michel_piccoli_habemus_papamC’era una volta un artista molto arrabbiato che scribacchiava cose di ogni genere, e dopo la sua morte guardarono nei suoi quaderni e videro che in un posto aveva scritto: “I savi vedono i contorni e perciò li disegnano”, ma in un altro posto aveva scritto: “I pazzi vedono i contorni e perciò li disegnano”.
(Gregory Bateson)

Uno dei momenti chiave della storia è quello in cui il papa neoeletto (che il mondo ancora non conosce: al momento di affacciarsi al balcone, terrorizzato, per salutare la folla dei credenti, un attacco di panico lo ha respinto dentro) e lo psicoanalista chiamato ad aiutarlo siedono uno davanti all’altro. Uno dei cardinali che presiedono alla buffa e impossibile seduta, e vigilano che il terapeuta non faccia domande indiscrete, avanza il dubbio: ma il dottore è credente?
No, non lo sono, dice Moretti/psicoanalista al papa, che lo guarda sinceramente dispiaciuto.
Due uomini, uno davanti all’altro, parlano di sé. Capiterà ancora qualcosa del genere, quando il dottore si confronterà col cardinale Gregori sulle verità ultime della vita, ma quello sarà piuttosto un futile battibecco fatto di luoghi comuni e di slogan. Ideologia. Niente a che fare con quel breve, intenso momento in cui due uomini si sono trovati uno di fronte all’altro.
Perché per come l’ho visto io, l’ultimo film di Moretti racconta di come, al di là di quelle linee tracciate per separare chi è dentro da chi è fuori, ci sono gli uomini. Le persone, gli individui. Come quei due povericristi che, nell’impossibilità di rivestirsi del ruolo attribuitogli dall’Istituzione cui fanno riferimento (uno perché non se ne sente capace, l’altro per l’ingombrante presenza di tutti quei cardinali guardoni che gli mandano all’aria il setting), si trovano nudi l’uno al cospetto dell’altro.
Durante quel bellissimo e intenso dialogo col papa, lo psicoanalista non sa ancora che sarà costretto a passare i giorni successivi chiuso anche lui nel conclave, che non terminerà fino a che il mondo non avrà avuto l’annuncio del nome dell’eletto. Ormai ne conosce l’identità, perciò non può comunicare con l’esterno. Anche lui dentro, dunque, via anche il cellulare.
A cavallo fra quel dentro e quel fuori si svolge la vicenda umana del mite cardinale Melville, eletto papa senza sentirsene all’altezza. Uno che non ci sta dentro, appunto. E infatti, alla prima occasione, farà fessa la sorveglianza e si butterà nelle strade di una città, di un fuori che non conosce. Lì proverà ad essere una persona in mezzo alle persone.
Lo ritroveranno che insegue la passione giovanile per il teatro, in una sequenza che ribalta il dentro e il fuori: tutti i cardinali usciranno dal conclave e lo raggiungeranno in un teatro, per applaudirlo non al balcone di San Pietro ma seduto in un palchetto, che segue – da spettatore e non più da attore – il dramma dell’inadeguatezza (il Gabbiano di Cechov è l’opera che ha amato da ragazzo e che non è mai riuscito a recitare).
In quel momento accade l’inatteso: l’attore sul palco (che ha avuto uno scompenso psicotico qualche notte prima ed è appena rientrato nella compagnia apparentemente rinsavito) entra in scena del tutto fuori tempo. Inizia così a recitare la propria parte in un caos esilarante in cui alle battute del suo copione intercala le indicazioni che il copione dà all’attore, esattamente come se facessero parte del testo. I matti hanno un rapporto un po’ particolare con la linea che separa il dentro dal fuori.
nanni-moretti-habemus-papamEcco, per come l’ho visto io, il film parla di quella linea che separa chi è dentro e chi è fuori. Quella linea con la quale creiamo le istituzioni, le chiese, le teorie, i partiti, le visioni istituzionalizzate. Di come l’ideologia sia esattamente la fede nell’esistenza concreta di quelle linee. Di come, fedeli a quelle linee, gli uomini siano costretti a costruire narrazioni per tenere insieme la coerenza delle loro identità (come lo psicoanalista, condannato a raccontare a chiunque che sua moglie lo ha lasciato, sì, ma solo perché non sopportava che lui fosse così bravo). Di come, finalmente sullo stesso palcoscenico dove le linee sono solo linee, si ritrovano simili, partecipi della stessa umanità, nelle loro fragilità, debolezze, dipendenze, miserie, incapacità, e nei loro narcisismi gonfiati o feriti.

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5 thoughts on “Habemus papam (2): come l’ho visto io

  1. Sembra molto bello – ora cerco di vederlo
    Mi fa riflettere questo nuova fenomelogia del maschile che periferizza il maschio tradizionale eroico e bellicoso (talora un po’ scemo) e centralizza quello che cura e quello che è incerto – che è poi per esempio la struttura narrativa di altro bel film, il discorso del re.

  2. Difficile una riflessione anche dopo alcuni giorni. Michel Piccoli ha reso il film maestoso e pieno di religiosità mistica. Di una mistica particolare: cerco dio dentro me e non lo trovo, mistica ebraica, difficile da comprendere nel mondo cattolico, dove prevale, a destra e a manca, questo desiderio di pienezza di senso. Così lo psicoanalista non può far niente con Melville perché non c’è niente da togliere. Melville ha incominciato ad andare incontro al desiderio quando si accorge che avrebbe dovuto fare l’attore. Piccoli fa esplodere la contraddizione presente in Karol Wojtyla – esponente del teatro rapsodico e allievo di Mieczysław Kotlarczyk – che poi diventa Papa.
    Come scrive Antonio Attisani: “…le idee di Karol Wojtyła sul dono di sé e sull’attore inteso come «portatore di problemi» e non interprete” sono affini a quelle di Grotowski.
    Questo cardinale Melville che – come il capitano Achab insegue la balena e viene travolto dall’enorme potenza di quel manto bianco – non fa altro che essere coerente con queste parole di Wojtyla.
    Piccoli ci ricorda Brecht, Artaud, Grotowski, Kantor, l’estraniazione come pratica attoriale. Moretti: poteva risparmiarsi gli “alleggerimenti” suoi tipici come le partitelle di briscola e pallavolo. Nella parte dello psicoanalista ignorante, necessariamente ateo (ma chi l’ha detto che gli psicologi debbano essere atei?), incapace di confrontarsi con il cardinale che pone la questione dell’incompatibilità tra anima e inconscio, non so se ci è o ci fa. Ma se ci fa, la fa molto bene, con tutto il lessico psicoanalese che rimane disarmato dinnanzi alle obiezioni. Ma secondo me ci è, cioè lui davvero crede che gli psicoanalisti siano gli ex-sessantottini disarmati che non sanno più dove attaccarsi. Perciò gli piace la parte.
    Habemus Papam richiama (attraverso il bianco papale e il nome di Melville) il migliore tra i film di Moretti: Bianca. Potremmo dire un bel film nonostante Moretti? Grazie Michel Piccoli.

  3. Zauberei: la tua chiave di lettura è interessante e il parallelo col film di Hooper (anche lì un potente segnato da una fragilità personale, anche lì la sua relazione con l’uomo dal quale accetta di essere curato) è rilevante a più di un livello.
    Vuoi vedere che, dopo tanta letteratura allarmata che denuncia la femminilizzazione del maschio e del padre, il ritorno del maschio passa soprattutto attraverso l’assunzione di quegli aspetti che ruotano intorno al tema della fragilità e della cura? Se penso a Colin Firth e Geoffrey Rush da una parte, e a Nanni Moretti e Michel Piccoli dall’altra, penso a quattro maschi che alla fine trovano la loro grandezza o la loro miseria dentro una relazione di cura. E i due terapeuti non si definiscono perché infallibili o scientificamente ineccepibili, ma perché sono due uomini ai quali la corazza del ruolo professionale cade ben presto.
    Forse sono due casi isolati, ma due casi isolati che riguardano milioni di spettatori sono un po’ meno isolati.

    Pietro: e se fosse che quello psicanalista narciso e un po’ cialtrone, che somiglia tanto ai vari Michele Apicella dei film precedenti (bello il tuo riferimento a Bianca; fuori strada quello, che si è fatto da più parti, a La messa è finita; forse ci sta più Palombella rossa) fosse più Moretti che uno psicoanalista? Mi piace pensare che nel suo film sulla fragilità, anche l’autore partecipa al gioco e si mette in mutande davanti alla telecamera. L’osservatore irrompe sulla scena.
    E forse gli interessa che sia ateo perché vuole mettere in scena la relazione con l’alterità estrema. Non uno psichiatra (che forse al mondo cattolico, come dire?, tradizionale, la psichiatria sta a volte meno sulle scatole della psicoanalisi); non un terapeuta di qualche altro genere, ma uno psicoanalista (con tutto quello che evoca in termini di riferimento storico alla cultura ebraica e al materialismo del ventesimo secolo: anche se, certo, le declinazioni successive sono ben più complesse). Moretti è l’alter ego di Melville, quando davanti a lui rivela (è questa l'”eloquenza sociale” di Pearce?) i presupposti della sua esistenza; ed è il perfetto controcanto di quel trombone del cardinale Gregori nei momenti in cui è più animato dalla sua lealtà ideologica.
    PS: sai che non trovo il “che” di troppo? Cerco meglio 😉

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