tesigeriIeri sera sono stato a un concerto. Non ricordo quanto tempo sia passato dall’ultima volta che sono uscito la sera per ascoltare della musica dal vivo, è che il più delle volte all’ora in cui cominciano i concerti io sto arrivando alla stazione da chissà dove, oppure sto rientrando a casa disfatto e non ci sono proprio le condizioni per uscire.
Oddio, non è che proprio sono ridotto così male, capita anche che certe sere siano giuste per andare ad ascoltare cose in giro, ma di solito sono le sere in cui non si trova niente di bello. Ad ogni modo, per farla breve ieri sera sono andato ad ascoltare un bel concerto e di questi tempi per quanto mi riguarda è praticamente un evento.
Ma non è proprio di questo che volevo parlarti, questa è solo la premessa.
Dicevo, il concerto era di Riccardo Tesi e Maurizio Geri. Il primo lo avevo ascoltato quasi venti anni fa in una formazione completamente diversa e anche dopo ho seguito con una certa curiosità il suo lavoro sull’organetto diatonico nelle musiche tradizionali di mezzo mondo, e non solo. Maurizio Geri è un chitarrista che credo si sia formato sulla musica di Django Reinhardt e sul jazz tradizionale, ma ha lavorato anche parecchio sulla canzone popolare italiana. Proprio un bel duo, mamma mia che classe: ma non è questo l’argomento di questo post, questo è ancora il cappello, come si dice.
Comunque Tesi e Geri sono usciti l’anno scorso con un disco dedicato a Caterina Bueno, un’artista toscana che ci ha lasciato quattro anni fa. Artista ma soprattutto ricercatrice, con la quale entrambi hanno suonato. Per decenni ha svolto un lavoro eccezionale per far emergere e per divulgare tanta musica popolare toscana: attraverso le registrazioni sul campo e poi attraverso un’attività concertistica e discografica in cui riproponeva le canzoni che scovava nelle sue ricerche.

Il cd doppio che Tesi e Geri hanno realizzato si chiama “Sopra i tetti di Firenze” (ti ricorda niente?) ed è suonato da dio e arrangiato da paura. Bello da morire, e se non lo conosci ti sei perso qualcosa. Dentro non ci sono solo loro, c’è un ensemble straordinario e ci sono ospiti di lusso, addirittura popstar e artisti toscani che si sono messi al servizio di un disco così singolare e così poco fighetto. Nada, per dirne una, o la Nannini. O Carlo Monni, o Riondino, o Piero Pelù persino, che incredibilmente rinuncia a gigioneggiare come ti aspetteresti e lascia a casa il birignao che è il suo marchio di fabbrica per fare il ragazzo serio e mettersi nella prospettiva un progetto così. E infatti se non leggi le note di copertina non lo riconosci nemmeno. Poi, una volta che lo sai, capisci che a un verso come “le tue galline facciano tanta merda” quel sibilo luciferino poteva darglielo solo lui. Non scherzo.
Caterina Bueno fu un personaggio cruciale fra quelli che bazzicavano il Folkstudio di Roma, il locale dal quale nacque più di una generazione di musicisti interessati alla musica popolare americana, ma anche a quelle regionali italiane e a quelle britanniche e irlandesi. Tanti di loro si ispiravano a Bob Dylan (ci suonò anche, Dylan, e nessuno lo riconobbe: era il 1962) e ai cantautori contemporanei che scrivevano canzoni con un’attitudune folk. Quando negli anni Novanta il Folkstudio cominciò a passarsela male, la Bueno fu tra gli artisti che più si impegnarono per permettergli di non morire. Non ce la fecero, purtroppo.
Non volevo parlarti del Folkstudio però, anche perché non potrei: fra i rimpianti della mia vita c’è quello di non aver fatto in tempo a vederlo. Era così vicina Roma, eppure nemmeno negli anni in cui la frequentai assiduamente per studio ebbi mai (o mai me la cercai) l’occasione per andare una sera al Folkstudio, e oggi me ne pento amaramente. Che cosa mi sono perso.
Tanti di quei musicisti poi li ho incontrati, qualcuno l’ho anche frequentato per un certo periodo, ma il Folkstudio non l’ho mai visto, mannaggia a me e alla pigrizia.
Potrei non vedere mai Bombay, o la Statua della Libertà, e me ne farò una ragione: ma se c’è una cosa per la quale mi mangio le mani è di essermi perso per sempre il Folkstudio.
Conobbi anche Mimmo Locasciulli, una sera che andai a intervistarlo dopo un concerto per la radio con cui collaboravo all’epoca. Mi ero preparato delle domande molto serie e intelligenti, sapevo che se andavi a parlare con un cantautore toccava studiare e dire cose acute, ma lui per tutto il tempo mi trattò male e mi rispose con molta sufficienza, mentre prendeva molto sul serio due tizi di una radio ggiovane che gli facevano domande del tipo “che cos’è per te l’amore?” e si divertiva parecchio. Giuro. Tanto che per un po’ mi convinsi che i cantautori dovevano essere proprio delle brutte persone. Poi uno che lo conosceva bene mi disse “strano, di solito è gentile”. Mi bastò. L’avevo incontrato in una serata sbagliata, tutto qua.
Di cosa stavo parlando? Ah.
Intorno al 1970 Caterina Bueno ingaggiò come chitarrista Francesco De Gregori, anche lui della grande famiglia del Folkstudio (e anche lui lo conobbi una sera per ragioni analoghe a quelle di Locasciulli, solo che con lui mi andò meglio: però fui fortunato; c’era una collega yuppina di un’altra radio che non conoscevo che non aveva capito niente del testo di “Dottor Doberman” e gli disse qualcosa che lo offese molto; così io feci la figura di quello con cui si poteva parlare, e per sfruttare la situazione lanciavo ogni tanto alla yuppina delle occhiate di sufficienza scuotendo gravemente il capo; poi io e Francesco parlammo di un suo arrangiamento fingerstyle della “Donna cannone” e lui ne fu molto gratificato).
Ecco, per chi ancora non lo sapesse, la canzone “Caterina” che De Gregori incise su “Titanic” nel 1982 è dedicata proprio a lei. Uno pensa a un amore inventato per scriverci una canzone (anche se lui la presentava spesso come una canzone che “parla di una donna che amo”), o a una fiamma di quelle dei tempi della scuola che non si spengono più, e invece quei versi ispirati da sconfinato affetto sono rivolti proprio a Caterina Bueno.
L’hanno rifatta anche Maurizio Geri e Riccardo Tesi nel cd, e forse è una delle più belle canzoni della musica italiana, e se vi sembra un’esagerazione spero per voi che non siate fra quelli che nella torrida estate recente si erano messi in testa di decidere se fare santo patrono Vasco Rossi o Ligabue.
“La chitarra veramente la suonavi molto male, però quando cantavi mi sembrava carnevale” è uno di quei versi che se li canti a chiunque altro, ti risponde “ma ti sei visto? È arrivato Segovia, è arrivato”. Ma una persona che ami davvero, il senso lo capisce.
In fondo anche Springsteen cantava “You ain’t a beauty but hey, you’re alright”, no?, e uno lo sapeva che in fondo in fondo era un complimento. Tanto che per parecchio tempo ho pensato che fra i due l’assegnazione del mio personale Premio Speciale “Verso Apparentemente Da Gradasso Ma In Realtà Pieno di Tenerezza Struggente” era roba da fotofinish.
Un altro verso bellissimo di “Caterina” era quello delle “cinquecento catenelle che si spezzano in un secondo, e non ti bastano per piangere le lacrime di tutto il mondo”: le catenelle in questione erano quelle (d’oro!) che Caterina Bueno aveva cantato in un’altra canzone, che nell’80 avrebbe ripreso anche Vecchioni.
Allora, questa storia del concerto, insieme al fatto di passare parte della notte successiva a cercare informazioni su Caterina Bueno, mi ha fatto venire in mente un episodio (ecco, era qui che volevo arrivare).
Ci sono stati anni che De Gregori l’ho ascoltato in giro tutte le volte che potevo. L’ho visto una volta anche a Roma, e lo dico con legittimo orgoglio perché ascoltare De Gregori al Teatro Olimpico è un po’ come mangiare la fiorentina a due passi da Ponte Vecchio, anche se il paragone non mi convince fino in fondo, ma non me ne viene uno meglio. Diciamo come vedere Pelè al Maracanà.
Ecco, in una delle innumerevoli serate in cui l’ho ascoltato mi ricordo che prese il verso “Caterina, questa tua canzone la vorrei veder volare sopra i tetti di Firenze per poterti conquistare” (eccoli, i tetti del titolo del cd di Tesi e Geri) e ne cambiò una parola: “sopra i tetti di Firenze per poterti consolare”.
Cantò proprio così, “consolare”.
E io pensai che diventava un’altra canzone, e che fra un universo e l’altro ci passano due sillabe. E così pensai che certe volte le parole sono una figata.
Ecco, questo è quello che mi è tornato in mente.

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6 thoughts on “Cinquecento catenelle

  1. E anche stasera è arrivata quasi l’una, mannaggia, perciò mi fermo (quasi) qui. Nel senso che per esempio ti ho letto come un testo semplice e l’ipertesto lo lascio a domani, soprattutto ti ho letto di corsa, come mangiandomi le parole, perché questo tuo scritto ha il ritmo di una pietra che rotola giù per il fianco della montagna e ogni tanto rimbalza su uno spunzone di roccia e recupera energia per continuare la sua corsa e anzi, corre sempre più velocemente a valle, fino a sorprenderti con l’ultimo salto “che certe volte le parole sono una figata”. E quindi merita diversi livelli di lettura. A domani.

  2. Doveva essere il 1972 0 1973, boh. Al Folkstudio Guccini presentava Radici e davanti a me era seduto un giovane De Gregori con una ragazza brutta come la fame. Sono passati quasi quarant’anni, pensa te. All’Aquila Locasciulli cantò in un locale in via Sassa dove, venticinque anni dopo, mio figlio festeggiò la maggiore età. Rivederlo mi sconvolse, era davvero piccolo, eppure quella sera d’inverno di tanti anni prima, mi era sembrato più grande. Tempi e spazi che si dilatanto, si restringono, di deformano nel caleidoscopio della vita. Sono vecchia, tant’è.
    E quel locale in via Sassa chissà che fine ha fatto.
    Grazie per averci reso partecipi.

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