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Torno a leggere i libri dell’Aquila post-sismica. Oggi Tarantula parla con Marianna De Lellis, co-curatrice del progetto collettivo Alice nelle città. Per L’Aquila (Edizioni Arkhé) e con due autori aquilani che vi hanno preso parte: Claudia Valentini e Sandro Cordeschi (in fondo all’articolo trovate i nomi di tutti quanti hanno partecipato).

M.G.: Marianna De Lellis, chi sei?

Marianna De Lellis: ho sempre fatto tante cose, dal settore del turismo a quello del marketing aziendale, prima del 6 aprile 2009, a barista in questa versione di vita post 6. L’attività che comunque al momento incide maggiormente sulle mie giornate in termini di tempo ed energie è la vita all’Aquila.
La letteratura ha accompagnato costantemente la mia vita, dall’adolescenza in poi, come lettrice. Sono cresciuta in compagnia di Elsa Morante, per esempio. E poi tanta letteratura tedesca, tanta letteratura drammaturgica (adoro il teatro), anche tanta narrativa contemporanea, italiana e non. La voglia di scrivere l’ho sempre avuta ma ho cominciato ad assecondarmi solo negli ultimi anni e mai con ambizioni editoriali. Sono troppo discontinua e caotica, e poi adesso c’è troppo da fare qui. Il 6 aprile 2009 ho accantonato, tra varie cose, un progetto di traduzione di un romanzo francese che penso sarebbe giusto e utile arrivasse anche a lettori italiani. Chissà, magari prima o poi troverò il tempo e il gusto di riprenderlo.
Non avevo mai curato un libro, è stata un’esperienza bella e importante. In quel libro si parlava di nostri luoghi (non intendo solo luoghi aquilani: ogni autore ha parlato di un suo luogo, anche Alessandro Luzzu che ha disegnato la copertina, ha disegnato la sua Sardegna, che però a me è sembrata anche tanto il mio Abruzzo) e l’importanza che per me aveva e ha l’argomento mi ha chiamata a un gran bel senso di responsabilità. E’ stato un lavoro impegnativo, ma molto bello e gratificante.

M.G.: So che questo progetto è nato ben prima del terremoto…

M.D.L.: Ho conosciuto ‘virtualmente’ Adriana Iacono e Francesco Gianino qualche anno fa, in occasione di un progetto di scrittura collettiva lanciato in rete da Giulio Mozzi. Pur essendoci persi di vista per un po’, Adriana Iacono aveva già in animo di cercarmi per propormi un progetto di scrittura corale destinato ai bambini, comunque sulla realtà urbana. Quando arrivò il 6 aprile, o meglio le sue conseguenze sulla città dove vivo, Adriana pensò di trasformare l’idea iniziale in progetto di scrittura ‘solidale’. Francesco Gianino, altro co-curatore del progetto e del libro, aveva già intrapreso un suo percorso scrittoriale sulla paesologia, e gli intenti si incrociavano perfettamente: scrivere di territorio, raccontare le città, riflettere sul rapporto tra città e abitanti.
Quando Adriana mi contattò io ero ancora alle prese con l’immediato post-terremoto, in stato parecchio confuso, e soprattutto di estrema chiusura. Pur riconoscendo immediatamente la bellezza del loro progetto, non ero in condizioni di garantire una mia partecipazione sensata e utile.
Prima del terremoto mi divertivo a scrivere racconti e poesie, ma potevo giocare con la scrittura, dire quello che volevo, nel modo che volevo, usarla come strumento comunicativo di una realtà metaforica. Dopo il terremoto ho avuto la sensazione immediata di distruzione non solo materiale, ma anche e forse soprattutto dell’immaginario. Avevo un bisogno assurdo di pensare con un vocabolario diverso, tutto da inventare, perché quello che era successo mi appariva come qualcosa di inspiegabile e incomunicabile, troppo assurdo. E inoltre, come parlare del rapporto con il territorio, con le città, nel momento in cui il terremoto, ma non solo, aveva stravolto ogni parametro spaziale? Sulla base del ricordo? Non ne ero capace, perché il 6 aprile 2009 mi sono resa conto che sul territorio della città dove vivo da vent’anni non c’erano grosse tracce di me. Ed ero piena di rabbia, e nel sentirmi esclusa e nel riconoscermi coinvolta (e in particolar modo con una sofferenza che mi è ancora difficile spiegare, dalla situazione degli studenti universitari fuori-sede e dalla morte di molti di loro, per senso di appartenenza alla loro stessa ‘categoria’, dal momento che io a L’Aquila ci sono arrivata da studentessa universitaria fuori-sede, vent’anni fa).
Nonostante tutto, mentre ero a Roma, dove con la mia famiglia ho passato i primi due mesi dopo il terremoto, ho scritto qualcosa, e mi sono lasciata coinvolgere…

M.G.: …ecco: nella raccolta c’è un tuo racconto, “Direzione est-ovest”, in cui racconti L’Aquila da sfollata a Roma, con uno sguardo che mi viene da definire, in senso etimologico, “spaesato”…

M.D.L.: sì, lo sguardo narrante del racconto è ‘spaesato’. Lo spaesamento che ha accomunato tutti coloro che si son trovati a vivere L’Aquila del terremoto. Lo spaesamento spesso insiste ancora oggi, ma pian piano si riacquista la punteggiatura nel raccontarlo. E credo che la sensazione di ‘assenza’ (delle persone, dei luoghi, delle abitudini, dei riferimenti, della possibilità di scegliere, e di tante cose), da cui lo spaesamento, sia una cosa difficile da risanare. Sono passati quasi due anni dal terremoto, ma le assenze sono ancora tutte lì, lo spaesamento che ho vissuto quella notte e nei primi mesi successivi è ancora lo sfondo delle giornate. L’Aquila stessa d’altronde è ancora spaesata. Ci si può abituare più facilmente a nuove presenze che non all’assenza di ciò che non s’era scelto di perdere. Penso spesso a chi è ancora lontano dalla città, o perché alloggiato ancora in albergo o perché ha deciso di restare fuori, e mi chiedo se lo spaesamento per loro sia superato, se stando lontani dall’Aquila, calati in una realtà più “normale”, il superamento dello spaesamento sia stato possibile.
Per il resto, il racconto è spudoratamente autobiografico, vero, nudo e crudo. Non so se mi sono usata come personaggio per prendere una qualche distanza dall’angoscia che ho vissuto o se al contrario abbia avuto bisogno di raccontarmi per rendere più concreta la mia presenza e la mia esperienza anche a me stessa. Il tutto condito dalla voglia di trasformarla in esperienza che trascendesse me e la stretta contingenza e diventasse esperienza condivisa. Anche per questo ho scelto di raccontare coinvolgendo anche la realtà romana che scorreva temporalmente parallela a quella aquilana.

M.G.: Torniamo al tuo lavoro di co-curatrice…

M.D.L.: Alice nelle città non è un libro sul terremoto, quanto la testimonianza della necessità di riflettere e raccontare e parlare dell’abitare un luogo. I luoghi sono spazi urbani, che prima ancora sono spazi umani: ominai, per trasposizione concettuale dei ‘formicai’. Il libro è stato pubblicato a giugno, dunque i testi in cui si parla dell’Aquila sono stati pensati e composti dopo il terremoto, a ‘caldo’, sulla scia di un’emotività fortissima e scomposta.

Sandro Cordeschi

Sulle città raccontate in prosa o in versi o in stralci di saggi e articoli giornalistici, gli autori hanno poggiato la lente di ingrandimento della percezione soggettiva, della suggestione di cui è fatta il nostro vivere: le nostre case, i nostri quartieri, i nostri luoghi.
E sono le suggestioni che ci legano emotivamente e culturalmente ai nostri territori: “L’acqua, il pane, la roccia: nostalgia e forza che ci guidano verso il domani della città” ha scritto in chiusura di uno dei suoi testi Sandro Cordeschi. E sono le suggestioni e le percezioni che i luoghi scambiano quotidianamente con chi li abita e vive a creare i legami stratificati, tramandati, condivisi, per quanto soggettivi, spesso sottovalutati. Si dà per scontato che le città che abitiamo siano così come sono, così come le abbiamo trovate quando ci siamo nati o ci siamo arrivati. Le prendiamo per quello che sono e con una serie di azioni e reazioni, piccole o grandi che siano, per lo più inconsapevoli, le attraversiamo, le assorbiamo. Attraverso la nostra percezione le facciamo nostre, abitandole, scegliendone le modalità del viverle, e contemporaneamente ci facciamo “adottare”, assumiamo il ruolo di cittadini, attivi in ogni caso, anche qualora ce ne restassimo tappati in casa. Se non altro perché le case stesse, quelle che normalmente le persone ‘scelgono’ per abitare, sono elementi essenziali del sistema urbano, che è sistema sociale prima che edilizio. Le case fanno la storia, tanto quanto i monumenti, i parchi, le strade, le case riflettono la modalità scelta di abitare la città.

M.G.: E fra le città di Alice c’è L’Aquila…

M.D.L.: La L’aquila raccontata in Alice nelle città è quella che trema, quella che si distrugge per effetto della scossa, quello che ne resta nelle tende blu o nei pensieri di chi scommette sulla sua forza raccontandone un po’ di storia. È una L’Aquila, che chi ha scritto nei primi mesi dopo il terremoto, sentiva ancora propria: malconcia, a rischio di dinamiche ambigue, ma ancora sicuramente “patria”.
La necessità di riflettere e rifare un po’ i conti di quello che è il reale rapporto con i propri luoghi, subito dopo il terremoto, si è propagata, a mo’ di sisma in un certo senso. O almeno questo è l’effetto che hanno subìto gli autori che hanno voluto partecipare a questo libro. Ed è per questo che s’è scelto di ordinare i testi con un criterio di distanza kilometrica dalla nostra città e insieme cronologico rispetto agli eventi aquilani. Leggendo il libro, si viene da L’Aquila, si va altrove e si torna, e poi si va di nuovo, progressivamente più lontano, a nord e a sud d’Italia. Si incontrano luoghi dove sono accadute altre cose, dove i rapporti con lo spazio urbano sono ugualmente turbati perché ostacolati o completamente tralasciati da una logica di gestione del territorio che prende le distanze dall’anima del vivere e percepire i luoghi come spazi umani, preferendo un’ottica affaristica, politica (nell’accezione tout court del termine), di potere.
Il valore del raccogliere testimonianze narrative o poetiche che siano sta nello sfidare queste logiche, sapendo di vincere comunque, perché la testimonianza, la cultura, la condivisione sociale delle suggestioni dell’anima dei luoghi possono sfuggire alle dinamiche spigolose e artificiose degli affari e del potere.

Claudia Valentini col sottoscritto

M.G.: Fra gli autori aquilani di “Alice” c’è Claudia Valentini: che ci dici di te, Claudia?

Claudia Valentini: Sono una cittadina aquilana, casa mia è al Torrione, inagibile, ora vivo da ‘invisibile’ – ci definiamo così, noi che, sempre abituati al lavoro rigoroso e all’onestà civile, ci siamo subito arrangiati individuando spazi di vita normale e modalità civili di convivenza nella nostra città, bypassando lo ‘status’ di suddito terremotato. Oggi, come due anni fa, sono ‘temporaneamente alloggiata’ – a Coppito 0 – come definisco la parte del paese rimasta illesa, quella lungo il fiume Aterno, edilizia privata anni ’70 di buona qualità, in contrapposizione ai mostri di Coppito 2 e Coppito 3 – presso mia suocera, con mio marito, dipendente privato di azienda ‘agibile’, una famiglia animata da due turbolentissimi nativi digitali, Francesca ed Alessandro, dei quali si possono ammirare le espressioni sveglie e spiritose in ‘Prima Generazione’.
Sono formatrice, e-tutor per il personale della scuola e docente a contratto e presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Aquila, ho scritto testi, e-book, learning objects per la didattica digitale, collaboro con riviste ed associazioni professionali per saggi, articoli, report sulla didattica inclusiva, digitale, metacognitiva, per l’innovazione nel mondo della scuola. Voglio dire che il mio lavoro si collega molto strettamente alla mia ormai connaturata comunicazione online, la passione per il web, ormai web 2.0 ‘and beyond’. Questa vita ‘connessa’ mi ha consentito di tenere vivi molti contatti e co-costruire bellissime esperienze di vita e di lavoro con quelli che io chiamo ‘cyberamici’, a partire dalla storia ipermediale della MaestrArighEaQuadretti fino ai miei post quotidiani ‘di resistenza creativa’ su FaceBook.

M.G.: In “Prima generazione” dici “ci siamo voluti illudere che i tempi lunghi del sisma ci avrebbero risparmiato”.

C.V.: Eh si, lo sapevamo di essere cittadini in un territorio ad elevato rischio sismico, ma abbiamo ugualmente ‘investito nel mattone’, lo sapevamo che le previsioni non sono attendibili (?), ma ci siamo fidati delle ipotesi meno infauste (lo scarico di energia) piuttosto che della ‘cultura popolare’ della prevenzione, lo sapevamo che l’ultimo evento catastrofico era dell’inizio del ‘900, che quello del 1703 aveva ridisegnato la nostra città, ma ci siamo comunque cullati nell’illusione di poterla scampare, magari ‘augurando’ il big one alle generazioni future, alle quali stiamo, comunque, allegramente lasciando un debito pubblico da paura e un paese incivile ed ingovernabile…
Ed invece siamo la generazione che sta proprio in mezzo a questo caos, che sta pagando con le lacrime la consapevolezza di un passato che non tornerà e sta lottando con la palude dell’immobilismo per poter realizzare un presente meno distopico, per poter immaginare un futuro ‘fattibile’. So che ce la faremo, basta essere resilienti, relianti, fedeli alla nostra vera identità, l’ho scritto anche in ‘prima generazione’, no?

M.G.: Su quell’illusione vorrei chiedere qualcosa anche a Sandro Cordeschi qualcosa. Sandro, leggo su una tua presentazione: “Sandro Cordeschi è uno dei maggiori scrittori viventi in lingua Lakota, lingua che non ha alcuna versione scritta riconosciuta. Qualcosa delle sue farneticazioni ha osato tradurla in un italiano discutibile in primo luogo da lui stesso. Si occupa fondamentalmente di fiumi, montagne Indiani d’America e suo figlio Lorenzo. Lo fa in modo peotico, cioè ragionando lucidamente con i piedi…”

Sandro Cordeschi: Sì, e per campare, fingo di insegnare filosofia in una specie di liceo dell’Aquila. L’unica cosa che so davvero è che questa è la terra mé (e del popolo dei sassi, che trema e non cede).

M.G.: Ecco, in “Questa è la terra mè” dici dei Lakota che chiamano i sassi mobili, e le montagne pietre viventi. Come per riconoscere la vita indipendente della terra, che in quanto vivente non è ferma. L’Aquila sembrava aver messo fra parentesi la cognizione che la terra che la sostiene si muove a un ritmo costante. Puntuale, passati trecento anni, si è mossa di nuovo.

S.C.: Certo, la terra si muove, perché è viva. Viva di una vita incomprensibile agli uomani, della quale dovremmo imparare, una volta per tutte, ad “essere parte”. Scorrere come il fiume, scivolare come le rocce, come esse persistere e credere che ci sia un oggi e un domani, questo pare al momento, nella consapevolazza della precarietà, il modo per esistere abitando la terra che riconosciamo come “nostra”, qui ed ora.

P.S.: molti altri hanno partecipato al progetto.
A L’Aquila, oltre a Marianna De Lellis, Claudia Valentini e Sandro Cordeschi, Sonia Ciuffetelli, Rossana Casasanta, Savina Dolores Massa, Luca Fiorentino, Valeria Valeri.
A Roma: Olga Lumia.
A Napoli: Patrizia Varone.
A Calitri e a Brescia: Lucia Marchitto.
A Milano: Angela Passarello.
A Motta Camastra, a Catania, a Modica, a Pozzallo: Francesco Gianino.
Ad Agrigento: Alberto Todaro, Vincenzo Campo, Giandomenico Vivacqua
A Rabato: Adriana Iacono.
A Porto Empedocle: Adriana Iacono, Vittorio Alessandro.
L’introduzione è di Giovanni Taglialavoro. La cura di Marianna De Lellis, Francesco Gianino, Adriana Iacono.

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