Certe volte è proprio un peccato che interventi e dibattiti si perdano in quel buco nero che è la memoria di Facebook. Riprendo qui, anche per conservarlo per uso mio, l’intervento “Psicopatologia della rete quotidiana” che Luca Giudici ha pubblicato oggi sul social network, e di seguito il commento con cui ho provato a contribuire alla discussione.
Al dibattito partecipano molte altre voci e vi consiglio di andare a cercarlo, perché non si ferma qui: lo trovate se avete l’amicizia di Luca o la mia, o di altri suoi amici. Diversamente, non so.

Dice Luca:

Lo stazionare in rete (1), intendendo con ciò la condizione di coloro che come forma di relazione e di informazione utilizzano principalmente la rete; il surplus informativo (2) che ne deriva; la connessione costante (3) a cui si è inevitabilmente sottoposti, contengono in sé elementi psicotici.
Queste tre caratteristiche, che rimandano a fenomeni come gli otaku giapponesi, ma che in realtà sono proprie anche di stati molto meno deteriorati, sono le leve attraverso cui un processo informativo apparentemente standardizzato si trasforma in una modalità di assunzione dell’informazione deleteria per quella che potrebbe essere una vita felice e realizzata.
Il permanere in questo stato induce comportamenti non consoni a una personalità risolta e adulta.
Questo dipende dal processo di estrapolazione della forma della conoscenza rispetto all’apparato corporeo – sensibile.
Invero, ogni eccesso di informazione, in una condizione autentica, subisce un filtro, una spontanea cesura, al fine di concentrarsi sui canali principali e maggiormente finalizzati alla crescita e allo sviluppo, in particolare quelli di tipo speciale, riducendo le forme individuali.
Nel mondo della connessione ininterrotta il nostro apparato sensitivo/percettivo è invaso dal surplus mediatico, e ne viene devastato.
La comunicazione è abbandonata per l’esposizione. Siamo violentati, penetrati a forza da questo getto, questo fenomeno intrusivo.
Questo genera continui microtraumi nel sistema percettivo: non siamo capaci di porre filtri a questa invasione, e ciò provoca reazioni scomposte, che vanno dall’isteria alla dipendenza, dalla formazione di personalità multiple (avatar) a forme egoiche assolutamente sovraesposte.
La dipendenza è forse il fenomeno più diffuso, e anche il meno ammesso e riconosciuto. La percezione di un ampliamento della rete connettiva, e quindi il flusso informativo che ne deriva, funziona come una droga, e nel momento in cui manca la semplice percezione sensibile appare come ben poca cosa a fronte della totale sovraesposizione che concede la rete.
Velocità, eccesso, adrenalina e brivido, questo apparentemente concede il surplus emotivo/informativo derivante dalla connessione continua. Corretto in questo senso è il parallelo con i videogame.
L’assenza quindi manda in astinenza, obbliga a ricollocare il mondo sotto i cinque sensi, e ciò gli rende il peso. Si è detto che la rete è leggera, nel senso usato da Calvino. Nulla di più falso. La rete toglie peso e verità alle cose, agli eventi. Tutto è omogeneo nella percezione infinita. Nulla emerge, nulla si distingue, tutto muore in un costante narcotico rumore di fondo.
Il nostro sistema percettivo ha evolutivamente tarato il nostro cervello sulla base della forma e della qualtità di informazioni derivanti dai sensi.
L’onda psichica, la peste percettiva, per parafrasare Reich, derivante dalla rete, manda in overflow questo meccanismo, con le conseguenze sopra descritte.
Diventa quindi prioritaria la ricostruzione di un rapporto solido tra quelle parti del nostro corpo dedicate alla percezione e i meccanismi di assunzione dell’informazione.
Non sappiamo più chi siamo, perché non ci ri-conosciamo, siamo sempre in costante rielaborazione, siamo identità in continua mutazione. Lo specchio ci rimanda una metamorfosi, immagini in sovraespozione, maschere che si rincorrono. Identità mutanti.
Non credo esistano molti percorsi che permettano riappropriazione di sé.
Ci si può ritrovare solo specchiandosi nell’altro. Il riconoscimento dell’alterità che è contestualmente identità è ciò che permette di bypassare questa impasse psico-percettiva. La proprietà del corpo, per dirla con Merleau-Ponty, passa attraverso il corpo dell’altro, e quindi l’abbattimento delle forme dell’autonomia.
Rinunciare alla nostra autonomia, specchiarsi nell’altro che condivide il nostro mondo, e sentirsi insieme, percepire il mondo comune.
Perché (come dice Holderlin), il cammino che seguiamo ci porta sempre, inevitabilmente, verso casa.

(a Wilhelm Reich, maestro irrinunciabile)

Dai miei social network.

Ecco la mia risposta:

Grazie Luca, per avermi coinvolto in questa discussione. Mi fai venire in mente un sacco di cose e voglio aggiungerle al dibattito, chiarendo in partenza che dal tuo intervento ho selezionato tre questioni, che riassumo con parole mie:
1) il rischio di frammentazione del sé;
2) il rischio di dipendenza;
3) la leggerezza come svuotamento di senso.
Allora, prendo fiato e vi chiedo preventivamente perdono per la lunghezza…
1) Mi domando da un po’ se la moltiplicazione dei “sé” (e uso questa espressione assumendo tutte le conseguenze rischiose del reificare una particella pronominale che di per sé non identifica un “oggetto”, ma semmai una relazione fra il parlante come soggetto e sé stesso come complemento oggetto) sia un effetto, misurabile in vari gradi di gravità, dell’esperienza della rete, o se invece quest’ultima non ci stia rendendo evidente, come una gigantesca lente di ingrandimento, che quella del “sé unitario” era solo un’utile semplificazione.
Per dirne una: io in rete ho un “me stesso” professionale; poi ho un “me stesso” che scrive su un blog; poi ho anche un “me stesso” che ha un Tumblr, che per via delle caratteristiche e dei limiti del contesto (che richiede messaggi brevi, citazioni, foto, video) emerge in una maniera ancora diversa.
Poi c’è Facebook, dove tutti questi “me stesso” confluiscono e si ricompongono. Per forza, qui c’è gente che conosco, ci sono gli “amici”. Facebook, nella rete, è quanto di più simile all’ipocrisia della vita quotidiana: come quando esci sfasciato da una birreria e vedi per la strada la vicina e allora ti “ricomponi” (cioè, appunto, rimetti insieme i pezzi).
Bene, io ogni tanto mi fermo a guardare tutti questi “me” e ne traggo delle informazioni. Vedere in che relazione stanno il mio “me” professionista e il mio “me” blogger, quanto i loro linguaggi siano simili o diversi, quanto tempo dedico all’uno o all’altro, quale dei due si attivi quando voglio parlare di una cosa o di un’altra, mi dà delle informazioni, che mi orientano anche nella ridefinizione continua del mio “me” professionale.
Certo, questo comporta un altro “me” (forse quello in carne e ossa che ti scrive ora) che osserva tutti questi “sé” e li connette perché gli riconosce un certo grado di parentela, e li influenza mentre ne è influenzato e mentre quelli si influenzano a vicenda, e mentre fa queste considerazioni tira un sospiro di sollievo perché pensa “fico (alcuni dei miei “me” geograficamente determinati dicono “fico”, altri “figo”), anche oggi non avrò bisogno di uno psichiatra…”.
Sugli altri due punti condivido la tua preoccupazione e penso che tocchi stare con gli occhi bene aperti:
2) Io penso che quando i pionieri di Internet preconizzavano una rete dove le persone non solo avrebbero trovato fonti, non solo le avrebbero condivise, ma addirittura le avrebbero create insieme, non stavano soltanto immaginando gli sviluppi delle nuove incredibili possibilità di interconnessione: avevano capito che, usato senza creatività, questo immenso elenco telefonico dell’utile e dell’inutile dell’universo ci avrebbe schiacciati.
Jason Lanier lo dice in un modo simile ma con una sfumatura drammatica in più: usate la rete, utilizzatene le risorse, ma createne anche. Scrivete pure contenuti anonimi su Wikipedia, ma poi con il vostro nome e la vostra faccia esponetevi e prendetevi la responsabilità. È una esortazione a non limitarsi a lasciarsi determinare dalla rete, ma a determinarla.
Se ci pensi, io e te, e voi, qui, ora, che parliamo “dentro” Facebook “su” Facebook (anzi: “sulla” rete, che di Facebook è più grande e lo contiene) compiamo, dal punto di vista logico, una specie di insubordinazione. La classe delle classi delle classi diventa un membro: pazzesco! Così invertiamo il potere contestuale di Internet, che di solito ci definisce. Siamo noi che diventiamo “contesto” di Internet e lo definiamo.
Allora, la possibilità che abbiamo di non farci ingoiare da tutto questo è che si abbia qualcosa da dire, qualche storia da raccontare. In Facebook puoi condividere frasette prefabbricate stile baci perugina (ne offre un giacimento inesauribile) o puoi condividere testi cospicui come questo tuo. Quando sento gli esperti che parlano di genitori, figli e internet e raccomandano di non permettere che i ragazzini si chiudano in camera con la loro connessione, e che usino un computer in mezzo alla casa, in una stanza di passaggio, penso assolutamente sì, questa è la prima cosa, il buon senso in queste cose è importante, ma speriamo anche di dargli un po’ di senso critico e di storie da raccontare, a ‘sti ragazzi. Se passano dalla televisione a internet, sono fatti. Se invece usano internet come raccomanda Lanier, stare in internet ti richiede di avere una vita “fuori”, nel mondo reale, perché sennò che racconti? Un approccio del genere è il contrario della dipendenza. Anzi, è il suo antidoto.
3) Leggerezza e vacuità. Anche qui: dipende. Però quello che penso posso spiegarlo solo, scusate, introducendo una storia personale.
Fino a due anni fa ero un utente piuttosto entusiasta della rete, ne facevo un uso divulgativo di contenuti soprattutto di tipo professionale. Poi è capitato un evento che ha cambiato radicalmente il mio modo e il mio senso di stare in rete. Il terremoto della mia città d’origine. Internet così è diventata indispensabile per riconnettermi col mio “me” che dice “fico” e con i pezzi della mia vita. Con le persone di lì e con i racconti di quelle pietre che erano la mia biografia. Ecco, non so dirlo diversamente, ma per me da allora internet ha il peso specifico di quelle pietre. Ho cominciato a scrivere altre cose e a scriverle diversamente. Molti di quelli che mi frequentavano on line prima non sapevano dove ero nato. L’hanno saputo quel giorno.
Su tutto questo, su come non solo internet ha raccontato il terremoto dell’Aquila, ma anche il terremoto spiega internet, sto raccogliendo appunti, conversazioni e pensieri che spero di riuscire a rendere noti presto. Ma se domandi a tanti di quelli che stanno lì e che da quella notte comunicano anche attraverso il portatile (la città è “esplosa”, disintegrando le comunità del mondo reale), molti ti diranno che la leggerezza di un cellulare nel taschino gli ha permesso di conservare una consistenza alle relazioni e alle appartenenze.
Grazie, resto in ascolto.

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2 thoughts on “Note su internet, dipendenza, identità molteplice

  1. ….. più che da raccontare direi da esprimere, se poi la necessità espressiva può attingere a una memoria di esperienze è solo meglio, su internet però non è poi così difficile simulare, così come, nel creare identità forse si cerca il modo migliore proprio per soddisfare la necessità espressiva … la patologia consisterebbe nel non saper vivere oltre rete o vivere di sola rete ma tutti i ragionamenti su quanti e quali “se” o se è un “se” frammentato e disorientato o se siano modalità coerenti di un “se” cmq. in edificazione, mi sembra che si possano svolgere anche a prescindere dalla rete. Non credo che la rete sia la grande illusione (Max spiega bene perchè) così come non è la risoluzione appagante del desiderio di comunicare o della necessità di espressione libera e liberata.

  2. Va bene anche esprimere, anche se è un verbo che non uso volentieri perché vuol dire “spremere qualcosa fuori da sé”, mentre preferisco pensare che quando sei in rete non spremi qualcosa fuori da te, ma nuoti nel mare di storie in cui sei immerso… 😉

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