Ho amato alla follia quel suono e poi gli ho voltato le spalle sdegnosamente. Intendo quel suono ossuto e nervoso come il corpo di Bruce dei concerti del 1978 e massiccio come la figura di Clarence “Big Man” Clemons.
Ero a Milano, allo stadio Meazza, nel giugno del 1985, per quella serata che attendevamo da una vita e che in qualche momento eravamo arrivati a pensare di non meritarci più: un concerto di Springsteen e della E Street Band in Italia. Erano i giorni di Born in the U.S.A., l’album che dal titolo faceva il verso a Born to Run e che pure rappresentava il punto più distante dal lirismo del Boss degli anni Settanta.
Quel disco ci aveva divisi: ricordo che fra i giornali che seguivamo alcuni lo indicavano come la svolta verso un suono F.M. (lo chiamavamo così perché allora l’appeal per le radio commerciali era la vera misura della perdita dell’innocenza), altri lo celebravano come il ritorno del Bruce di The River. In mezzo c’era stato Nebraska, il disco che aveva scarnificato il rock and roll e ne aveva restituito lo scheletro nudo; a pochi artisti avremmo permesso un’operazione così radicale: Bruce era uno di quelli. A proposito: quando di Nebraska arrivarono in Italia le prime cinque copie (non c’erano gli mp3, la musica viaggiava sui materialissimi supporti di vinile) la mia era una di quelle cinque, grazie a lui.
Ma stavo parlando di Born in the USA, 1984.
Quel disco ci divise. Piero, che – per come si muoveva, per come cantava Thunder Road, per come guardava le ragazze – era per tutti noi una specie di alter ego del Boss precipitato in Abruzzo, gettò via il giubbotto di pelle e dopo parecchi giorni lo vedemmo con una mise new wave: un paio di pantaloni con il cavallo sotto le ginocchia e i capelli che sembrava uno dei Cure. Diceva che Cover me sembrava una canzone dei Boney M e forse ricordo male, ma a Milano manco ci venne.
Io c’ero. Sebbene passassi il tempo a domandarmi perché quella batteria facesse tuschhh e il piano a coda di Roy Bittan somigliasse all’improvviso al pianino giocattolo di quando ero bambino, e sebbene fra i sessantamila del Meazza avessi realizzato che eravamo riusciti a coronare l’attesa solo nel momento in cui Bruce si era guadagnato le copertine delle riviste da ragazzine, in canzoni come No Surrender avevo ritrovato il “futuro del rock and roll”, quel futuro di cui orgogliosamente ci eravamo sentiti parte. E poi avevamo vent’anni, e Bobby Jean raccontava come meglio non avremmo saputo fare il momento in cui volti le spalle ai sogni adolescenziali.
Fu qualche mese dopo che dissi adesso basta, non mi ci trovo più. Mi misi in cerca di una presunta “naturalità” della musica, che mi sembrò di trovare più pura e meglio conservata nel suono di Bob Dylan e di tanti altri piuttosto che in quello possente e muscolare della E Street Band. I dischi successivi di Bruce, da Tunnel of Love in poi, sembravano fatti apposta per darmi ragione: troppa elettronica e troppo studio di registrazione. I difetti che pure avevamo perdonato a Dancing in the Dark erano diventati la cifra della nuova musica del Boss.
Così il “mio” suono americano era sempre più quello di Dylan e The Band su tutti, e poi di Ry Cooder, e dei Byrds, e il presente era rappresentato da Steve Earle e non più dai suoni e dalle magliette freschi di bucato del Boss. Questo per quanto riguarda il cuore e i sensi.
Per la mente (a vent’anni riesci a fare queste distinzioni insensate), la musica era quella che andava da Jelly Roll Morton fino a Miles Davis, con una certa spiccata curiosità per quello elettrico ma con totale devozione per quello che soffiava l’anima nel registratore passando solo per la tromba.
Ti ci vuole del tempo per capire meglio che quando litighi con la musica della tua vita e ti metti in cerca di una qualche forma di verità sempre più pura e nascosta, quello che stai facendo ha a che fare con dei conti aperti con qualche parte di te, e che questo vale anche per i pantaloni di Piero.
In queste ore è morto Clarence Clemons, che non soffierà più nel sax che ha incendiato quel suono e la nostra gioventù. E il fatto che al futuro del rock and roll siamo sopravvissuti e abbiamo persino potuto vedere il futuro del futuro, ci consola poco.
Tre anni fa era morto Danny Federici, il tastierista della band, e avevamo accettato che quella parte di noi avrebbe continuato a vivere monca. Oggi è successo qualcosa di più. Non solo perché “Big Man” era di Bruce il contraltare e lo completava, ma anche perché se una perdita è una perdita, la seconda è il segno inequivocabile che il cielo ha tolto la sua mano da quella storia. Da quella parte di te, con cui magari avevi bisogno di continuare a litigare su quale sia il modo giusto di essere “puri”.
Altre storie vivranno, e magari saranno anche da ricordare: e sono sicuro che Springsteen di storie da raccontare ne ha ancora tante (quanto ho amato, di amore struggente, il suo disco su Pete Seeger, la sua deflagrante e poco filologica festosità: magari gonfia anche quella della grandeur da kolossal del rock and roll, che però riesce a diventare quasi ironica nel matrimonio con le ballate folk della tradizione).
Altre storie vivranno: ma quella, quella non sarà più la stessa. E, per chi capisce cosa intendo, nemmeno noi.

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9 thoughts on “È che quando se ne va uno come Clarence Clemons, non se ne va da solo.

  1. Si c’ero anch’io al Meazza nel Giugno caldo del 85 e mai potro’ dimenticare il concerto piu’ emozionante della mia vita…..e ne ho visti davvero tanti !!
    Un grande personaggio lascia un grande vuoto…….ciao Clerence

    1. …a vent’anni si è stupidi davvero. perchè invece di tendere alla purezza non ci si allena al continuo divenire con cui dopo si ha a che fare per una vita? cmq il sax di big man resta per me una fonte di energia che difficilmente si piega alle forche della moda del momento.

  2. @ Alberto: quel giorno lo racconto spesso alle mie figlie. Mi ricordo lungo l’autostrada, da sud a nord, incrociavamo altre auto di gente della nostra età e per riconoscerci mettevamo “Il Mucchio Selvaggio” sul finestrino (quella mattina era uscito un numero con Bruce in copertina) e ci salutavamo da una macchina all’altra… 🙂
    @ d., felice di trovarti proprio qui! Era il punto di partenza, il trampolino verso quel divenire. Poi, tu lo sai, non ci siamo più fermati…

  3. Si Massimo e io avevo attaccato al vetro della mia auto la copia di Born in the Usa!!!!!!!!! Da modena a Milano in tanti mi hanno suonato le trombe e salutato,iniziava a crescere il popolo del Boss in Italia!!!
    Da quel giorno e’ successo di tutto,tra mille bei ricordi ed alcuni purtroppo devastanti per me,ma non mi sono ancora fermato……..Un Abbraccio

  4. Max, io sono caduto nella rete di Bruce proprio grazie all’eco del concerto di San Siro 85 e sai di aver avuto buona parte in questa mia caduta negli anni successivi. Pochi (direi un paio) come te hanno saputo darmi la direzione musicale di cui vado fiero e sai che da allora ho fatto di tutto per non mancare mai all’appuntamento con Springsteen. A distanza di 23 anni dal primo dei miei oltre 20 concerti mi sento di dire che sono daccordissimo con te, questo capitolo va chiuso così. Altrettanto certo sono del fatto che Bruce sarà presto di nuovo in giro, solo il contatto col suo pubblico può lenire una ferita come questa.

  5. Ettore! Sono contento di vederti qua. 😉
    Ragazzi, devo spiegarvi chi è Ettore. Devo prenderla un po’ alla lontana.
    Poco dopo il terremoto dell’Aquila, il mio amico Renato, che lavora lì all’università, ha l’idea di stampare e divulgare questa maglietta con lo slogan “Io non crollo” e il logo dell’ateneo aquilano. Splendida.
    Un giorno mi telefona e mi fa “Sai che a luglio arriva Bruce a Roma? Sarebbe bello riuscire a fargli indossare la maglietta sul palco!”.
    Io gli dico “sarebbe bello sì. Pensa che messaggio per l’università! Proviamo”. Così chiamo Ettore, che conosco da quando vivo qui. Anzi da molto prima. Era una delle poche persone che conoscevo quando sono venuto a vivere qui.
    Ettore nel commento che leggete più su dice che è arrivato ad ascoltare Springsteen un po’ di tempo dopo tanti di noi: ma ha fatto in tempo a diventare un’autorità. Quando gli dico della maglietta mi fa “si può: so con chi parlare”.
    Nei giorni successivi Ettore mi informa che sta seguendo le tracce del Boss di amico in amico fino al suo entourage.
    Finché, poche ore prima del concerto, mi chiama e mi fa “tienilo per te, ma la maglietta è virtualmente sul palco. Adesso aspettiamo”.
    Comincia il concerto, Renato è fra il pubblico a Roma. Durante tutto il concerto ci scambiamo sms, io digito su Facebook “sta per succedere qualcosa a Roma ma non vi posso dire…”.
    Un pezzo dopo l’altro, Renato mi fa sapere “ancora no”… “ancora no”… Aspettiamo. Magari la indossa. Magari la mostra. Magari dice due parole. Abbiamo fatto quel che si poteva, Ettore è stato meraviglioso, ora vediamo.
    A un certo punto della serata il concerto si avvia alla conclusione, Renato mi scrive “niente, è stato bello sperarci” e io scrivo su Facebook “niente, è stato bello sperarci”.
    Mentre sto per spegnere computer e cellulare mi arriva un ultimo messaggio: Bruce sta dedicando “In my city of ruins” alla “gente dell’Aquila”. Non è stato proprio come riuscire a vedergli addosso la maglietta, ma per molti è stato esaltante e per me e Renato una gran soddisfazione.
    Grazie, Ettore!

  6. quando ho visto su youtube il video con la dedica (girava già il giorno dopo) e ho sentito il boss che diceva “alla gente di L’Aquila” e io sapevo che “la gente di L’Aquila” ero anche io in quel momento … bè ragazzi non ve la so neanche raccontare quell’emozione .. ancora adesso mi commuove leggere “Bruce sta dedicando “In my city of ruins” alla “gente dell’Aquila”” .. grazie dal più profondo del cuore a tutti quelli che lo hanno reso possibile!

  7. non so quante volte i versi del boss sono diventati mantra nella mia testa, ma mai avrei creduto di arrivare da via accursio fino qui a cantilenare We pray for the strength, Lord, We pray for the strength, Lord…e cmq, max, tutti questi ricordi messi insieme sembrano proprio una ballata che dice:
    Baby this town rips the bones from your back
    It’s a death trap, it’s a suicide rap
    We gotta get out while we’re young
    `Cause tramps like us, baby we were born to run…

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