Ieri, lunedì 17 ottobre, la mia rubrica “Linguaggi della rete” su Bresciaoggi era dedicata alla dipartita di Steve Jobs. Dall’osservazione di quanto scritto nei giorni successivi e delle reazioni di una parte del pubblico emergono spunti interessanti di riflessione: a partire dall’assunzione ad oggetto di culto di un personaggio che non viene dal mondo dello spettacolo o dell’arte (una volta nella vita tocca citare l’Alberoni sociologo: nel cercare di dar conto di questo fenomeno, ho pagato il mio pegno). Ma, pure nel tesserne le lodi, le voci della rete son riuscite nel loro complesso a sfuggire alla tentazione dell’agiografia.
Il pezzo è uscito sul quotidiano col titolo “I blogger e Steve Jobs: tra gratitudine e realismo”:

Non sarebbe stato così ovvio, qualche anno fa, veder celebrare come un’icona pop un ricco imprenditore appena defunto. Mentre scrivo, la frase «stay hungry, stay foolish» dal discorso di Steve Jobs alla cerimonia dei diplomi a Stanford, 2005, ricorre in Google dieci milioni e mezzo di volte (un qualunque verso di «Imagine» di John Lennon non arriva alla metà). Se Alberoni nel 1972 distingueva le star dello spettacolo (le «élite ammirate») da altre personalità come politici, scienziati, manager (le «élite invidiate»)…

Per continuare a leggere “I blogger e Steve Jobs” dalla pagina Internet & Hi-Tech di BresciaOggi di lunedì 17 ottobre 2011, clicca qui.

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2 thoughts on “Imagine all the iPhones

  1. “Wilson Greatbatch, l’inventore del pacemaker, la micromacchina stimola-cuore, è morto ieri a Buffalo (NY). Ha lasciato moglie e cinque figli all’età di 92 anni. Stava lavorando per trovare una possibile cura per l’Aids” questo citava l’occidentale.it.
    Mi chiedo come sia possibile che una persona del genere non venga ricordata invece Steve Jobs benchè merita il nostro ricordo tuttavia non quanto Wilson Gratbatch ha avuto un ruolo importante e fondamentale nel salvare vite di molte persone. Grazie del post

  2. Questa è una polemica che circola insistentemente in rete in queste settimane. Un po’ ingenua, se posso dire, perché parte dalla premessa che l’intensità con cui un personaggio colpisce l’immaginario debba essere proporzionale all’utilità del suo contributo all’umanità (ammesso che si possa misurare). Sono cose diverse. Non mi stupisce che una popstar sia una popstar mentre un chirurgo o un missionario no.

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