemente in modo da potersi sentire tutti dalla stessa parte, tutti interni alla stessa comunità di «buoni», senza sapere né come ci sono arrivati né a cosa conduce l’eventuale comune appartenenza, se a un percorso politico, per esempio, oppure no. E io credo fermamente di no.

M. G.: Grazie, Federica.

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12 thoughts on ““Avvicinarsi alla complessità”. Intervista a Federica Sgaggio su buoni e cattivi

  1. Provo a scrivere un po’ di riflessioni stimolate dalla lettura di questa chiacchierata fra te e Federica, così alla buona, come vengono…

    Schierarsi no, prendere posizione sì. A me sembra che il problema sia nel definire il punto in cui si passa da un comportamento all’altro. Schierarsi è facile, è comodo, perché è una scelta binaria, ON/OFF, 0/1, buoni/cattivi. Non è necessario ragionare, discernere, entrare nel profondo della questione, ascoltare voci diverse o dissonanti. Ci si schiera una volta e poi, salvo conversioni epocali, si vive di rendita per il resto del tempo.
    Invece predere posizione vuol dire affrontare criticamente ogni questione, evento, comportamento e ragionarci su, e alla fine SCEGLIERE. Ogni volta, di nuovo, senza appoggiarsi a categorie preconfezionate sempre più onnicomprensive o semplificate (eclatante a questo proposito la diffusione di categorie che non hanno più niente di politico ma che fanno presa sulla pancia, come il partito dell’amore contro quello dell’odio, o, come citavi tu Massimo a proposito del terremoto, i riconoscenti e gli ingrati). Io però vedo una sorta di continuum tra queste due posizioni, nel senso che non si può neanche procedere all’infinito nell’allontanarsi dalla semplificazione dello schierarsi, altrimenti poi si finisce per non prendere più posizione su nulla. Come nell’esempio della meritocrazia, d’accordo che non è possibile disporre di strumenti infallibili per stilare una graduatoria meritocratica, però è anche vero che alcuni sono più bravi di altri, e allora? tra una meritocrazia opportunista e un egualitarismo di bandiera bisogna pur trovare un punto di equilibrio.
    Allora nella ricerca del punti equilibrio e per meglio discernere i pro e i contro, prima di scegliere uno pensa di informarsi, di leggere giornali, riviste, blog, addirittura magari di ascoltare la televisione, ma qui avete già detto tutto voi che siete del mestiere :-). Aggiungo solo che la responsabilità di un giornalista nel contribuire alla formazione della pubblica opinione la vedo in parallelo a quella del medico che ha tra le mani la salute e a volte la vita, del paziente.

  2. “Abbiamo così paura del «dentro» che il «fuori» ci siamo addirittura tolti il diritto (e il dovere!) di guardarlo”… accidenti ma questa è dinamite… Mi fa ripensare alla parresia a cui si riferiva Michel Foucault… A un certo momento uno si alza in piedi e dice il vero di fronte al potere pur sapendo di subirne le conseguenze. Oggi è quasi impensabile che un giornalista affermi una cosa del genere pubblicamente e senza mezzi termini… Almeno io non l’avevo mai sentito dire così. (Non ho letto ancora il libro, che mi giungerà dopo un tortuoso giro di prestiti, che in questi anni magri fanno i libri nuovi…:-))

  3. Daniele, spero che Federica ripassi di qui 😉
    Il libro è piuttosto spietato, come può permettersi di essere spietato uno che parla in prima persona. Che non si limita cioè a chiedere conto agli altri. Dopo la lettura fai sapere che ne pensi?
    Marina: mi sono interrogato circa il rischio opposto. Quello che per evitare le semplificazioni ideologiche si finisca per non scegliere: tutti coinvolti, tutti uguali. La semplificazione contraria. D’altra parte, stare coi buoni son capaci tutti: la responsabilità è scegliere, discriminare, stare dentro alla complessità delle cose, adesso non mi viene un modo migliore di dirlo.

  4. Massimo, certo! Questo luogo della rete è accogliente… MI sembra uno specchio meno deformante di altri per quanto riguarda l’identità – benché il blog sia definito, l’avevo letto da qualche parte, disidentitario…- e io soffro abbastanza le deformazioni speculari dell’internet, sono geneticamente inadatto al virtuale… (ho usato la metafora dello specchio perché mi è venuto in mente il libro della mia amica Maddalena Mapelli che pure tu conosci credo… )

    Federica, non ho amici giornalisti … i giornalisti li vedo e sento e leggo solo attraverso lo schermo mediatico e poi sono anche un po’ ingenuo … rivendico il diritto di stupirmi…

  5. (Ripassando di qui mi accorgo di aver scritto un commento un po’ ellittico, forse poco comprensibile. Le teorie che guardano al virtuale come ad uno specchio si trovano in questo libro. C’è molto altro, sullo specchio come tecnologia e come metafora, dal punto di vista storico filosofico e tecnico. Non c’entrano molto con i discorsi fatti nel post e nei commenti, ma visto che ne avevo scritto, mi è sembrato utile precisare.)

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