A L’Aquila, nella città del miracolo, fare due passi in centro è reato. Fare i miracoli così son capace anch’io.
Fatto sta che a oltre due anni dal terremoto, dieci aquilani sono indagati perché hanno camminato per le strade della loro città. Quei dieci e la misura presa contro di loro sono la testimonianza definitiva del fallimento di un’idea di intervento post sismico: occhio non vede, cuore non duole. È mostruoso. Inumano.
Quei dieci sono stati scelti perché non si sono limitati a contravvenire di nascosto a una regola stupida, ma l’hanno fatto alla luce del sole, in tanti e con le videocamere accese.
Perché “stupida”? Perché impedire alle persone di sentire il bisogno di camminare nei luoghi della loro quotidianità è impossibile, pensare di poterci riuscire è sciocco. Perché il dispiego di forze nella città militarizzata serve a colpire i cittadini che vogliono rivedere la loro casa ma non i topi d’appartamento che agiscono indisturbati in mezzo alla città deserta o i vandali che danneggiano quello che altri hanno appena restaurato.
Però quelle transenne le scavalchiamo in tanti. Io lo faccio ogni volta che vado a L’Aquila. In parecchi, lì, lo fanno tutti i giorni. Ah: fra due settimane sarò lì e forse ho una mezz’oretta libera.
E adesso che fate? Ci incriminate tutti?
Il centro è messo in sicurezza? E allora perché non si può entrare? È pericoloso? E allora di che messa in sicurezza stiamo parlando?

Dal post “Le regole sono regole” di Giusi Pitari, una dei dieci:

Eravamo tanti, ma non importa. So già come mi difenderò: non già con una legge ad personam, ma con la verità. Non ero capace di intendere e di volere: quella sera sentivo una voce che mi chiamava. Era dolce e insistente, era quasi un coro. Mi dicevano quelle voci di andarle a trovare, di scaldarle con la vita, di respirare la loro solitudine. E alla fine da quei muri sgorgavano lacrime di ringraziamento.

Leggi tutto l’articolo di Giusi Pitari.

Sempre dal suo sito, qui di seguito il video corpo del reato.

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