Alcuni di voi sono abbastanza cresciuti da ricordare il grosso guaio della centrale nucleare di Chernobyl: 1986, Ucraina allora sovietica. Di lì a poco si sarebbe tenuto da noi il referendum che avrebbe messo i bastoni fra le ruote al nucleare: non l’avrebbe “abolito” (un referendum abrogativo può al massimo tagliare articoli di legge, non può dire “non vogliamo più l’energia nucleare”); diciamo che gli avrebbe reso la vita un bel po’ più difficile, tanto che per parecchio tempo non se ne è più parlato.L’argomento degli argomenti dei difensori della scelta nucleare era: “però adesso non fatevi prendere dall’emotività!”. Ma quale emotività?, si rispondeva dall’altra parte. In Unione Sovietica sta succedendo l’iradiddio, è sotto gli occhi di tutti e sarà sotto gli occhi di chissà quante generazioni a venire.
“Ma no”, dicevano i filonuclearisti, “quelli sono sovietici. Hanno una tecnologia obsoleta e sgangherata, sono cialtroni, quello che è successo a Chernobyl non fa testo”. Qualunque negazione di questa ovvietà era una posizione “emotiva”.
A venticinque anni giusti da allora, in Italia siamo di nuovo in pieno dibattito sulla questione nucleare, perché si avvicina un nuovo referendum che la riguarda: un decreto legge del 2008 ha riaperto la strada alle centrali in Italia e i cittadini si pronunceranno in merito. E intanto siamo qui ad aspettare gli sviluppi di quel disastro (l’incidente al reattore nucleare di Fukushima) nel disastro (il terremoto dalla terra e dal mare) che ci inchioda a domande angosciate su quali effeti avrà una possibile crisi nucleare, che fa spendere agli osservatori internazionali più misurati parole come “apocalisse” e fa dire loro che al momento “è possibile prevedere anche il peggio”.
Come allora, i rischi che comporta la scelta nucleare diventano argomento di confronto: solo che ora l’argomento del regime cialtrone e tecnologicamente arretrato non vale: il Giappone sta alla tecnologia come Trastevere sta alla carbonara, e l’affidabilità che riconosciamo alle sue macchine è incomparabile con quella che attribuiamo alla Russia e ai suoi dintorni pre e post 1989. Però ritorna, prevedibile e noioso, l’argomento dell’emotività. È uno di quei luoghi comuni che ti sono talmente entrati nelle orecchie che smetti anche di domandarti se abbiano senso: le donne al volante sono pericolose, i neri hanno il ritmo nel sangue e il nucleare non si discute con l’emotività.
Ora: a parte che gli argomenti “non emotivi” sono di questo genere qua. A parte che quando interroghi le persone su cose che hanno a che fare con la qualità della vita che vorrebbero, di cosa piffero stai parlando, se non dei loro desideri, delle loro paure, delle loro aspirazioni, dei loro sogni, delle loro preferenze, delle loro “emozioni” infine?
A parte tutto questo. Possiamo dire che un argomento che si fa calzare a una situazione e al suo esatto contrario è pretestuoso, illogico e, eziandio, un po’ fesso?
Seguendo la sua stessa logica, l’argomento “non si possono prendere decisioni sul nucleare in modo emotivo” è un argomento emotivo: perché indipendente dal merito della questione (Chernobyl o Fukushima è uguale) e perché divide il mondo a metà, implicando che i problemi si affrontano “o” emotivamente “o” razionalmente. E dividere il mondo a metà è un modo poco ragionevole di affrontare le cose: costoro direbbero, appunto, “emotivo”.
Poi è un argomento bizzarro perché l’alternativa che propone a chi domanda “sì, ma chi ce lo dice che poi le centrali le costruite diversamente da come avete costruito tutto il resto?” è di fidarsi: e della fiducia tutto si può dire, tranne che sia una motivazione “razionale” e indipendente dall'”emotività”.

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7 thoughts on “Reazioni nucleari e reazioni emotive

  1. personalmente ritengo che l’emotività sia un criterio validissimo .. l’emotività è presente quando l’evento è vicino e tende ad affievolirsi quando l’evento diventa remoto .. ma quando è remoto tendiamo a dimenticarlo, e questa dimenticanza (o rimozione, in buona o cattiva fede) potrebbe farci prendere delle decisioni che non tengono conto di tutte le variabili in gioco … ergo …..

  2. Sintonia totale!
    Avevo letto qualcosa di codesti tuoi pensierini su Fb – il qualcosa ha generato il mio post di oggi che è molto in linea con questo. Io per dire penso che gli emotivoni qui sono loro. Solo che annassero su un altro pianeta sarebbe meglio!

  3. Ciao, scusate il ritardo e grazie per aver detto anche la vostra (Zaub, appena mi fermo ti leggo con calma).
    Ho il sospetto che semplicemente quest’argomento dell’emotività non significhi un bel niente. Che vuol dire? Di farsi un’opinione senza tener conto del fatto che nel paese che dà del tu alla tecnologia il cibo sarà contaminato per i prossimi decenni (notizia di stasera)?
    Come sarebbe dunque un modo “non emotivo” di affrontare il tema?

  4. È la solita procedura standard: riduzione della complessità a problema di logica binaria on-off; fissazione del polo positivo (razionalità); assenza totale di spiegazione e di argomentazione intorno alla positività che si presume appartenere a un polo; costruzione di un sistema di affabulazioni autofondate.
    In sottofondo, l’idea che in medium stat virtus. Cioè se uno dice due più due fa cinque e l’altro dice che due più due fa nove, allora bisogna dedurne che due più due fa sette.

  5. Ciao Federica, vengo giusto ora dal dibattito su un altro blog (bello: radiopereira.it) dove mi sono ritrovato perché Jacopo Nacci ha avuto la bontà di citare un brano del mio post nel dibattito successivo a un articolo sul nucleare. Bel dibattito, per nulla ideologico, anzi ragionevole e competente. Eppure mi son trovato a dover spiegare a qualcuno che mi aveva letto partendo dalla citazione: “non ho parlato di nucleare sì o no, ho parlato di retorica, di linguaggio”.
    In generale sono gli argomenti più “caldi” quelli più soggetti a questo genere di slittamenti logici. I primi tre sono la religione, Berlusconi e il nucleare. E poi Roberto Saviano 😉 (la strizzatina d’occhio la capisce chi legge il blog di Federica).

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