Due.
Per quanto si facesse fumare le cervella, non riusciva a trovarne un terzo. Sempre due.
Continuava a camminare per la stanza e a contare fra sé e sé. Camminava e contava. Contava e camminava. Uno, due… due. Niente da fare: non ce n’era un altro.
Tornò verso la scrivania. Guardò la donna seduta e scosse il capo.
“Ma, signora… è proprio convinta?”.
“Le dico che c’è, Blaise. Mi creda. Deve aiutarmi a trovarlo, ne ho bisogno”.
“Ma è del tutto illogico! Sono sempre stati due!”
Non che quella donna non potesse pagare, e profumatamente anche, ma che guadagno c’era ad accettare un caso che nessuno avrebbe mai potuto risolvere?
Doveva esserci un modo per convincerla che tutto questo non aveva senso. Che cercare il terzo era come cercare l’ottavo re di Roma. Anzi, no: la quarta persona della Trinità. Non può essercene una quarta, lo dice la parola.
La prese bruscamente per un braccio e la portò verso il grande mappamondo nell’angolo.
“Ooh, Blaise… che ragazzaccio…”, protestò la donna. Lui le lasciò andare il braccio mentre i loro visi si trovavano vicini come non era successo prima. Tossì, imbarazzato.
“Guardi!”.
“Cos’è, l’ora di geografia?”.
“Guardi, le dico”. Puntò l’indice verso la palla colorata e cominciò a contare. Uno. Due.
Due. Ancora una volta due.
“Si è convinta ora?”.
“Cosa vuole dimostrare? Le dico che c’è, signor Blaise. Mi meraviglia, pensavo che fosse uno informato. Se ne parlò molto qualche mese fa a proposito di un regolamento di conti. Le ripeto: ne abbiamo bisogno per portare a termine un’impresa che non possiamo lasciare a metà”.
“Abbiamo? Chi, abbiamo? Lei e chi altro?”.
“Uno che può coprirla d’oro se ci aiuta a trovare quello che cerchiamo”.
Misericordia… non voleva pensare quello che stava pensando. La donna tirò fuori dalla borsetta una fotografia e gliela porse. Blaise fece un balzo all’indietro, facendo quasi cadere il mappamondo.
Quello della foto era l’Uomo dai Capelli Finti! Ci si era imbattuto nel caso del congiuntivo scomparso, circa un anno prima, ma non era mai riuscito a incastrarlo.
Questa storia gli piaceva sempre meno.
Riprovò a contare sulle punte delle dita della mano destra. “Uno”, scandì a voce alta come se i numeri potessero diventare qualcosa di concreto lì, nella stanza, mentre drizzava il pollice. Ma non andò oltre l’indice: “…due”. Niente più. Non gliene veniva in mente un altro.
Sapeva che dire di no all’Uomo dai Capelli Finti era pericoloso. Ma sapeva anche che accettare e fallire non l’avrebbe messo in una posizione più comoda. D’altra parte pensò che poteva essere una buona occasione per avvicinarlo e finalmente raccogliere le prove che cercava da un anno.
No, non era tranquillo. Qualunque cosa avesse deciso, il rischio era alto.
La donna sobbalzò quando Blaise si avventò come una furia verso la scrivania e con un gesto del braccio spazzò via tutti gli oggetti che c’erano sopra. La foto della mamma si ritrovò contro la parete, continuando a sorridere tra i frammenti di vetro. I fogli erano sparsi per la stanza e la vecchia radiolina che fino a un attimo prima gracchiava “Put the blame on Mame” era rimbalzata in pezzi poco distante dal tavolo.
“È impazzito, Blaise? Le sto proponendo un lavoro che necessita di nervi saldi. Ma dai suoi capricci mi pare di capire che non è interessato”. Fece per alzarsi.
Blaise guardò i resti della radiolina sul pavimento e le fece cenno con la mano di fermarsi. Lei lo guardò incuriosita, o forse semplicemente domandandosi quale sarebbe stata la prossima pazzia di quell’uomo instabile.
Lui si diresse lentamente verso i resti dell’apparecchio. Ne erano fuoriusciti alcuni cilindretti rilucenti. Si chinò e ne raccolse uno. Tenendolo fra l’indice e il pollice, lo osservò a lungo. Lei lo guardò con aria interrogativa.
Blaise andò verso di lei. “Guardi qua. Le basta questo o preferisce andare avanti con la sua idea assurda?”.
La donna aggrottò le sopracciglia.
“Uno e due. Due, signora!”.
Non ricevendo risposta, alzò le braccia al cielo.
“Per mille diavoli, non è ancora convinta? Va bene”. Andò dritto allo scaffale e allungò la mano verso un punto preciso, ma l’ordine alfabetico era saltato da un pezzo. Trovò quello che cercava fra Moby Dick e il manuale della Smith & Wesson. Tirò fuori il ponderoso volume e soffiò via la polvere che lo ricopriva.
Si sedette alla scrivania e cominciò a sfogliare: “polleria, pollice, pollivendolo… ecco qua!”.
Lesse la definizione scandendo le parole per essere sicuro che la donna capisse bene.
Ciascuno dei due punti in cui l’asse di rotazione di un corpo celeste interseca la superficie del corpo stesso: i p. della Terra || p. nord, quello nell’emisfero artico o boreale | p. sud, quello nell’emisfero antartico o australe“.
Sollevò lo sguardo dal dizionario. “Devo andare avanti?”. Attese inutilmente una risposta e poi continuò: “p. celeste, ciascuno dei due punti in cui i prolungamenti dell’asse di rotazione terrestre incontrano la sfera celeste“.
La guardò. “Le basta?”.
Riprese. “Punto o elemento in cui si concentrano cariche elettriche o magnetiche di valore positivo o negativo, in simmetria e opposizione di polarità rispetto a un altro“.
Richiuse il volume e lo lasciò cadere rumorosamente sulla scrivania.
“Si è convinta ora, signora Delitia?”
“Non sbagli il mio nome, Blaise. Laetitia. Laetitia Moraski”.
Non la ascoltava. Alzò progressivamente la voce. “Due! Sono solo due! Positivo e negativo! Polo nord e polo sud! Non ne esiste un terzo! È una contraddizione. Come, che ne so, un violino a fiato. Come un volatile con le pinne. Un nano slanciato. È un nonsense, un paradosso. Che senso ha chiamarsi come qualcosa di impossibile? Chi può andare in giro a chiamarsi Terzo Polo?”.
La donna deglutì.
“Signora… mi dispiace, le cose stanno proprio così. Lo sapevo da tempo. Me l’aveva detto un informatore al porto. Uno che soffre di sindrome bipolare, se non lo sa lui…”.
La donna tacque. Blaise sospirò e poi cercò il suo tono più gentile. “Mi ascolti… se lo lasci dire. Questa storia… insomma, la televisione, quella gente là… si inventano un mondo diviso in due e poi devono stiparci dentro più roba di quanta ce ne stia”. La vedeva in difficoltà.
“Mi dica, signora Moraski. Ha proprio bisogno di loro per quel lavoro da terminare? Non sa come spiegarlo all’Uomo dai Capelli Finti? Ha paura di lui? Dica la verità, ha paura?”.
Lei gli allungò delle banconote. “Tenga, signor Blaise. Per il disturbo”. Uscì dalla stanza senza parlare.
Lui cercò di fermarla, di dire qualcosa, ma rinunciò.
Si alzò e andò verso la finestra. Restò per un po’ a guardare la città. Era bella, anche con quella nebbiolina che ne sfumava i contorni. Anzi, ancora di più.
Ripensava al lavoro che la signora Moraski avrebbe dovuto portare a termine con l’aiuto di quella gang, il Terzo Polo. Di cosa poteva trattarsi? La donna aveva opposto un fermo silenzio a qualunque richiesta di spiegazione.
Blaise guardò ancora una volta la città ed ebbe un brivido.
Sapeva che la storia non sarebbe finita lì. Se era davvero una cosa così importante, avrebbe letto di lì a poco sui giornali della misteriosa impresa della signora Moraski.
Si sentiva sollevato per essersi cavato da un impiccio nel quale si sarebbe pentito di essere entrato, ma nello stesso tempo pensava all’occasione perduta di trovarsi faccia a faccia con l’Uomo dai Capelli Finti.
Si accese una sigaretta. In fondo sapeva che prima o poi le loro strade si sarebbero incrociate.

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