di Luisa Nardecchia da IlCapoluogo.it

E dire che era nato con la camicia. Ottima famiglia, buona condizione economica, laurea, dottorato, buon impiego, vita discreta, famigliola, giardino, cani, gatto, pesci e tartaruga. Ogni cosa era al suo posto quando L’Aquila, la sua città, andò in mille pezzi come il vetro di una finestra sfasciato da un pallone. Ed eccolo lì, con una borsa di stracci raccogliticci, in mezzo a una strada.
Che fare? La polvere dei crolli non si posava ancora, tutti erano attoniti e frastornati dalla tragedia, ma lui non ebbe alcun dubbio: l’unica soluzione era andarsene. “Non passerò neanche una notte in una tenda della Protezione Civile. Mai, neanche per idea”. Piuttosto avrebbe riesumato in qualche angolo del garage l’attrezzatura da montagna di quando era giovane.

[continua a leggere “E non lo rividero più…” di Luisa Nardecchia sul sito IlCapoluogo]

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22 thoughts on “E non lo rividero più…

  1. Non so se riesco a spiegarmi, ma ci provo: uno da lontano pensa ai “terremotati” come se fossero persone che hanno incominciato a esistere con il terremoto, con le tende, con le c.a.s.e., al massimo con le carriole. Poi per fortuna c’è qualcuno che scrive cose che ti sbattono in faccia la realtà e finalmente riesci a pensare non più ai “terremotati” ma a delle persone che vivevano una vita normale, tante persone, tutte diverse una dall’altra, giovani, vecchi, neonati, adolescenti, donne di mezza età; ricchi, benestanti, modesti, poveri; sani, ammalati, un po’ acciaccati, in fin di vita; persone sposate, separate, innamorate, sole, così così… E poi all’improvviso a tutte queste persone diverse capita una cosa che le rende tutte apparentemente uguali: diventano tutti terremotati. Ma in realtà rimangono tutti diversi, e ognuno reagisce a modo suo. Probabilmente ognuno ne esce, se ne esce, a modo suo.

  2. Questo è il bello dei blog e dell’informazione on line rispetto ad altre forme. Il telegiornale parla di una tragedia che coinvolge centomila persone; Carlo è una di quelle persone. Il terremoto di Carlo è un po’ come la guerra di Piero: che la guerra sia una schifezza lo sappiamo, ma “quello si volta, ti vede e ha paura ed imbracciata l’artiglieria non ti ricambia la cortesia” ti precipita in un dolore che ha un nome, una faccia e una storia, ed è un’altra cosa. E poi vabbé, ci vuole di saperlo raccontare. Luisa lo fa dai primi giorni dopo il terremoto.

  3. E’ vero, e pensare che fino a non molto tempo fa mi rifiutavo categoricamente di seguire i blog perché mi sembravano un’inutile perdita di tempo… Per fortuna che nella vita poi si cambia!

  4. Grazie Marina! Sono contenta che su “Tarantula” si possa discutere di questo racconto, che è stato condiviso da molte persone, ma non mi è chiaro lo spirito con cui è stato condiviso (cosa che non è sfuggita neanche all’ultimo commentatore). In molti si sono riconosciuti in Carlo, in molti hanno approvato la sua scelta. L’intento era però quello di far vedere, con una storia realistica e realmente accaduta, come il desiderio di fuga sia molto diffuso qui all’Aquila. E come forse sia proprio quello ad impedire una partecipazione e una coscienza civile… E’ vero, Carlo è trattato con affetto, con simpatia. Ma c’è anche amarezza, e delusione nei suoi confronti da parte di Alberta. E come mai quella non viene percepita? Mio malgrado, Carlo è diventato una specie di eroe. Invece l’intento era di far vedere come la fuga farà morire la città. Colpa di Carlo, o del narratore? Boh! 🙂
    Vi abbraccio. Grazie Max.

  5. Sai una cosa? Io non l’ho trovato eroico, l’ho visto come uno che sta davanti a una frattura, che è quella della sua città e della sua vita, e cerca di fare quello che può fra il di qua e il di là di quella frattura. Non eroico, forse addirittura impotente, uno che prende atto di una cesura, di una interruzione, di un punto e a capo che non ha cercato. Non sceglie, non fugge, semplicemente è spaccato.
    E da parte di Alberta, insieme alla delusione, ho trovato, se non comprensione, almeno una specie di accettazione, anche se mescolata a quella amarezza che dici. Come se si somigliassero, come se condividessero una sorte. Carlo davanti alle fratture dei muri, Alberta davanti a quella della vita di Carlo, ognuno sospeso fra un di qua e un di là, e ognuno fa i conti con una cosa che non può cambiare.
    Non sono riuscito a giudicare o a parteggiare, perché secondo me hai raccontato un dolore e una ineluttabilità che come minimo reclamano una sospensione del giudizio. (Poi tu lo sai, sulla questione del partire e del tradire lo sospendo di default) 😉

  6. Quella che emerge dal racconto è la frattura esistenziale che ha interessato e interessa ancora la comunità aquilana. Al di là del conflitto, sia pure molto garbato, tra i protagonisti che porta inevitabilmente al distacco definitivo, dal racconto emerge il duplice atteggiamento nei confronti del dopo terremoto: rimboccarsi le maniche e lottare perché la città torni a vivere o rassegnarsi, adeguandosi alla nuova realtà senza dover pagare ulteriormente.
    Mi sembra che Alberta rappresenti le donne aquilane (spesso non originarie dell’Aquila) che fin dall’inizio hanno reagito con maggior consapevolezza al dramma della città, e ancora oggi sono le più attive sui blog e sui social network, nell’organizzazione di manifestazioni, convegni, dibattiti, iniziative culturali ecc.
    Dall’altra, Carlo rappresenta l’aquilano scosso che reagisce allontanando il problema. O come qualcun altro che ricorre alla battuta dialettale, al sarcasmo, spesso volgare, che denota l’incapacità di leggere la realtà attraverso il racconto.
    Si tratta, naturalmente, di una semplificazione, la mia, che tuttavia vuole render merito al ruolo che le donne aquilane stanno avendo in questo periodo, così difficile. E, per concludere, mi piacerebbe che questo ruolo trovi il suo riconoscimento nella candidatura di una donna a sindaco dell’Aquila.

  7. Ora sono più tranquilla, a quanto dite quello che emerge è quello che sento, quello che sentono in tanti aquilani. Non è un bel momento, questo, per la nostra città. In estate c’è sempre da aspettarsi il peggio: piovono rane, in estate, mentre la gente sta al mare. Pioveranno rane anche quest’anno, già grandinano, con la restituzione delle tasse, le indagini sui costi gonfiati, i troll su Facebook. Tanta gente ha dato il peggio di sé. Stamattina qualcuno chiedeva se quest’anno la Protezione Civile organizzava le vacanze! Ci rendiamo conto? Però tanta più gente sta lottando, in fondo anche Carlo, che non ha voluto niente ma proprio niente dalla PC e non vuole niente da nessuno, anche se non dà nente a nessuno, almeno non fa il parassita! Sapeste che razza di guerra civile c’è dopo un terremoto… Io provo solo a inventarmi dei modi per raccontarlo, e a creare dei personaggi-modello ai quali ispirarsi per la propria sopravvivenza all’Aquila… Teo, Carlo, Alberta e tanti che stanno nel cassetto… Servono a poco? Non lo so: in questo contesto solo i personaggi potrebbero svegliare le persone.

  8. “Tanta gente ha dato il peggio di sé. Stamattina qualcuno chiedeva se quest’anno la Protezione Civile organizzava le vacanze! ”
    Ecco, queste tue parole mi hanno colpito, sono parole coraggiose, dette da un’aquilana, e sono un corollario al racconto. Tu racconti di persone normali (no, neanch’io avevo percepito Carlo come eroe) e questo secondo me è quello che rende prezioso quello che scrivi. Come mi faceva notare Massimo, questa è (anche) la differenza tra Tg, giornali e blog. Il mezzo è il messaggio, no? e se un blog lo leggono in pochi rispetto a un giornale, quei pochi sono disposti a leggere piccole storie VERE. Da quando seguo le parole di Massimo, e attraverso di lui, di altri aquilani, mi sembra di essere andata dietro le quinte del terremoto, e di questo vi ringrazio. La televisione non la guardo, ma anche i giornali ne hanno di strada da fare per ritrovare il contatto con la realtà.

  9. E certo, perchè alla fine uno è eroe se fugge o se rimane!!! Non è così, è un eroe se parla e racconta e dice ciò che sente. Perchè ora, quando vado in un’altra città, non sto male come all’inizio! Quando mi sveglio nel cuore della notte capita che non so dove mi trovo, ma subito penso “Sono in una città” e mi addormento tranquilla. Ecco, è difficile,qui è difficile: ti svegli, sei in una C.A.S.A. confortevole e non hai nella mente un luogo.
    Ce la faremo.
    Giusi

  10. Il primo commento di Marina è stato per me spiazzante. Ho sempre pensato che “da fuori” non riuscissero a cogliere come stessimo qui dopo il terremoto, cosa fossimo qui dopo il terremoto. Forse per la mia duplice appartenenza, a Roma e all’Aquila, e perchè gli amici (e soprattutto i familiari ..) di Roma hanno continuato a guardare a me come se fossi la stessa persona di sempre, come se non mi fosse successo niente (è più facile così, specie per il familiari, è meno impegnativo …). Invece le osservazioni di Marina mi hanno fatto comprendere un’altra realtà: per chi, fuori, non ci conosceva prima, non era il nostro status di “terremotati” a non essere chiaro, ma quello di “persone” … è stato duro leggerlo e comprenderlo …..

  11. Dopo due anni sono “rientrati” solo quelli che avevano le case GIA’ AGIBILI, cioè quelli che dovevano solo effettuare la “messa in sicurezza” secondo le norme antisismiche. Che non era un gran lavoro, ma che s’è preso una bella fetta di torta. Chi non ha perso niente, ora ha tutto: casa nuova, a norma, magari con quel bagnetto di servizio in più che fa tanto comodo. Chi non ha perso niente, ha machiavellicamente colto al volo l’occasione, s’è comprato una casa antisismica e s’è affittatto la propria a suon di quattrini. Chi ha perso tutto, ha perso tutto e basta. Chi ha perso tutto ha aspettative di vita BASSISSIME. Dopo due anni di spettacoli vergognosi è stanco, affranto, sfiduciato, non ha più neanche la forza di arrabbiarsi. Quando scrissi il “De indignatione” fu molto prima che questa parola diventasse un must in Spagna e in Europa: ero molto arrabbiata e molto indignata. Ora sono davvero “spaccata”, come dice Massimo. Posso solo descrivere, osservare e raccontare. Inventandomi un modo che si avvicini alla letteratura più che alla cronaca. La cronaca ha “casi” da bruciare, la letteratura ha vite da condividere. E il web, graziaddio, me lo consente…

  12. Sinceramente ammiro “Carlo”. Ha la praticità e la forza della sopravvivenza. Alberta è una suicida, testona e ostinatamente attaccata al passato. L’Aquila rinascerà dopo di loro e senza di loro, ma Carlo avrà vissuto comunque e degnamente, reinventandosi una nuova esistenza, Alberta invece avrà solo potuto logorarsi su stessa. Le donne, in questi casi, non sono pratiche. Ecco perché la “S”toria la scrivono gli uomini.

  13. Non sono totalmente d’accordo con Luisa quando dice che sono tornati solo quelli a cui non era andata poi così male, e che invece chi ha perso tutto ha perso tutto e basta .. Non sono d’accordo perchè io ho perso (quasi) tutto .. ok, ho conservatto lavoro (e stipendio) ma per il resto ho perso proprio tutto quello che era la mia vita all’Aquila, e neanche mi hanno dato una casa (noi single non siamo “famiglie vere” per lo stato, non abbiamo gli stessi diritti degli altri) .. ma io sono tornata, a fronte di sacrifici economici per lo più sulle mie spalle, ma sono tornata .. ho “messo su” una vita “qui e ora” in un’altra casa, trovata da me, dove ho portato tutte le mie cose, ho trovato nuovi vicini, che “qui e ora” sono i miei vicini, mi sono messa al servizio della città .. e non sono la sola ad averlo fatto .. le mie “aspettative di vita”? i miei “progetti di vita” .. è vero, ha ragione Luisa, sono praticamente nulli, non posso guardare al di là del mese prossimo senza sentirmi vacillare .. ma questo non mi impedisce di aver progetti “per questo mese qui”, qui e ora .. e vado avanti, al servizio della città, e questo mi conferisce senso, per questo mese qui .. non voglio sostenere che è una bella vita, o che sto bene: vacillo la maggior parte del tempo, so che non recupererò nulla della mia vita, so che sono una maceria ambulante, ma continuo a deambulare. Glielo vogliamo mica dare vinta a sto cazzo di terremoto? 🙂

  14. Anche io ho perso “solo” la mia casa, se vogliamo guardare la cosa solo dal punto di vista strettamente individuale. Il lavoro ce l’ho, la famiglia è con me. Eppure la quotidianità sempre uguale, il non avere nella mente neanche un’idea di vita in una città, mi sta logorando. Sto svuotando la mia casa inagibile in questi giorni, perchè inizieranno i lavori di ristrutturazione. Tutti mi dicono che dovrei essere felice. E invece sono uno straccio. Dopo 27 mesi, avere ancora a che fare con le macerie della mia vita, mi destabilizza. Ah! Le donne!!!

  15. Io ne sono spettatore relativamente distante, ma riguarda molte persone che conosco, e ogni volta che faccio un salto a L’Aquila scopro una nuova storia a questo proposito. Storie di amici miei, o di gente che conosce gente che conosce amici. Avere la casa agibile o no; avere ancora il proprio lavoro o no; avere dei figli e, se sì, in che età. Questi e forse molti altri sono gli elementi che entrano in gioco quando ci si guarda in faccia e ci si domanda “che si fa? Restiamo o proviamo altrove?”. So che per molte coppie è la domanda cruciale, e spesso è anche la decisione che mette a dura prova le relazioni.
    È per questo che il momento in cui Carlo e Alberta si ritrovano faccia a faccia mi pare uno dei momenti più eloquenti di tante storie che ho letto sul terremoto.
    PS: va bene un sindaco donna, ma solo se la scegliete fra quelle che hanno scritto qui 😉

  16. in questi giorni è stato detto che io sono una possibile candidata sindaco. A dire il vero io mi ci sono fatta ben più di una risata 🙂 Ma che sia venuta fuori questa ipotesi è segno del fatto che ora si cercano i candidati sindaci tra chi in questi due anni ha proposto idee stando fuori dalla vecchia politica. Che ci sia questo bisogno è positivo, indipendentemente da chi viene segnalato come possibile candidato sindaco ..

  17. Da un po’ di giorni stanno provando a “spettegolare sui candidati Sindaco”. Ci hanno messo anche me. Non so se hanno paura delle donne e quindi le vogliono bruciare prima che accada. Staremo a vedere!

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