Arrivo per ultimo a commentare la storia sciagurata della lista, compilata anonimamente da attivisti gay, che addita dieci politici omosessuali (presunti omosessuali: che siano politici invece è sicuro, dato che la vita non finisce mai di sorprenderci). Sono stato lontano dal pc per alcuni giorni e d’altra parte Tarantula non è il Corriere della Sera, mica ho l’obbligo di dar conto puntualmente di tutto quello che succede lì fuori. Per di più altri in rete (vedi qui, qui e qui per esempio) hanno scritto meglio di me cose che avrei firmato volentieri io, e dunque mi pareva inutile ripetere cose già dette. Mi sono limitato a lasciare qualche commento (di nuovo qui, ma soprattutto qui).
Ci torno su, però, perché alla critica della premessa che sta dietro l’operazione, che pure qua e là ho trovato, avrei da aggiungere due o tre cose. Perché certe volte, quando le premesse sono sgangherate (quando il problema sta nel manico), nella migliore delle ipotesi il dibattito può continuare in una serie infinita e inutile di “perché sì” e “perché no”; nella peggiore può prendere delle pieghe mostruose. E qui sta succedendo tutt’e due.

La premessa è: “se sei un politico gay, e voti leggi sfavorevoli (o non voti leggi favorevoli) alla categoria, sei incoerente e disonesto”, e da questa deriva (almeno nella testa dei listaroli deriva) il legittimo diritto allo sputtanamento.
Da qualche parte si fa il paragone col politico che vota leggi contro la prostituzione (contro i clienti delle prostitute) e poi, nel privato, fa il suo porco comodo mettendo in atto segretamente quei comportamenti che vorrebbe proibire al prossimo. Addirittura si evoca l’ipocrisia dei preti che predicano bene e in segreto abusano di bambini. Praticamente: votare contro il riconoscimento delle coppie di fatto sta al votare una legge contro la prostituzione come l’essere gay sta al pagare prostitute (o addirittura all’abusare sessualmente di bambini indifesi!).
Non regge. Comunque la giri, non regge.

È chiaro a chiunque che l’accostamento fra essere omosessuale e frequentare prostitute non è proponibile. Io ad esempio non me la sentirei di mettere i due elementi nella stessa classe, e troverei orribile usare gli stessi criteri di giudizio verso entrambi: pagare prostitute è un’azione e una scelta, alla quale mi sentirei peraltro di assegnare varie gradazioni di discutibilità (non parliamo poi dei reati violenti contro i bambini); essere gay no. Ma da dove viene fuori un tale pasticcio? Da un errore logico, il problema che sta nel manico.
Essere gay (o essere etero, o essere nati a Frosinone) non è una azione: non è qualcosa che uno fa o non fa. Ha più a che fare con quello che uno è, con la sua identità. Votare una legge, o non votarla, sono invece azioni. E mettere sullo stesso piano quello che le persone fanno e quello che le persone sono è lo stesso tragico errore logico che commettono quelli che detestano gli omosessuali. Li disprezzano, o li puniscono, non perché abbiano commesso azioni deplorevoli o per quello che fanno, ma per quello che sono. Perché esistono, insomma.
Mi ricordo una campagna di qualche anno da, finanziata da un’organizzazione che non ricordo, che si occupa di diritti degli omosessuali. C’era la foto di un neonato col braccialetto al polso, di quelli che mettono in reparto maternità per non scambiare i pupi: per dichiararne l’identità, insomma. Sul braccialetto c’era scritto “omosessuale”. Il senso era forte: omosessuali si è, si nasce addirittura. Molti protestarono, trovavano quella campagna e quella foto violenti e disturbanti. Io ero perplesso: venivo da un periodo in cui scrivevo in libri e articoli, e sostenevo in occasioni pubbliche, che tutto quanto è connesso all’identità di genere (non solo il sentirsi uomo o donna, ma i modi in cui uno o una declina il suo sentirsi uomo e/o donna) ha a che fare molto più con la costruzione sociale (con le relazioni, insomma, col modo di “incastrarsi” con le persone e con la propria cultura, e con il modo di rispondere alle aspettative delle une e dell’altra) che con la “natura”; sostenevo che costringere le persone dentro certe aspettative presunte “naturali” contenesse una certa quota di sopraffazione, e che mettere l’accento sulla componente biologica autorizzasse chiunque a stabilire un qualunque criterio di normalità per discriminare qualcuno facendo riferimento alla “natura” come norma; e che al contrario, riconoscere un ruolo cruciale alla complessità delle relazioni sociali rispetto al determinismo della biologia, liberasse le persone da quella sopraffazione.
Nonostante la mia sorpresa (il riferimento alla “natura” veniva usato per liberare una categoria di persone discriminate!) il messaggio di quella campagna mi era chiaro: ognuno è come è, smettetela di odiarlo o discriminarlo perché secondo voi dovrebbe essere diverso da così.
Dicevamo della lista. Dice va bene, lascia perdere il paragone coi clienti delle prostitute, è fuorviante (per non parlare poi dei pedofili). Diciamo che la lista dello sputtanamento mette alla gogna quelli che, pur essendo omosessuali, fanno leggi che punisono gli omosessuali. Da loro, almeno, ci si aspetterebbe un po’ di aiuto, non ti pare?
Non regge ancora. Mi ricorda troppo Bossi e i trecentomila bergamaschi armati. Sono bergamaschi? Sì. Sono trecentomila? A spanne sì. E allora sono tutti sicuri arruolati.
O forse stavolta il paragone l’ho forzato io.
Ma insomma, il problema resta tale e quale. Essere omosessuale e votare una legge restano due questioni di ordini logici irriducibili. L’una attiene all’identità (che non si sceglie, ammoniva quella campagna) e l’altra alle scelte e alle azioni.
Avrebbe senso, dico in linea teorica, pubblicare una lista di parlamentari gay che, avendo votato contro la possibilità di riconoscere coppie conviventi omosessuali, abbiano trovato il modo, in forza dei loro privilegi, di guadagnare per sé una qualche forma di quel riconoscimento che negano a quelli che non hanno alcun potere di condizionare le cose. Allo stesso modo, mediterei qualcosa contro i politici che, per fare un esempio, proibissero la vendita di alcol ma ne permettessero la vendita esclusiva al bar di Montecitorio. Con lo stesso potere usato per negarmi un diritto, lo riservano a sé: loro il Brunello, io la gastrite per il Tavernello di contrabbando. In nome di un principio (“bere fa male”) che si può discutere o no, ma solo dopo avergli chiesto ragione del fatto che vale per me e non per loro.
Ad esempio, mi dicono (non ho modo ora di approfondire) che i partner conviventi di onorevoli hanno prerogative che configurano di fatto una forma di riconoscimento semiufficiale del loro legame. Magari molti di loro hanno anche impedito forme più blande di riconoscimento di un legame di fatto per chi onorevole non è. Fare una lista di costoro, con tutte le riserve possibili sullo strumento, avrebbe per lo meno una logica meno squinternata.
Bisogna ammettere, almeno in linea teorica, la possibilità che le due cose possano non presentarsi insieme: che cioè un parlamentare possa essere omosessuale e insieme, per qualunque ordine di ragioni, non voler votare una legge che a tanti altri omosessuali sembra sacrosanta. E la possibilità che fra queste ragioni non ci sia semplicemente la disonestà. Può ad esempio nutrire qualche forma di conflitto personale circa la propria omosessualità. Dice: ma allora ha un problema! Può essere: e se è così, ancora di più la trovata della lista outing è una violenza ingiustificata verso una persona omosessuale. Ma il punto non è questo. Il punto è: qualcuno di loro ha goduto delle condizioni che ha negato ad altri? Se no, ha senso combatterli politicamente, ha senso avversarli con tutti i mezzi leciti, ma il richiamo alla “coerenza” è del tutto insensato.
Un errore logico è quello per cui io vado nel frutteto e mi aspetto di trovare appesi all’albero, invece che delle mele, dei cestini di mele. Anzi, dei vasetti di marmellata. A buon diritto qualcuno mi darebbe del cretino. Se invece metto sullo stesso piano quello che una persona è e quello che una persona fa, di sicuro qualcuno che mi prende sul serio lo trovo. Se poi, facendo parte di una categoria, attacco uno per il semplice (e paradossale) fatto che appartiene a quella stessa categoria, è una sacrosanta battaglia di avanguardia.

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15 thoughts on “Lista outing, il problema sta nel manico (e non è un doppio senso, sciocchini)

  1. Ciao Massimo.
    Scrivi:
    “Ma da dove viene fuori un tale pasticcio? Da un errore logico (…) E mettere sullo stesso piano quello che le persone fanno e quello che le persone sono è lo stesso tragico errore logico che commettono quelli che detestano gli omosessuali.”

    Se ho capito bene, la tua argomentazione gira attorno al riconoscimento di quel che tu definisci un “errore logico”. Però non è chiaro, almeno a me non è chiaro di quale errore logico si tratti. Forse perché l’espressione “mettere sullo stesso piano” non è abbastanza precisa.
    Tu sostieni che l’errore logico consista nel “mettere sullo stesso piano quello che le persone fanno e quello che le persone sono”.
    Io non capisco intanto quale sia il “piano”. Intendi… il piano del discorso? In questo caso l’errore logico lo commetterei considerando nello stesso discorso “quello che le persone fanno e quello che le persone sono”. Un esempio: “Io sono una persona molto volitiva, e quindi mi esercito in palestra tutti i giorni”. Ho provato a “mettere sullo stesso piano” quello che sono, e quello che faccio. Mi sembra un discorso sensato: non illogico. Quindi il “piano” non dev’essere quello del discorso. Forse il “piano” è la sfera in cui le cose accadono: pubblica o privata. In questo caso “mettere sullo stesso piano” significherebbe portare, o il pubblico sul piano del privato, o il privato sul piano del pubblico. Non mi sembra che questa operazione produca necessariamente degli errori logici. Altrimenti il “piano” potrebbe essere quello del nesso causale: in tal caso, se io andassi a “mettere sullo stesso piano” due cose dicendo che una è la causa dell’altra, la mia affermazione potrebbe essere falsificata grazie ad una prova sperimentale. E potrei aver commesso un errore. Però qui il “piano” non sembra essere quello del nesso causale. Sono in discussione dei giudizi etici e dei comportamenti.
    Penso che continuare a cercare una definizione del “piano” su cui sarebbe logicamente sbagliato porre “quello che uno è” e “quello che fa” sia un esercizio inutile. Soprattutto perché il discorso contenuto nel tuo articolo dovrebbe riguardare l’etica, cioè un insieme di discorsi la cui validità non è pienamente dimostrabile attraverso la logica, ma che anzi slittano e cambiano abbastanza a seconda dell’epoca e dei soggetti enunciatori.
    Per queste cose soprattutto a seconda dei soggetti enunciatori, direi.
    In questo senso mi sembra interessante la riflessione contenuta in un commento ad un articolo pubblicato in nazione indiana.

    http://www.nazioneindiana.com/2011/09/27/troppo-schifo-negli-armadi/#comment-156546

    “(…) l’intelligenza non è una cosa astratta: essere situati in un certo modo è cruciale per capire le cose. Bisogna portare rispetto per chi vive sul corpo le discriminazioni, e portare rispetto significa avere ben chiaro che si deve imparare da questa/e persone che cos’è la discriminazione. Quindi finirla di pensare che il proprio ruolo è quello dell’intellettuale imparziale che segna la via giusta. Questa è solo tracotanza e produce il più delle volte arzigogoli intellettuali. Prima bisogna andare a scuola da chi vive le cose per capirle, poi avere l’atteggiamento di chi si offre di dare una mano.”

    Ciao,

    dm

  2. Allora io so una che le cose le vive – in quanto ebrea – e quindi mi par di capire ci ho la licenza di cagamento di cazzo – mi pare. Non lo sapevo, non lo condivido tanto, ma ahà carpisco il diem.
    Specificando il piano e dicendo “piano politico” io da ebrea so bene che tra due che pensano puttana giudea fuori da casa mia, quello che lo dice è pegggio e politicamente più efficace per me: il dire infatti diventa norma, il non dire anzi la depotenzia – il dire mi butta fuori di casa di quello perchè sono ebrea.
    Ora a me piacerebbe per esempio, cosa che per la verità mi riesce molto più spesso di quanto sia riuscito al mio babbo, che questo dato non fosse oggetto di attenzione e discriminazione normativa. Non è il mio obbiettivo, perchè il mio obbiettivo è che nessun dato privato diventi oggetto discriminante sul piano politico, religione orientamento sessuale razza etc. riguarda l’entità privata che per me è politico non additare. Certo che per me l’essere e il fare in politica hanno da stare su piani diversi perchè invece il fare deve essere oggetto di additamento: ossia il fare leggi raziali, l’avere comportamenti omofobici e quant’altro.
    C’è qualcosa nel messaggio qui sopra infine, di vagamente ricattatorio – che alla fine ha lo stesso sapore della lista, tu massimo cedi a intellettualismi perchè uh non lo sai mica che è l’etica vera! Ci hai il sedere parato. Eppure, io penso che quando si abbracciano questi pasticci, l’etica vera e l’interesse per gli altri – o anche per se e per la propria eventuale minoranza di appartenenza – sia stati risucchiati da qualcosa di viscerale che riguarda una certa persona piuttosto che un’altra, molto più del principio che si vuole portare avanti. E infatti si vede da come sta la sinistra, che sputa a ogni piè sospinto su calderoli e soci, corteggia gli omosessuali a scopo elettorale, ma alla fine, non si muove mai in modo serio e decisamente democratico.

  3. Allora, grazie a chi interviene. Grazie alle vecchie conoscenze, grazie a Federica (vedi pingback più giù) e grazie a Daniele, che leggo spesso e trovo qui oggi per la prima volta.
    Ciao, Daniele. Ho scritto e riscritto la risposta prima di postarla, ma boh, ogni volta mi sembrava la risposta sbagliata. Mi chiedi di chiarirti l’errore logico di cui ho parlato, ma mi dici anche che farlo è un esercizio inutile. Mi chiedi di approfondire una considerazione che ho fatto ma mi avverti anche che il parlare di queste faccende senza soffrirle sulla propria pelle è fare arzigogoli da intellettuali.
    Che posso dire? “Io sono una persona molto volitiva, e quindi mi esercito in palestra tutti i giorni” fila; filerebbe anche “Io ho dei discreti bicipiti perché mi esercito in palestra tutti i giorni”; non filerebbe “Io ho dei discreti bicipiti perché sono una persona molto volitiva” (scusa l’arzigogolo, ma faccio che sto rispondendo a una domanda).
    Non fila confondere “sveliamo i privilegi segreti dei parlamentari”, oppure “sveliamo i vizi segreti dei parlamentari”, con “sveliamo l’omosessualità segreta dei parlamentari” (e lo so che l’etica non è dimostrabile attraverso la logica, ma ci sono cantonate che di conseguenze etiche ne hanno, e grosse pure).
    Ad ogni modo: grazie per il richiamo al “rispetto per chi vive sul corpo le discriminazioni”. Certamente tocca trovare un punto di equilibrio fra il mancare di rispetto e il non poter parlare di nulla se non di cosa si è mangiato a colazione. Però il richiamo mi pare poco centrato: io non ho scritto un post sull’omosessualità discriminata. Ho scritto un post sull’idea (che non fila) che si possa battere una cultura usando i suoi stessi strumenti (quelli che a me sembrano gli stessi strumenti). Uno può non essere d’accordo, ma rispetto a questo eccome se sono situato.
    @ Mammamsterdam: grazie, ora ho anche chiarito meglio.
    @ Zauberei: sì, mi ci trovo. Metto la firma sulla tua chiusa e insisto che ci sono “piani” della questione sui quali è lecito dire qualcosa. Ammesso che ce ne siano altri sui quali non lo è.

  4. Ciao Zauberei.
    Scrivi:
    “C’è qualcosa nel messaggio qui sopra infine, di vagamente ricattatorio – che alla fine ha lo stesso sapore della lista, tu massimo cedi a intellettualismi perchè uh non lo sai mica che è l’etica vera!”

    Ho sostenuto il contrario, cioè che “l’etica vera” non c’è. E che dunque è più utile esprimere dei giudizi etici assumendo che si sta occupando una posizione precisa, sociale storica, “situandosi” appunto. E non indicando presunti “errori logici”. Non è possibile dimostrare che tu hai ragione. Per cui penso sia più utile che tu dica la tua dicendo che è tua. Come hai fatto per esempio nel commento situandoti e situando il tuo discorso sulla scia di quello che hai chiamato “il mio obbiettivo”.

    A Massimo.
    Grazie per l’accoglienza in questo bel blog stimolante. Stimolante anche perché si può non essere d’accordo con l’autore.

    Scrivi:
    “Mi chiedi di chiarirti l’errore logico di cui ho parlato, ma mi dici anche che farlo è un esercizio inutile.”

    E’ vero, la domanda era un po’ retorica, e me ne scuso. In realtà penso appunto che indicare un presunto errore logico in un discorso presupponga l’idea che è possibile dimostrarne l’erroneità, al di là della “situazione”, sociale storica personale. E non c’è dubbio invece che giudizi di questo tipo siano collegati alla propria “situazione”. Facciamo un esempio: e se un blog analogo avesse rivelato l’omosessualità di un tipetto alla Ahmadinejad, che governa una “repubblica” in cui gli omosessuali rischiano la morte per mano dello stato? Di sicuro una simile notizia, se provata in un secondo momento, avrebbe potuto cambiare forse un po’ le cose. Eppure anche chi sostenesse la giustezza e l’opportunità di una simile iniziativa, dal tuo punto di vista commetterebbe un “errore logico”, ovvero “mettere sullo stesso piano quello che le persone fanno e quello che le persone sono”, tratti dell’identità e azioni specifiche. Non credi anche tu che in quel caso si tratterebbe di una iniziativa eticamente molto meno opinabile di questa? Perciò insisto nel contestarti la presunta oggettività (logica) del tuo discorso, facendo notare quanto sia “situato”.
    Io non ho un’opinione precisa in merito. Non so cosa voglia dire vivere la propria sessualità o la propria relazione sentimentale con il timore della violenza ogni qualvolta la diversità si manifesta in pubblico, senza fra l’altro vedersi riconosciuti alcuni diritti fondamentali. Non lo so. Però visto che anch’io ne ho passate delle belle, e so cosa vuol dire non vedersi riconosciuti dei diritti, allora cerco di non esprimermi assertoriamente e definitivamente in merito a questioni del genere. Tutto qua. E cerco di trasmettere se posso una buona e sana (“rispettosa”, etica) secondo me incertezza relativista. Penso che questi siano dei campi minati.

    Daniele

    1. Dunque – nel messaggio di Daniele avverto una eventuale critica a un mio taglio troppo aggressivo nella risposta – non è detto – ma nel caso prendo atto.
      Voglio solo dire però che un buon relativismo è sempre il termine medio di una pretesa che lo scavalchi, e le persone situate devono essere un buon mezzo di identificazione per creare un’etica condivisa. L’aggressività che mi suscitano le parole di un Daniele è dovuta alla precarietà e al medio tepore delle sue istanze. In soldoni: non ho intenzione di considerare l’abolizione della pena di morte e questo stesso relativistico rispetto per situazioni diverse dalla mia come una moda contingente di questo momento e di quest’area. Non lo credo ma ammesso che sia anche vero – sinceramente mi sento distante dalle persone che se lo ricordano con tanta agilità. Se è relativa la mia sofferenza in termini di emarginazione – altrettanto relativa è la responsabilità di chi mi emargina. Brrr.

  5. Cioè ecco.
    Metto la domanda in un altro modo. Perchè mi devo fidare di Daniele? Se la sua identificazione con il situato è contingente e labile e non si aggancia a niente?

  6. (Esprimo la mia opinione in modo più completo e articolato.)

    “Perchè mi devo fidare di Daniele? Se la sua identificazione con il situato è contingente e labile e non si aggancia a niente?”

    Perché? Perché il mio discorso non poggia su una “identificazione con il situato”, che certo può essere “contingente e labile”. Il mio discorso poggia su una certezza inoppugnabile: per quanto riguarda le questioni etiche, non è possibile dimostrare le proprie ragioni. Questo non significa che non si possa arrivare ad un’etica condivisa.
    Possiamo fare invece due cose:
    1) Considerare che le nostre ragioni derivano da alcuni principi che riteniamo fondamentali e a cui non vogliamo derogare.
    Tipo: “Nessuno nel nome dello Stato può uccidere”. Se assumiamo questo principio, la pena di morte è sbagliata.
    2) Identificarci nelle persone implicate, immedesimarci nelle situazioni che riguardano una determinata questione etica.
    Tipo: “Cosa proveremmo se fossimo noi i migranti che sbarcano in Italia in fuga dalle miserie e ci ritrovassimo chiusi in una sorta di prigione? Se fossimo noi i migranti, questa misura ci sembrerebbe giusta?” Ad esempio a me non sembrerebbe giusta. Non solo, ma anche per questo, ritengo che chiudere i migranti in quei cosiddetti centri di accoglienza non sia giusto.

    Può capitare che il giudizio etico formulato sulla base di un principio, si opponga all’intuizione che deriva dall’identificazione e dall’immedesimazione. Di conseguenza a volte decidiamo che bisogna riformulare i principi, o considerare delle eccezioni ai principi.

    Anche in questo caso – la pubblicazione dei dieci nomi nel blog listaouting – non possiamo dimostrare che l’azione è giusta o che è sbagliata. Il nostro giudizio etico dipenderà dall’esito di due operazioni intellettuali.

    1) Il richiamo ai principi. O meglio il richiamo alla scala di principi (secondo quello che riteniamo essere l’ordine di importanza).
    Ad esempio: “Per nessun motivo i comportamenti sessuali delle persone non possono essere oggetto di divulgazione”; “La discriminazione razziale, etnica, di genere va combattuta con ogni mezzo (esclusa la violenza materiale)”; “E’ diritto dei cittadini essere informati quando i comportamenti (anche sessuali) dei politici contraddicono la loro condotta politica arrecando un danno a terzi” etc.

    2) L’immedesimazione e identificazione nelle situazioni e nelle persone di riferimento. Cioè ci sarà chi, identificandosi in chi è stato additato pubblicamente come persona omosessuale, sentirà un po’ anche su di sé il peso di quella pubblicazione. Ci sarà chi, identificandosi nelle persone omosessuali che subiscono discriminazione, sentirà un po’ anche su di sé il peso di quella discriminazione. Ci sarà anche chi si identificherà e si immedesimerà in entrambe le categorie di persone e situazioni, con effetti diversi. E chi non riuscirà a identificarsi e immedesimarsi né da una parte né dall’altra.

    In ogni caso, il giudizio etico dipenderà dall’esito di queste due operazioni intellettuali. Quindi è bene, se vogliamo condurre la discussione proficuamente, razionalmente, se vogliamo contribuire alla costruzione di un’etica condivisa, e vogliamo dunque poter discutere delle nostre opinioni, è bene dire quali sono i nostri principi e in quale ordine li consideriamo, e riportare – condividere (parola chiave) – le impressioni e le sensazioni prodotte dall’identificazione e dall’immedesimazione nelle persone e nelle situazioni in gioco. E solo poi, alla fine formulare il giudizio etico: è giusto, è sbagliato.
    Se saltiamo questi passaggi ed esprimiamo il nostro giudizio come se fosse il prodotto di una scienza, o di un metodo infallibile, o di una logica ferrea, ci sottraiamo al confronto. E’ come se ad un convegno di matematici sostenessimo la validità di un teorema senza poterlo dimostrare. Cosa otterremmo? Chiusura. E, se insistessimo, ostilità, zuffa…. Se al contrario partiamo dal fatto che non possiamo dimostrare nulla – per quanto riguarda l’etica – e quindi non dimostriamo ma mostriamo come siamo arrivati a dire “è giusto” o “è sbagliato”, ci rendiamo utili, ci mettiamo al servizio dell’etica.
    (Questo, nella maggior parte delle discussioni in rete sull’argomento, a cui io ho assistito, non è stato fatto. Si è discusso astrattamente come se ciascuno potesse davvero dimostrare, e non mostrare, le proprie ragioni. Di qui, discorsi non tanto costruttivi, botta e risposta interminabili, risse verbali.)

  7. Ecco, io però devo dire una cosa.
    Daniele, il mio ragionamento non mirava a “dimostrare” la scorrettezza etica della lista. Almeno al principio, il mio ragionamento (lo dico nelle prime righe) mira a spiegare come mai, secondo me, il dibattito si è avvitato su sé stesso in maniera un po’ sterile (a parte esempi come Nazione Indiana, ma d’altra parte lì si vede chiaro che mentre la discussione fiorisce per altre vie non previste, la questione di partenza resta oggetto di un braccio di ferro poco eccitante). Spesso quando ci si infila in qualche vicolo cieco c’è un problema nelle premesse. O un pasticcio. E io ho fatto un’ipotesi su quale potesse essere qui il pasticcio. Ha senso denunciare i reati di un politico? Ce l’ha. Ha senso mettere sotto accusa uno perché è omosessuale? No. E qui il pasticcio nasce dal fatto che, confondendo i due piani, due ovvietà entrano in conflitto.
    Poi ho detto (l’ho chiarito meglio nel mio primo commento) che da una confusione di questo genere possono derivare altre confusioni eticamente preoccupanti: essere omosessuali non è equivalente al commettere reati violenti contro i bambini, sebbene le due cose abbiano in comune che può accadere che restino segrete. Ora, che sia perché riteniamo fondamentali e non derogabili alcuni principi, o che sia in seguito all’immedesimazione con le persone in questione, fra le due o tre cose su cui concordiamo che non si transiga c’è il fatto che confondere l’omosessualità con un reato o con un comportamento moralmente condannabile è una cosa che non si fa.
    Senza andare troppo lontano, in alcuni blog la confusione è esplicita e l’ho segnalata nei commenti: mi è stato risposto che era un mio fraintendimento e che ndringhete ndra’.
    Allora, secondo me in una trappola simile (anche se senza le conseguenze disastrose di cui sopra) ci caschi pure tu quando dici “i comportamenti (anche sessuali) dei politici contraddicono la loro condotta politica”: quello che è stato messo in piazza non erano, appunto, “comportamenti” contraddittori, ma l’omosessualità. Ma questa non è riconducibile a quelli. Allora, chiarito questo, e sostituiti “i comportamenti” con “l’omosessualità”, l’argomento non regge più: “l’identità omosessuale dei politici contraddice la loro condotta politica” è un non senso. Semmai avrebbe senso il contrario: la loro condotta è un tradimento della loro identità. E in conseguenza di questo equivoco si sputtana non una condotta ma una identità.
    Potrei accontentarmi di dare questa spiegazione e suppongo che la passerei abbastanza liscia. Però approfitto di quel che dici – ammettendo che dopodiché sì, ho sconfinato nel terreno della deplorazione etica – per chiarire in che senso non evito di situarmi (nel senso di assumere un punto di vista come “un” punto di vista) e che anzi la vedo in modo molto simile a te. La prendo come un’occasione per chiarire una mia premessa, cosa che è utile fare quando si affermano delle cose. Tanto che ritengo questa premessa fondativa della maggior parte delle cose scritte in questo blog e non solo.
    Quando uso la metafora dei “livelli logici” uso, appunto, una metafora. Non penso (come in un certo senso pensava Russell quando formulò la teoria dei tipi logici) che il mondo abbia una suo intimo ordine gerarchico e che far casino con i livelli sia una trasgressione di quell’ordine. Però è un modo di vedere che mi torna utile, perché l’esperienza di cose ordinate gerarchicamente (di cose dentro contenitori e di contenitori dentro contenitori di contenitori; e di contenuti che invece dentro al contenitore non ci stanno e lo modificano addirittura, esattamente come la pericolosità di Ahmadinejad in confronto a quella di Calderoli certo che cambierebbe la premessa) fa parte di quelle esperienze fisiche che mi permettono (altro modo non c’è) di pensare e descrivere esperienze non fisiche (le relazioni, gli equivoci, il razzismo). Metafore, appunto. E mi implico perché scelgo una metafora anziché un’altra: chiaro che un’altra metafora mi potrebbe dare un quadro differente, perciò quando mi affido a una anziché a un’altra compio una scelta che ha conseguenze di cui sono responsabile.
    A una metafora non si chiede di essere “vera”. Si chiede, diciamo, una certa coerenza interna. Può darsi che in virtù di quella coerenza interna sia difficile dimostrare, dentro la stessa metafora, la falsità di un ragionamento (l’avrò pure scelta per qualche ragione, no? 😉 ). Ma altrettanto l’interlocutore può guardare (e farmi guardare) la cosa attraverso un’altra metafora. E prendersi la stessa responsabilità.
    Ecco, questo è quello che penso. E quando parlo dell’impossibilità di non usare metafore spero che si capisca il mio scetticismo verso la possibilità di descrizioni certe e inoppugnabili. Ecco in che senso io intendo la differenza fra “dimostrare” e “mostrare”.
    Ha senso tutto questo secondo te?
    Cara Zauberei, mi hai fatto pensare a lungo. E’ curioso come tutto questo si intrecci con il dibattito di qualche giorno fa sul tuo blog. Io diciamo che mi fido di uno quando è agganciato a qualcosa e quando ci mette pure la prima persona: “questo è il mio gancio; l’ho scelto io e magari ti dico perché”.
    Buonanotte a voi e a chi ci ha seguiti fin qui 😉

  8. Massimo, non mi convince… Scusa ma insisto.
    Se X scrive “l’enunciato di Y contiene un errore logico” intende che l’enunciato di Y è insensato, sbagliato per tutti i parlanti. Se X invece intende che l’enunciato di Y non condivide il proprio “modo di vedere”, come dici tu, ovvero i propri schemi interpretativi e ordinativi del mondo, dice una cosa completamente diversa.
    Per questo mi sembra che “la metafora dei livelli logici” complichi inutilmente le cose sotto l’aspetto del confronto. E’ cioè un artificio retorico efficace ma non intellettualmente chiaro. Se io non condivido la visione del mondo e gli schemi interpretativi che si intuiscono dietro i discorsi di qualcuno, faccio bene a dire che non condivido la sua visione e i suoi schemi, quindi il suo discorso. Se invece dico che il suo discorso è logicamente sbagliato, do per scontato che la mia visione e i miei schemi siano “la logica”. E che la visione, gli schemi e il discorso del mio interlocutore siano fuori logica, illogici. Mi chiudo cioè automaticamente nel mio orizzonte squalificando quello del mio interlocutore.
    Tutt’altra cosa è premettere di ragionare secondo una certa “logica”. E poi dire che un certo discorso è fuori da questa logica.
    Ho commentato il tuo articolo perché mi ha dato l’impressione di voler squalificare altri orizzonti che a me sembrano dotati di senso e logica. Perché secondo me gioca un po’ sullo slittamento del concetto di “logica” (orizzonte condiviso -> mio orizzonte).
    Succederebbe lo stesso se io commentassi un tuo articolo in cui racconti una tua esperienza di vita, scrivendo: “Questo discorso non è vero. Intendendo però la “verità” in un altro senso. Cioè come autenticità, spontaneità, assenza di articifici. Se io non specificassi che sottintendo questo concetto di “verità”, chiunque interpreterebbe le mie parole così: il discorso non è vero; ossia: l’articolo dice il falso. E tutto perché ho sostituito il concetto di verità condiviso da tutti (fattuale) con un concetto di verità soggettivo (personale, psicologico). Se poi giocassi un po’ su questa ambiguità lessicale, metterei a dura prova la possibilità di un confronto.

    Per quanto riguarda invece il tuo approccio. Tu consideri l’identità come qualcosa di slegato dall’azione. Fa parte della tua “logica”.
    Scrivi:
    “quello che è stato messo in piazza non erano, appunto, ‘comportamenti’ contraddittori, ma l’omosessualità. Ma questa non è riconducibile a quelli.”
    Eppure se io considero il significato della parola omosessuale, leggo (Treccani):“ Chi rivolge la propria attenzione sessuale verso il suo stesso sesso o chi pratica l’omosessualità”. Quindi se io dico che X è omosessuale, dico qualcosa che riguarda l’interiorità di X, e presumibilmente i suoi comportamenti. Presumibilmente perché io non leggo nel pensiero, e dunque se sostengo che X è omosessuale è perché sono stato testimone – o qualcun altro lo è stato e me lo ha riferito – di azioni, comportamenti. Ebbene queste azioni, questi comportamenti sono gli stessi che gli attivisti di listaouting – e molti altri omosessuali – vivono in pubblico spesso con il timore della violenza, oltre che della altrui riprovazione morale etc.

  9. Daniele, però io non ho squalificato la narrazione di vita di un altro dicendo che non è “vera”. Io ho messo in dubbio una strategia e la sua premessa che mi pare(va) difettosa.
    Non mi pare che questo abbia causato la chiusura di un’orizzonte, tanto che ci stiamo confrontando da giorni. Tu stesso sei intervenuto dicendo più o meno che chi non vive sulla sua pelle una cosa farebbe bene a non parlarne. Poi mi hai chiesto però di farlo, ma dicendomi nello stesso tempo che comunque era inutile. Io potevo risponderti, come Bombolo ar Monnezza, “allora dimme che me voi mena’”. Eppure siamo qui.
    Io ho detto “se inquadro il problema in questa cornice, le conclusioni sono queste”. Tu avevi due possibilità: o affermare che la cornice non era adeguata al problema (e infatti l’hai fatto) o dirmi, restando dentro la cornice, che quelli che dalla mia prospettiva sembrano due piani diversi, potrebbero non esserlo. E hai fatto pure questo, e mi pare in modo utile ed efficace. Chi di noi si è lasciato intimorire da una chiusura dell’altro? Nessuno.
    Sul merito: la distinzione per me continua ad avere una sua utilità nel momento in cui per qualcuno essere gay comporta di conseguenza assumere certe posizioni in Parlamento (che è la logica della lista, mi pare). Può essere ovvio per lui, può essere ragionevole per me, ma tocca accettare che per quei dieci della lista non lo è.

  10. Caro Massimo
    Non ho voluto dire neppure alla lontana che “chi non vive sulla sua pelle una cosa farebbe bene a non parlarne”. Ho scritto che tutti, secondo me, dovremmo addentrarci in una discussione che riguarda anche una discriminazione tenendo bene presente chi siamo, dove siamo, cosa abbiamo e cosa no. E che dovremmo, sempre secondo me, fare questo discorso di situazione alla luce del sole, pubblicamente, non nella nostra testa. Cioè ho scritto che: è bene parlarne. Ma, secondo me sempre, non da un punto di vista oggettivo, logico, da su…
    E il fatto che l’articolo sia dentro una logica di chiusura del tipo che ho descritto, non implica che non se ne possa parlare. Questa chiusura infatti non riguarda una censura o che, ma una strategia retorica, un modo di porsi. A cui si può opporre una diversa retorica, un modo diverso di porsi. Che è quello che io ho fatto, mi pare.

    Nel merito invece. Questione di punti di vista. Se io (generico) sono assolutamente convinto che una legge contro l’omofobia (del tipo proposto) è giusta e necessaria e che quindi chi vi si oppone si sta opponendo a un provvedimento giusto e necessario, ovvero sta commettendo un’ingiustizia, le cose cambiano. E se so che alcune delle persone che si oppongono potrebbero in realtà avere un certo interesse a che la legge passasse, o perlomeno la misura (anche sul proprio corpo) della necessità e della giustezza della legge, potrei ritenere giusto agire così. E divulgare i nomi di quelle persone. Non contro di loro, perché appunto l’omosessualità non è un male. Ma per il bene della collettività. Perché ritengo che svelare quella contraddizione contribuisce in qualche modo a sanarla. …QUalcuno altrove ha scritto che, in un certo senso, si potrebbe considerare anche quest’iniziativa “un atto d’amore”. Non penso sia questa l’intenzione. Non è detto però che effetti e risultati siano così diversi.

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