Allora, partiamo dal presupposto che io a De Gregori gli voglio bene come a pochi altri cantanti italiani.
Dico di più: è uno dei pochissimi (ma proprio pochi: stanno veramente sulle dita della mano di uno spaccalegna distratto) che quando parlano in una intervista non mi viene da dire “ma perché non tace e non va a suonare, che è meglio?”. Nel senso che non c’è una volta che non dica cose di peso specifico cospicuo, o che parli tanto per parlare. Ai tempi della radio mi capitò di intervistarlo e fu uno dei momenti più alti della mia trascurabile carriera.
Allora, l’altro ieri era ospite a Repubblica.tv nel programma di Ernesto Assante e Gino Castaldo “Revlover”. Puntata speciale dedicata “al principe del folk rock italiano” (che poi adesso ho capito perché lo chiamano “il principe”: perché per non rompere la telecamera in testa al giornalista la cinquemilionesima volta che ti chiamano “il principe” ci vuole tanta classe, ci vuole).
Castaldo e Assante me li ricordo, scrivevano sulle mie riviste preferite quando facevamo la radio e cercavamo di imitarli sulle fanzine che producevamo nel negozio di dischi dell’amico nostro. Allora c’era un giornalismo militante e spesso inutilmente aggressivo, che però coltivava l’idea che fra il bianco e il nero ci fosse differenza. Fra la musica bella e quella brutta, insomma. Magari a volte gli mancava la cognizione delle gradazioni di grigio, ma contribuì non poco a tirar su una generazione di ascoltatori dotati di senso critico. Fino all’integralismo, forse. Ma nessuno è perfetto.
Adesso molti di quei critici scrivono per i quotidiani che contano. Una volta per loro i dischi potevano essere: bellissimo; abbastanza bello; orribile. Oggi i gradi sono per lo più: pietra miliare; disco dell’anno; fantastico; bellissimo. Basta. Si eccitano facilmente, insomma. Non c’è pifferaio, anche esordiente, al quale abbiano lesinato il titolo di “grande artista”. Che non è più un titolo, è un appellativo che butti lì così, quando non ti viene la parola “cantante”.
Ho il sospetto che anche quando parlano con la zia lo facciano col tono stile “edizione straordinaria!”, che deve essere una specie di effetto collaterale del lavorare a Repubblica.
Insomma, ieri fanno questa puntata col principe con De Gregori.
Comincia, benvenuti all’appuntamento con Revlover, eccetera eccetera, abbiamo un ospite straordinario, battutine, De Gregori! Ciao ciao, ci conosciamo da trent’anni, ahi ahi che brutto, eccetera eccetera.
Ma, dice Castaldo, “il motivo per cui abbiamo qui Francesco è sorprendente, una novità tecnologica!”. E di lì uno scambio di battute e di cortesie fra ospite e padroni di casa, e sì è vero, la tecnologia qua, la tecnologia là, e com’è e come non è, e la suspence cresce.
E uno freme: che sarà questa sorprendente novità tecnologica? Avanti, parlate! La tensione si fa sempre più alta… De Gregori sarà il primo cantautore nello spazio? Starà sperimentando segretamente una chitarra quantistica?
No: De Gregori si è fatto il sito.
Oggesù! E che sarà mai? Io me lo sono fatto la prima volta tredici anni fa e ero pure in ritardo.
Proprio tu, Francesco, che non sei mai stato un fautore della tecnologia, ah ah!, dice Castaldo. A questo punto De Gregori poteva fare il siparietto di quello che “io, il computer? Ma se manco so come si accende, ah ah ah!”, e tutti giù a ridere, e invece, siccome è un princ signore, si è limitato a spiegare che no, la tecnologia la usa e come, ma semplicemente non aveva mai pensato a un ruolo da darle nel suo mestiere.
A questo punto, uno che fa? La chiude lì e parla di musica. Invece gli intervistatori si incaponiscono, perché il piano è di parlare di Internet e tecnologia con De Gregori. Se Castaldo e Assante si mettono in testa di parlare dei quintetti di Boccherini con Ligabue o di bowling estremo con Federica Sciarelli, mica mollano l’osso facilmente.
Internet, allora. E ne parlano tutt’e tre approssimativamente. Assante cerca di lanciare uno stimolo sulla musica che, in rete, diventa immateriale. “Ma io le ho già viste queste cose”, risponde il cantautore, “figurati che quando ho cominciato c’era il 45 giri!”. Perdendo di vista la questione, che non è l’ennesima evoluzione dei supporti fisici della musica, quanto il fatto che quei supporti fisici si dissolvono.
Ma va bene così. Per dire, Robert De Niro continua a essere un mito anche se non ci parlo di teoria della complessità.
Invece nell’intervista vengono fuori anche cose interessanti, e ti domandi se non era possibile dirle senza far passare De Gregori per uno scopritore di acqua calda.
Per esempio, sul sito uscirà “Dress Rehearsal”, documentario live tratto dalle prove del tour 2011 e girato da Niccolò Bello, un giovane regista che a tutto ti avrebbe fatto pensare tranne che a De Gregori. Per esempio, che è uno dei lavori più rock che Francesco abbia mai fatto (disponibile per i visitatori del sito, e pensa che bella occasione poteva essere per parlare di diritto d’autore, visto che il giorno dopo sarebbe successo questo). Per esempio, che domani a Torino De Gregori dividerà il palco con Vasco Brondi e Cristina Donà!
Invece la notizia principale, quella intorno a cui girava la puntata “speciale”, era che De Gregori si è fatto il sito.

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4 thoughts on “Il cantautore, il web e Repubblica (e l’acqua calda)

  1. Ma che bel pezzo, Massimo!
    Dopo una giornata al computer, devastata da letture attente ai limiti della follia, un bellissimo modo per alleggerirmi le spalle prima di andare a letto. Grazie!

  2. Ma grazie!! Vi confesso che in realtà sono solo invidioso: il critico musicale di Repubblica dovevo essere io, solo che sapete come vanno queste cose, quel giorno la sveglia non ha suonato, poi le raccomandazioni eccetera eccetera. 🙂

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