Amina, Spider Truman e la viralità

Torno sulla questione di Spider Truman. Nell’ultimo numero della mia rubrica Linguaggi della rete su Bresciaoggi ho parlato di come certi contenuti on line diventano virali e si impongono su altri. Il titolo dell’articolo è “Da Amina a Spider Truman, la rete che genera emozioni”; per spiegare l’operazione del precario mascherato si sono tirati in ballo, a sproposito, paragoni con Julian Assange; a me ha fatto venire in mente qualcosa accaduto poche settimane prima…

Amina, blogger siriana che ha avuto il coraggio di dichiararsi omosessuale, dalla rivolta di marzo è un riferimento per l’informazione: “A gay girl in Damascus” è il suo blog. Ma un giorno su quelle pagine la cugina Rania scrive: Amina è stata rapita, tre uomini l’hanno portata via! La stampa e la rete si mobilitano per il rilascio, ma qualcosa non torna: perché la foto di Amina è quella di una donna che ha un altro nome e vive in Inghilterra?

Viene fuori la verità: L’autore del blog è Tom, un americano di fervida fantasia. Nell’ultimo post chiederà scusa: “non mi aspettavo tanta attenzione”.

In Italia, la scorsa settimana, un misterioso portaborse licenziato dopo 15 anni apre una pagina Facebook annunciando scottanti rivelazioni sui privilegi del palazzo. Dopo i primi post gli iscritti alla pagina sono già trecentomila. Lo incitano: “siamo con te!”. Lo esortano alla prudenza: “non svelare la tua identità e, per sicurezza, fatti un sito su un server straniero”.

“Facebook vuol chiudermi la pagina”, dice a un tratto Spider Truman (così si fa chiamare), si dice allarmato e apre un blog. Allarmato? E perché mai? E che ne è delle rivelazioni promesse? Finora solo roba trita, arcinota a chi sfogli ogni tanto il giornale o abbia sentito parlare del best seller “La casta”.

Quando è chiaro che Truman è un’invenzione e la rete s’interroga sull’identità dell’autore, molti dei trecentomila non cessano di inneggiare al leader senza volto della prossima rivoluzione.

Quali sono i contenuti che hanno più probabilità di diffondersi in Internet? Quelli più veri? Quelli più utili? No: quelli che procurano emozioni. Positive se possibile; altrimenti, che siano comunque intense. Ne parlò l’anno scorso una ricerca su emotività e viralità condotta da Berger e Milkman su tre mesi di articoli del New York Times on line.

(Dalla pagina Internet & Hi-Tech di BresciaOggi di lunedì 25 luglio 2011).

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