Ho scritto questa nota su Facebook la sera di venerdì 2, è stata ripresa poco dopo da IlCapoluogo.it. Grazie al quotidiano on line e grazie al suo Direttore, Maria Cattini.
Un terremoto ferisce non solo gli spazi ma anche il tempo. In questo articolo ho provato a spiegare perché questo a L’Aquila è vero più che in altre occasioni analoghe, e perché il non tenerne conto porta a mettere le une contro le altre le poche cellule sane che rinascono anziché far sì che ricrescano insieme.

 

L’Aquila: riconnettere il tempo fratturato

di Massimo Giuliani
Dall’indomani del terremoto mi capita di dire e di scrivere del rischio di affrontare le conseguenze della tragedia con in testa un’idea di città come aggregato di case anziché rete di relazioni, contesto che vive in coevoluzione con una collettività e con i significati e le memorie che essa condivide, che ne è determinato così come a sua volta contribuisce a determinarli.
Il tempo della città vive intrecciato col tempo delle persone: lo crea e ne è creato. L’idea che la gestazione della nuova città potesse essere prolungata sine die, e che la voglia di viverci e di riappropriarsene dovesse semplicemente assoggettarsi ai suoi tempi, assomiglia alla pretesa di tenere un bambino nella pancia non per nove mesi ma per diciotto, o ventisette, o fino a data da destinarsi, finché qualcuno non abbia trovato il tempo di fare la scorta di pannolini o di preparare la cameretta. Ma quello, quando avrà deciso che è il suo momento, nascerà. E se non ha i pannolini lascerà i suoi bisogni dove gli capiterà, e se non ha la stanza tinteggiata giocherà dovunque trovi l’opportunità di farlo. Hai voglia a prendertela con lui, o coi vicini che si lamentano della puzza e del rumore.
Chi pensò la città come diciannove satelliti artificiali, annunciò che ciascuno di essi sarebbe stato dotato di alberi che sarebbero cresciuti tanto in fretta che ben presto sarebbe sembrato che fossero lì da parecchi anni. Ecco: la città come colossale autoinganno, come falsa memoria collettiva, come artefatto di un inventore di realtà virtuali, trapiantata in un tempo inventato anziché prodotto della storia e delle relazioni delle persone. O delle proprie ferite e cicatrici, persino, come è stato da sempre per la storia dell’Aquila.
Scrivevo di recente sul mio blog, a proposito del mio ultimo viaggio a L’Aquila, che tornando di notte da una cena con amici mi ero imbattuto in gruppi di giovani che invadevano il Corso con i boccali della birra venduta nei pochi locali aperti. Scrivevo del loro vociare e della musica che usciva dai locali, e raccontavo che il contrasto fra questi e il buio mortifero che infrangevano mi aveva commosso; che vedevo in quelle “forme di vita incontrollabili”, che rinascono qua e là di notte senza chiedere il permesso, un sussulto di quella vitalità del centro cittadino che di giorno muore soffocata da transenne, erbacce e abbandono.

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Il mio articolo fu molto letto e godette di una certa condivisione nei social network, ma nello stesso tempo, dal contenuto dei pochi commenti che ricevette sul blog, capii anche che le ragioni del mio entusiasmo, che a me sembravano così scontate e ovvie, non lo erano.
Ora leggo su IlCapoluogo l’articolo “L’Aquila: Più movida che ricostruzione”, che pure esprime dubbi seri su questa riappropriazione notturna, anarchica e caciarona, di brandelli di città. Le preoccupazioni sono da tenere nel giusto conto: il Centro storico rischia l’invasione di pub e discoteche, ma siamo sicuri che i locali siano adeguati e agibili? E non si è già visto, troppo di recente, che dove si aggregano giovani per bere e fare baldoria c’è il rischio di risse e problemi di ordine pubblico?
Ancor più fa impressione la denuncia pubblicata col titolo “Il centro storico è una latrina a cielo aperto”: non solo le birrerie si riaffacciano in centro, ma anche alcuni cittadini, pochissimi, che tornati a casa non trovano riposo la notte perché assediati dal rumore e dai bisogni fisiologici dei ragazzi che ripopolano il centro: giovani aquilani, ma anche studenti che vivono a L’Aquila per il tempo della formazione universitaria. Alcuni urinano contro i portoni, urlano, sfasciano bottiglie, vomitano.
Voglio spiegare il mio pensiero, permettetemi di prenderla un po’ alla lontana.
Nella vita faccio lo psicologo. Come psicologo, il mio mestiere è la terapia della famiglia. La pratico, la insegno a giovani colleghi, ne scrivo.
Mi occupo, cioè, di come le persone stanno insieme e legano le loro condizioni. Di come coordinano modi, aspettative e significati differenti dello stare insieme. Di come, cosa ancora più complicata, coordinano i loro tempi (perché nascere, crescere, evolvere, realizzare i propri progetti, sono attività che richiedono un congruo spazio, ma anche un tempo). Di come il malessere di un sistema di relazioni ha un effetto sugli individui e di come la sofferenza di un individuo trova collocazione e senso dentro il suo sistema di riferimento. Di come un’appartenenza può diventare risorsa per una persona che sta male e di come una persona può esserlo per un sistema che soffre.
Fra le cose che questo mestiere mi ha insegnato ce ne sono alcune che riguardano il cambiamento.
Ad esempio i modi in cui si presenta: non sempre come un sospiro di sollievo, non sempre accompagnato da un profumo di fiori. A volte fa rumore, è sgradevole. A volte il cambiamento è l’emergere di una ferita che non si vedeva: fa impressione e vorresti evitarne lo sguardo, ma mostrandosi ti offre finalmente la possibilità di curarla (una ferita nascosta fa meno schifo: ma genera anche infezione, febbre, cancrena).
E poi i tempi del cambiamento: a volte è un evento atteso, altre volte un fatto imprevisto che coglie di sorpresa. Tanto inaspettato che rischi di non vederlo o di prenderlo per qualche nuovo impiccio.
Non sempre il percorso da un sintomo alla salute è una strada asfaltata e piana; a volte è un saliscendi sconnesso che passa temporaneamente attraverso un altro sintomo, magari meno grave e invalidante di quello di prima: allora può succedere che le persone guardino a questo passaggio come a una opportunità di prendersi cura di qualcosa che rientri nelle loro possibilità; o al contrario come a una nuova malattia da combattere e tenere alla larga: e da questo dipenderà molto della piega che prenderà l’evoluzione del problema.

La vitalità del Corso

Fatte le debite proporzioni e le necessarie differenze fra un sistema familiare e un sistema più grande come una città o una società, credo che a differenti livelli di complessità si ritrovino delle caratteristiche sistemiche analoghe.
Mi domando così cosa porterebbe il guardare a questa vita che si riversa nel Corso come a una spinta (sguaiata, rumorosa: ma vi pare che L’Aquila post sismica sia un posto dove le richieste sussurrate riescano a farsi sentire?) a prendere in mano decisioni rimandate sine die e a rimettere in movimento il tempo che si pensava di poter congelare.
Apriranno altri locali e si porranno problemi di sicurezza: ecco, se proteggere l’incolumità dei ragazzi che vanno a divertirsi, e la quiete delle persone che tornano e torneranno, diventasse l’occasione per occuparsi della tenuta dei fabbricati del centro, perché dovrei dispiacermene?
Si è voluto pensare che la vita sarebbe tornata se e quando le giuste condizioni si fossero realizzate. Beh, non funziona così: più spesso è la vita che ci trova impreparati e ci costringe a rimetterci al passo con lei.
Ma poi, siamo sicuri che quei ragazzi che si ubriacano e fanno risse non esistessero già prima? Quanti di loro sono quelli che, ce lo diciamo da tanto, si deprimevano in silenzio nelle loro stanze perché il loro tempo andava a una velocità diversa da quello di una città ferita mortalmente, ed era diventato impossibile stare insieme agli altri? Quanti di loro sono quelli che nei due anni precedenti hanno fatto esplodere il mercato dei videogiochi in città? Mica perché ce l’ho con i videogiochi: è che certi dati parlano di un’adolescenza costretta per troppo tempo all’isolamento della propria cameretta in mezzo al deserto.
C’è di nuovo che nelle camerette non ci stanno più dentro. Con buona pace di quelli che pensavano che dovesse essere la vita ad adeguarsi ai tempi della ricostruzione (che follia, questa sì!) e non viceversa: davvero credevano possibile controllare la proliferazione di forme di vita spontanee fra le macerie della città? Non sono riusciti a controllare nemmeno la proliferazione delle erbacce.
Li si può trattare come un problema di ordine pubblico, e allora le risposte le conosciamo. Oppure si possono cogliere le loro intemperanze come una richiesta, finalmente espressa, di fare presto, di occuparsi di loro e del loro tempo, della città che resterà a loro più a lungo di quanto se la godranno gli adulti. Di offrire loro più alternative possibili per il loro tempo libero anziché guardare dall’alto in basso quelle che si sono costruiti loro nei modi in cui hanno potuto. Se ci sono solo i pub (e non ci sono biblioteche, cinema, luoghi altri) non è colpa dei gestori né dei ragazzi.
Quanto è difficile provvedere a un certo numero di bagni chimici e a qualche forma di controllo di comportamenti molesti? Non è più costoso alimentare il conflitto fra due desideri sacrosanti, quello di chi vuol dormire di notte e ritrovare un po’ di tregua e quello di chi, magari tornato in città assumendosi persino un rischio per il proprio futuro, cerca di riprendersi gli spazi e il divertimento?
Insomma, mi pare necessario e anche possibile non sottovalutare le giuste preoccupazioni di qualcuno e insieme non congelare i tempi della vita che torna. L’Aquila è stata nella sua storia una città aperta e accogliente, curiosa anche, sensibile alla realtà della differenza e al suo valore. Vi pare che oggi non riesca a far convivere i diversi bisogni di tempo (quello per dormire in pace e quello per stare insieme), istanze così naturali, spontanee e, finalmente, quotidiane?

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