Sì, è da un bel po’ che non ti racconto dei miei viaggi a L’Aquila. È che probabilmente non avevo niente da dire, o comunque niente di interessante per altri che non fossero il sottoscritto. Nel senso che quello che mi sono riportato a casa dagli ultimi giri ai confini (e spesso oltre i confini) della Zona Rossa in fin dei conti aveva solo a che fare, diciamo così, con una mia personale manutenzione dei ricordi: però non pensare a cose come spolverare le fotografie sulla mensola del caminetto o roba simile.
Per come la vedo io, il passato necessita di un po’ di attenzione, di una cura costante. La memoria non è una collezione di foto polverose nella scatola dei biscotti, o di biglietti dei concerti in fondo a un cassetto. O una margherita rinsecchita e schiacciata fra le pagine di un libro vecchio o una cassetta con le canzoni del liceo. Quella non è memoria. È necrofilia. Magari c’è bisogno anche di quella roba lì, ma è solo un parte. Altrimenti è “La mia vita secondo Findus”.
Il problema dei ricordi è che a un certo punto diventano come una foto, appunto, ferma lì, in cui tutto è, e resta, idealmente bellissimo o idealmente bruttissimo. Peraltro, se la tua città è venuta giù è abbastanza facile che accada. Che i ricordi di quello che era prima ti raccontino qualcosa di fantastico e irripetibile come le cose che non ritorneranno più. Peraltro questo sarebbe il minore dei mali: il peggio è che quei ricordi diventano fissi e sempre uguali, una foto ingiallita e incartapecorita come quelle che tieni nel portafogli e sei sicuro di ritrovare sempre lì (ma paradossalmente, più le conservi e più si logorano). È per questo che hanno bisogno di una attenta e affettuosa manutenzione.

Radio days: Giorgio, Patrizia, Paolo, il sottoscritto

Sì, penso che la memoria non assomigli a un archivio o a una cella frigorifera o al guardare qualcosa oltre il vetro di una teca. La butto lì: forse assomiglia di più al toccare la pelle calda di chi ami. È un confronto, è un rapporto. È mettere quello che eri accanto a quello che sei e ascoltare quello che l’uno ha da dirti sull’altro. È misurare la differenza. Anzi, forse la memoria è proprio quella differenza. È passare con tua figlia in centro e dirle “qui dove c’è il megastore di una catena di abbigliamento ho visto per la prima volta un film di Totò” (la sparo grossa, no?, ti pare che chiudono un cinema e ci mettono uno di quei negozi tutti uguali dalle Alpi alle Piramidi?). Magari è anche sperare che ti presentino quello che ci ha fatto il megastore per puntargli il dito sul naso e dirgli “adesso mi dai una buona ragione, ma guarda che dev’essere buona sul serio, per quello che hai fatto al mio passato. Avanti, sono qui che aspetto”.
Ecco, a proposito del cinema, forse la memoria non è una fotografia, è più un film. È la differenza fra i personaggi all’inizio e alla fine del film, ma è anche andare a vedere il film la seconda volta e dire “sai che stavolta mi ha fatto un altro effetto?”.
Insomma, credo di essermi spiegato.
Ecco, il fatto è che la mia personale manutenzione dei ricordi deve fare i conti con uno spiacevole equivoco.
Non vi sto a raccontare per l’ennesima volta che a L’Aquila i nostri ricordi sono talmente preziosi che stanno dietro a una fila di transenne, guardati a vista dai militari. Nessuno può avvicinarcisi, nemmeno il loro legittimo proprietario. La tua memoria ha un valore tale che la proteggono anche da te. Io voglio dire un grazie sincero a chi si dà tanto da fare per proteggere la mia memoria, e credo che sia il pensiero di tanti da quelle parti.
Però voglio dire anche che non funziona proprio così. Tutte le altre cose se le metti sotto vetro si conservano: la memoria no. La memoria senza manutenzione si consuma, rinsecchisce e muore. Non è un sottaceto, insomma. Ugualmente, tante cose si consumano se le calpesti, giusto? “Vietato calpestare l’erba”, dice il cartello sull’aiuola. Beh, i ricordi, invece, devi proprio camminarci sopra. È un materiale strano, che ti devo dire?
Però devono averlo capito, perché da un po’ di tempo ogni volta che vado a L’Aquila mi fanno una bella sorpresa: prima che io arrivi, tolgono una transenna. Riaprono un pezzetto dei portici (dicono così, anche se devi trattenere il respiro e farti stretto stretto per passare in mezzo a un intreccio fitto di tubi e bulloni, l’apoteosi del Meccano); riaprono una piazza, o un vicolo, o un lembo di città.

Il Sing Out, per esempio.

Io vado e dico “fantastico! Come mai l’hanno riaperto ora?”. Mi fanno “beh, perché è stato messo in sicurezza!”. Dico “ma come? Ieri non era in sicurezza?”. Dice “Sì, anche ieri”. Allora io non capisco: perché non hanno riaperto prima? Forse l’hanno puntellato ieri, e l’altro ieri era in pericolo. “No, anche l’altro ieri. Uguale uguale”.
Insomma, nessuna delle persone che ho interrogato (tutta gente informata e affidabile) ha saputo darmi una buona ragione: perché restituiscono i ricordi un pezzettino per volta? Non lo sanno nemmeno quelli che a L’Aquila ci abitano, così abbiamo dovuto fare ipotesi. (Scusate, ora sembra che sono andato a fare il pedante e a rompere l’anima a gente che ha già tanti casini di suo, però la cosa mi sta a cuore, ne va della mia manutenzione dei ricordi).
Se ieri oltrepassare una transenna era un reato (non è uno scherzo, ci sono amici miei nei guai con la giustizia per “manutenzione di ricordi non autorizzata”) e oggi al suo posto manca poco che ci mettano un tappeto rosso e una freccia di lampadine colorate intermittenti che dicono “Entrate” (no, esagero), significa che stanotte è successa qualche cosa che fa la differenza. Cos’è che è successo? Dev’essere qualcosa di grosso, perché se ieri esisteva una ragione prioritaria rispetto alla mia manutenzione dei ricordi, doveva essere una ragione maledettamente importante, e se oggi è venuta meno (a parità di tubi e travi che impediscono crolli ulteriori) dev’essere intervenuto qualcosa di altrettanto importante.
Alla fine qualcuno mi ha detto “beh, sarà che adesso è passato abbastanza tempo dal terremoto: sì, dev’essere così”.
Non mi convince, a meno che non venga fuori – se me lo dicessero, lì per lì salterei sulla sedia, ma ti confesso che poi non ci metterei molto a trovarlo plausibile: anzi, spiegherebbe molte cose – che a L’Aquila vige qualche tipo di paradosso temporale, per cui nella prima metà del Corso due anni passano in ventiquattro mesi, mentre poco più in là (oltre la Barriera Spazio Temporale di Via Tre Marie, diciamo) non ne bastano ventisei. Perché se non è così, se il tempo è passato, è passato dappertutto: se il criterio è che il 6 aprile del 2009 sia abbastanza distante, il 2011 è arrivato contemporaneamente a Piazza della Prefettura e a Santa Maria Paganica.
Va bene, va bene. Non voglio sembrare quello che si lamenta a tutti i costi. Sicuramente c’è qualcosa che altri sanno meglio di me, e poi sono contento perché questa volta sono arrivato fino a via Roma. L’ultima volta che sono stato da quelle parti avevo un casco protettivo ed ero scortato da due tecnici del Comune insieme a una comitiva che veniva da un’altra città a visitare alcuni polverosi dettagli marginali del Miracolo Aquilano. Sabato invece ci sono arrivato senza nemmeno dover rilasciare la generalità: un bel passo avanti. Non è stato proprio come quando c’era la mia pizzeria preferita, ma te l’ho già detto, va bene così.
Poi, già che ero lì mi sono addentrato in alcune traverse riaperte e mi sono ritrovato davanti alla casa di Stefano. Ci avevo passato dei pomeriggi alla fine degli anni Settanta e lì avevo conosciuto un bel po’ della musica che avrei ascoltato nel decennio successivo. Stefano era un gran bel chitarrista. Io invece ero piuttosto scarso: sono diventato più bravino solo negli anni successivi, quando l’università ci ha portato in direzioni diverse e non abbiamo più parlato di chitarre.
Ho riconosciuto il cognome sul campanello accanto a un portone sbarrato in mezzo a un muro puntellato e ho pensato che mi sarebbe piaciuto incontrarlo, e mi sarebbe piaciuto avere una chitarra per fargli ascoltare “Mama just wants to barrelhouse all night long” di Bruce Cockburn. Per suonarla insieme, magari. Secondo me gli piace. L’avevo sentita fare al “Sing Out!” da un chitarrista di Pescara (che poi è diventato uno di cui si parla anche all’estero) e mi ero cercato l’intavolatura. È piuttosto complicata, e infatti suonarla e cantarla insieme non garantisco. Però scusa, sto cambiando discorso.
No, è che mentre pensavo queste cose c’era uno alla fine della strada che tirava fuori qualcosa da una casa, rotta di sicuro. Ecco, la memoria: pensare a quella strada piena di musica e confrontarla con quel posto dove il solo rumore era quello di un tizio in fondo alla strada e domandarsi se per caso era una metafora di qualcosa. Pensare che sarebbe bello rivedere Stefano e domandarsi perché diavolo sono stato tanto pigro da non imparare “Mama just wants to barrelhouse all night long” tre anni prima. Cosa avevo di più urgente da fare tre anni prima?
Ecco, insomma, ti ho raccontato un po’ della mia manutenzione dei ricordi e del perché non è sempre facile.
Ho fatto anche altri pensieri nel mio ultimo viaggio, ma mi rendo conto che l’ho tirata abbastanza lunga e devo pure disfare i bagagli. Appena ho un quarto d’ora ti racconto il resto.

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8 thoughts on “La manutenzione dei ricordi

  1. Bentornato. Mi piace l’idea della memoria che necessita di manutenzione, di un qualcosa da accarezzare come una persona cara. Posso solo immaginare quanto sia ruvida la sensazione di cercare di accarezzare un ricordo di Totò e ritrovarsi un Megastore davanti. Non sempre riusciamo a far coincidere la realtà con i nostri ricordi e nel trovarci a ripercorrere una strada che appariva bellissima o terribile nei nostri ricordi ci sembra banale nella realtà, figuriamoci una strada che è stata ricostruita…male.
    Restando in ambito di ricordi, ma ti sei dimenticato di citofonare a Stefano?

  2. Ciao Federica, Stefano non l’avrei trovato, quella strada era deserta e lo sarà per parecchio. Però ho deciso che lo cerco.
    Detto fra noi, i cinema dell’Aquila avevano fatto suppergiù quella fine. Da due anni i negozi e il passeggio sono stati rimpiazzati da nuovi centri commerciali in periferia, ma la vittoria della multisala è precedente al terremoto 😦

  3. Guarda, le stesse riflessioni e considerazioni identiche me le sono fatte a maggio quando sono scesa (ci ho pure scritto un post da qualche parte).

    Dal lato del Sing Out allora non sono scesa, ma ho fatto via delle bone novelle, e mi fa piacere che dici di via Roma, (mi sa che avevamo la stessa pizzeria preferita). Adesso sto pensando: vado si, vado no e in un certo senso vorrei andarci da sola, senza i miei maschi che non sanno e non possono condividere e mi toccherebbe occuprmi di loro, mentre io almeno all’ Aquila vorrei occuparmi di me.

  4. La foto del Sing Out è di un viaggio precedente, ci arrivai scavalcando. Non sono sicuro che sia raggiungibile, diciamo, secondo le regole 😉
    Io in quei posti chi ho portato la famiglia, è stato importante che le ragazze vedessero, ma ci sono dei giri che tocca fare da soli. Prendersi il tempo che ci vuole.

    1. massimo, non so se quella è la casa di stefano ma di sicuro non è il portone di sing out! grazie comunque per i tuoi ricordi e un abbraccio, è una vita che non ci sentiamo e vediamo.

  5. No, scusa… QUEL Roberto?
    La foto risale a una volta che scavalcammo le transenne in tre (non cito le altre due persone). Girammo nei paraggi per ritrovare il locale e lo identificammo in quel portone. Lo riconosci come uno vicino a quello giusto?
    Ti contatto via email…

  6. Sto guardando, su RaiNews24, lo sgombero di Zuccotti Park, NY. I nuovi metodi di sgombero sono mediati dalla più massiccia informazione, quindi sembrano più gentili ma non sono diversi da quelli di tanti anni fa. E’ molto interessante il tuo blog, Massimo. E’ interessante perché gli interventi sul sisma lasciano poco spazio alla nostalgia, che nell’ambito aquilano è molto pericolosa perché retriva. E’ divertente anche che Sing Out! sia un punto di riferimento geografico per scavalcare le transenne, un esercizio di memoria e fisico per mantenersi in forma, grazie! Sai che anche a me è capitato di scavalcare, proprio come te in tre, da via dei giardini verso S. Giusta, per andare a vedere il Celestino. Il Celestino negli ultimi anni pre-sisma, ristrutturato con soldi pubblici, era diventato una sorta di castrocaro paesana, gestita da chissacchì-chissaperché-chissaccome. L’unica certezza era datodachì: l’autodafé a cui questa città si è prostrata negli ultimi 25 anni, pre-sisma-post. Autodafé verso, grossomodo, quelli che ora scorrazzano nell’assemblea cittadina sotto il tendone-circo di piazza duomo. Attento, Massimo, non ti rilassare nel tuo stato d’animo, il tuo videointervento all’assemblea cittadina soffre della lontananza dalla città negli ultimi 20 anni. E’ bello vederti a RaiNews24, è importante quello che dici nell’intervista del 2009. E’ meno bello vedere il direttore dell’accademia di belle arti dire nient’altro di più che “rivogliamo la città come era prima” e poi vederlo passare il giorno dopo in groppa al suo SUV scavalca-macerie sullo sfondo di una intervista a un suo collega docente molto più bravo di lui: posso permettermi di dirlo perché ne ho, ne abbiamo tutti le prove, continua a fare teatro in condizioni difficili. Il direttore invece, anni fa, era portavoce dei verdi. Era quello che armò un casino sul palazzo abbattuto e ricostruito a S. Bernardino, in cemento armato ma con la facciata fedele all’originale. Quel palazzo è intatto ed oggi risulta essere l’esempio di quello che andava fatto dappertutto a suo tempo e di quello che andrebbe perseguito oggi per la ricostruzione.

    Nel tendone, a raccogliere firme, ho visto anche l’ex sindaco che ben rappresenta l’inizio della sistematica distruzione della città in termini di edilizia, periferie sulle faglie senza nemmeno una piazza, uno spazio per socializzare o un negozio, e ci credo che il primo centro commerciale che apre è visto come una conquista!, in termini di cultura, fare in modo che essa sia completamente asservita al sistema clientelare, cioè costruirsi la propria carriera politica con la cultura al di là della qualità e della reale fruibilità da parte dei cittadini: spazi chiusi e inutilizzati, penso solo a Collemaggio dove, tra lo sfacelo degli edifici dismessi ornati da tazze del cesso abbandonate ovunque (a proposito di tenere pulita la città e sradicare le erbacce) svettava un tempo la torre d’avorio dell’Istituto Cinematografico-Carrozza di Francois-Accademia dell’Immagine e quant’altro occorre per attingere ai finanziamenti. Questa città delle istituzioni musicali non aveva (e non ha) un auditorium degno di questo nome, cui suppliva (e supplisce) quello della guardia di finanza. Sentire Milva che canta Brecht tra un cordone di militari in divisa non ti rilassa propriamente nel tuo stato d’animo.

    Fare teatro in condizioni difficili, fare qualsiasi cosa in condizioni difficili. In quel quarto di S. Giusta c’era il Piccolo Resto di Eva Martelli e Daniele Fracassi, ora è a Lanciano, c’era la Polar, sparita, ultime trincee della città che ha provato a resistere alla sua barbarie culturale prima che al terremoto. Ha ragione Enrico Macioci nel suo giudizio su L’Aquila, il problema però non è la mancanza di creatività ma è la repressione sistematica della creatività (remember Els Comediants?) che porta inevitabilmente all’emigrazione di chi la pratica. E ci credo: la creatività non può convivere con un sistema iper-istituzionalizzato teso solo a favorire le carriere politiche di questo o quel personaggio. La ex Presidente della Provincia ne è l’esempio: da presidente si è tenuta la delega alla cultura perché con quella ha fatto carriera senza mai recedere di un passo dal contorno-codazzo istituzionale, agli altri le briciole.

    “Spiegare l’Aquila a chi non l’ha mai vista è cosa impossibile nell’era dell’informazione totale”: e cosa dovresti spiegare se è la città stessa che ha aggredito, a suo tempo e ben prima del sisma, la propria memoria adagiandosi poi sui ricordi. Le 3 funzioni, identitaria relazionale e storica, sono sacrosante ma chiediamoci anche che fine ha fatto il senso di tutti, il senso dell’appartenenza e della storia nel momento in cui è stata tirata su la desolante periferia aquilana. A Cansatessa le vie sono intitolate a personaggi i cui nomi i vecchi non riuscirebbero né a scriverli né a pronunciarli. Chi era Tomas Alva Edison, chi era Martin Luther King. Che storia racconta Pettino, che storia raccontano il borgo degli elfi e altri orrori. L’Aquila è una città senza nemici ma i NAM venivano intervistati dai giornali passando per una congrega di orsoline e atteggiandosi a gruppo storico profondamente radicato nella cultura (sic!) aquilana senza che il/la giornalista di turno gli facesse la domanda fondamentale e risolutiva: “scusate, ma si può sapere che cazzo vi hanno fatto di male i marsicani?”. L’Aquila è una città senza nemici ma non disdegna il cercarseli. Per non parlare dell’eterna polemica L’Aquila/Pescara oggi più accesa che mai sui manifesti di fantomatici comitati cittadini. Inimicizie a senso unico perché dall’altra parte non mi sembra gli si dia grosso peso, forse qualcuno ha ancora un po’ di senso del ridicolo. E posso parlare ancora a lungo ma mi fermo. C’è spazio per spiegare a qualcuno cos’è L’Aquila, caro Massimo? Che la biblioteca, così come il teatro delle ragazze della Casa del Teatro, la porta in giro un gruppo di pazzi e pazze, e non l’assemblea cittadina, con un autobus, attivando anche Fahrenheit per le donazioni,? Ecco, tra i tanti viziosi che ti ho esposto, ti ho trovato un circolo virtuoso: cercamene altri. E a proposito di autobus, se si riuscisse a sincronizzare il tempo delle persone con le necessità quotidiane, ad esempio non dover prendere la macchina per andare in farmacia o a comprare il pane sarebbe già una grande cosa, ma questo evidentemente è un problema che non riguarda il presidente dell’AMA, anche lui nell’assemblea cittadina.

    Per finire, caro Massimo, lo hai scritto tu stesso: la vittoria della multisala è antecedente al terremoto. Se per caso non lo sai il primo proprietario è stato Enzo Lombardi, quello che con una serie di ordinanze fece chiudere Sing Out!

    “Di una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda” (I.Calvino).

    Io sto a Roma, Massimo, torno a L’Aquila ogni tanto per seguire, il più delle volte inutilmente, le pratiche della ricostruzione. Ci torno il meno possibile perché ho un vago senso di nausea. Gregory è sepolto a due passi da casa al cimitero acattolico di Piramide, ogni tanto lo vado trovare e lo sento mentre dice “Ciao, bella donna!”. Che vuoi di più dalla vita.

  7. Roberto, sei tu allora. Ti riconosco anche dallo stile, l’incazzatura amara me la ricordo. Delle volte si capiva dall’irish coffee… era diverso. L’irish coffee del Sing Out era il termometro del tuo umore, ce lo dicevamo tutte le volte fra di noi (io e Rita, mi ricordo) ma non so se te lo abbiamo mai detto. 😉
    Molte delle cose che dici le capisco, su alcune non so che dire perché credo sfuggano a uno che non ha passato lì gli ultimi venti anni.
    La tua incazzatura però è in gran parte la mia e di altri (come Adriano) che guardano le cose “da fuori”, diciamo. Con Adriano dal primo momento ci si guardava in faccia e ci si domandava (è diventato fra di noi una specie di tormentone, che però non fa ridere) “…e se fosse successo a Firenze?”. Cioè: in quale altra città d’arte, al sindaco che diceva “niente new town, dovrete passare sul mio cadavere”, il capo del governo avrebbe risposto “bene, sdraiati” tirando fuori i progetti? E per di più chiudendo per anni la città da ricostruire?
    I pescaresi: sì, trovo odioso tutte le volte che questi vecchi rancori riemergono. Ma sono innocui campanilismi, al confronto di altre contrapposizioni (io vivo a un tiro di schioppo dal parlamento padano, mi spiego?). L’Aquila non agita lo spauracchio dell’immigrato, del nemico che viene da fuori, dell’invasore. Certo, adesso se arrestano due albanesi per una rissa diventano per alcuni la causa del fatto che la città non si riconosce più! Ma insomma, non è una città che fa la voce grossa. E quindi non ha voce.
    Hai ragione sulla memoria e sulla chiusura della città. Tutto quello che aveva di bello e attraente ha fatto sempre di tutto per tenerselo nascosto. L’ha difeso persino dagli occhi dei turisti, ma non dalle brame di chi le ha dato il colpo di grazia.
    Grazie Roberto di aver passato un po’ di tempo sul mio blog (mi pare di capire che hai trovato anche il post dove parlavo di quella sera passata con Gregory Corso e della mia scoperta della sua tomba a Roma…).
    Senti, qui il tuo commento è pubblico: non avrai niente in contrario se lo ripubblico anche su Facebook, dove magari lo legge qualcuno che non passa di qui (ti ho cercato ogni tanto anche lì, ma non ci sei). Secondo me è troppo bello per nasconderlo in fondo a questa pagina.
    Un abbraccio, Robe’. Mi mandi via email un numero di telefono per sperare di beccarti qualche volta che arrivo giù o a Roma?

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