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L’autore della storia, un efficace Fabio De Luigi, si cimenta nella scrittura di un romanzo. I personaggi interagiscono: no, non puoi farmi finire così; devi sviluppare la storia in quest’altro modo. Lui si ribella e finisce nella storia raccontata, a recitare con i suoi personaggi, a cui racconta a sua volte delle storie. Una storia sulle storie, sul racconto, sul processo creativo, ben diverso però dal capolavoro sulla scrittura e sulla creatività come era stato lo splendido Big Fish di Tim Burton. Qui siamo più dalle parti di Pirandello e del gioco delle maschere: ma il film non stufa e il merito è proprio di una regia accattivante che sa come raccontare visivamente delle storie, incalzando i propri personaggi con una buona colonna sonora, fotografando Milano in un modo davvero suggestivo, giocando molto su colori vividi, alla Anderson appunto, e dirigendo con garbo un parterre notevole di attori ben amalgamati e decisamente a proprio agio. Non mancano vezzi autoriali che potrebbero anche dare fastidio: la lunga parentesi, inutile ai fini della narrazione, del concerto sulle note di Chopin ha come unico scopo quello di mostrare per immagini una Milano notturna, poetica, quasi inedita; oppure il colpo di scena meta cinematografico a due terzi del film, molto appariscente, forse un po’ sterile.

Simone Fortunato su Sentieri del Cinema

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