“Ve lo dico io che in buona parte sono un cazzaro come loro. E lo farò in modo molto diretto: i giovini sono incazzati al punto di sfasciare le madonne perché le scuole puzzano di merda, sopratutto al sud. Perché chi cresce in Calabria o in periferia a Roma o Napoli vede e fa cose che da Perugia in su sono inimmaginabili. Perché ai professori di mezz’età non frega niente di fare un buon lavoro per qualche spicciolo, gli basta di andare in pensione tra un paio d’anni. Perché perfino le strade che ti ci portano a scuola fanno cagare, e la teoria delle finestre rotte fa il resto.”
(Leggi Io Amo i Black Bloc su RMC Blag)

“Se lo spettacolo è il luogo di gestione del potere, il trauma a reti unificate che serve solo ad invocare un nuovo stato di polizia, allora la vera lotta dovrebbe innanzitutto prevedere un’astensione da questo luogo, in secondo luogo assumere le caratteristiche di un atto responsabile e firmato, piuttosto che di una testimonianza fisica, ridotta alla propria immagine videotrasmessa e manipolata. Forse la Rete, andando al di là di appelli e sottoscrizioni, potrebbe fornire strumenti diversi.”
(Leggi Fuori da Fort Apache di Valter Binaghi)

“A mente fredda, la cosa peggiore è stata vedere ragazzini di vent’anni, vestiti da ragazzini di vent’anni, ridere passandosi spicchi di limone. Il limone serve per ridurre gli effetti dei gas lacrimogeni: lo so, qualcuno me lo deve aver raccontato in una di quelle cronache epiche sugli anni settanta. Ma non mi verrebbe mai in mente di andare a una manifestazione con un limone in tasca. Loro invece ci avevano pensato: sarà per questo che loro sembravano divertirsi, mentre a me tremavano le gambe e quasi non riuscivo a camminare.”
(Leggi Reporter per caso: il 15 ottobre, sotto casa mia, sul blog di Silvia Bencivelli. Segnalato da Zauberei)

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5 thoughts on “La teoria delle finestre rotte

  1. Ho letto “io amo i black Bloc”. Non riesco a condividere appieno il suo punto di vista, ma mi rendo anche conto che è uno dei pochi (almeno tra quelli che ho letto e sentito io) che ha fatto una seria riflessione sul (da lui definito) “THE PROBLEM” e che ha cercato di collocarlo in una dimensione complessa, circolare e relazionale. Pensare che il problema non è una cosa ma STA TRA le cose mi sembra un buon punto di partenza.

  2. Ciao Giorgio, c’è qualcosa di evidentemente urticante in quell’articolo, però mi pareva una passabile rappresentazione di quella che i notiziari liquidano come “rabbia”, “furia” e altre spiegazioni dormitive (quelle per cui, come dici tu, i problemi sono “cose”).
    Spesso il modo migliore per evitare la posizione moralistica che impedisce di capire (o anche solo di ascoltare) è affidarsi a più punti di vista differenti. Così ho scelto tre post che guardavano ai fatti di Roma da prospettive diverse.

    1. Infatti. Cio che ho letto e sentito io viene soprattutto da giornali, telegiornali e talk show, che sono la dimora dei luoghi comuni, delle “spiegazioni dormitive”. Questo intervento mi è piaciuto proprio perché paradossale, ribalta il punto di vista, e si sforza di evitare spiegazioni dormitive. Appena ho tempo e voglia leggerò anche gli altri due post che hai linkato.

  3. Ma il sottotono ironico come artificio retorico l’ ho colto solo io in quel post di amore per i black bloc (non so dove sta il punto interr in questa tastiera). Forse per questo colpisce tanto e non solo perche abbraccia un punto di vista diverso e provocatorio.

  4. Indubbiamente l’autore non è un ragazzotto di una scuola sgarrupata di periferia. Dai suoi dati vedo che in Olanda ci è stato perché studia là.
    Ad ogni modo segnalo il commento di qualcuno che l’ha preso alla lettera: qui.

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