Pubblicato anche su Ibridamenti.com
Di Shelley Jackson avevo già parlato qui e qui).

Un’intervista di Rosita Nunes all’autrice di “Skin”

shelleyDal 2004 Shelley Jackson lavora al suo progetto “Skin”, un racconto tatuato sulla pelle di 2095 volontari arruolati in tutto il mondo via Internet attraverso l’appello “Become a word!”. Una storia che non è racchiusa fra le copertine di un libro, ma vaga lì fuori sparpagliata per il mondo.
Attraverso l’iperromanzo “Patchwork Girl” e libri come “La melancolia del corpo” (Minimum Fax), la Jackson è diventata artefice di metafore sul sé, sull’identità, sulla biografia, sull’ipertesto. In questa intervista del 2004 rilasciata a Rosita Nunes per Tattoo Highway raccontava il suo stravagante progetto. La pubblichiamo in traduzione e in originale.
Grazie a Rosita Nunes – Master of Fine Arts in Writing Program alla San Francisco University e founding editor di Switchback – per averci permesso di utilizzare la sua intervista a Shelley Jackson pubblicata sul sito Tattoo Highway e per avermi segnalato il video che vedete poco più giù e che – a sette anni dal primo reclutamento – monta nell’ordine le parole tatuate sui corpi dei volontari. E grazie ai traduttori che di notte frequentano il forum di Wordreference.com, che mi hanno aiutato a districarmi fra le frasi idiomatiche e colloquiali dell’intervista.

Scritto sulla pelle (e sotto)
Un’intervista a Shelley Jackson
di Rosita Nunes

melancoliaShelley Jackson, autrice della raccolta di racconti “La melancolia del corpo”, di “Patchwork Girl”, il suo primo ipertesto, e di numerosi altri lavori, ha acquisito notorietà di recente con il suo ultimo progetto, un racconto breve da tatuare una parola alla volta, una per persona, su 2095 volontari. Ben oltre 1000, al tempo di questa intervista, avevano firmato per partecipare a “Skin” — senza aver letto la storia e senza conoscerla fino al momento di ricevere il loro tatuaggio. Del progetto si è parlato su Newsweek, New York Post, Village Voice, London Observer, People e altri periodici negli Stati Uniti e all’estero; è stato trattato alla BBC, alla radio pubblica tedesca e canadese e nel notiziario della radio polacca. La redattrice di Tattoo Highway Rosita Nunes ha intervistato la Jackson nel Dicembre 2003, con un seguito all’inizio del gennaio 2004.

Rosita Nunes: Il tuo ultimo libro, “La melancolia del corpo”, sconfinava nel mondo del realismo magico — dove lo sperma camminava e le uova mangiavano. Hai ribaltato il mio modo di vedere l’anatomia, tanto da procurarmi un iniziale voltastomaco. Il tema del consumare è molto presente lungo tutto il testo. Cosa ti ha spinta a cercare di ri-digerire il modo in cui vediamo il corpo?

Shelley Jackson: Sono interessata al territorio scivoloso che separa il sé e il mondo esterno. Se il consumare è un tema particolarmente forte nei miei racconti è perché ingerire e essere ingeriti letteralizza questa metafora dell’attraversare un confine fra sé e l’altro. Quel che mangiamo diventa noi. Quel che ci mangia, diventiamo.

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Il romanzo ipertestuale “Patchwork Girl”

Mi interessano anche le cose del corpo — carne, fluido, con tutto ciò che cola in mezzo — perché sembra collocarsi giusto alla congiunzione del mondo materiale con quella che chiameresti anima. Ma io colloco l’uovo, lo sperma, il latte, il sangue fuori nel paesaggio, perché la loro condizione ambigua lì si manifesta al meglio: si comportano come animali o come il tempo, ma in modo strano per essere animali, e molto animato per il tempo.
Certi oggetti misteriosi di Kafka sono ugualmente carichi di intenzioni ambigue ma personali, ma io cerco i miei oggetti misteriosi più vicino. Sotto la pelle, appunto.

RN: A proposito di “Skin,” il tuo recente progetto pone in una cornice nuova quello che pensiamo dello scrivere. Dal momento che i volontari non possono scegliere le loro parole, molti riceveranno degli “e”, “ma”, “il”. Quelli fortunati potrebbero ricevere un nome, un verbo, un aggettivo al quale possono restare collegati per tutta la vita. Ma cosa fare della punteggiatura in una storia del genere? E che parte ha tutto questo nel significato nell’operazione?

SJ: Da principio avevo previsto di assegnare i segni di punteggiatura singolarmente, ma poi ho deciso che era più interessante legarli insieme alle parole che avevano accanto. In altre parole puoi trovare un tatuaggio come “Allora,” oppure “io.”. I segni di punteggiatura sono segni di inchiostro tanto quanto le parole, così da sopravvivere al trasferimento sulla pelle. Quello che non sopravvive è quello che non è scritto: gli spazi, l’ordine, le relazioni sintattiche fra le parti. I diversi spazi fra le parole, i paragrafi e i brani sono tutti sostituiti dagli spazi fra le persone, che esse si trovino a letto insieme o in continenti separati.

shelleyjacksonCi sono due modi di guardare al significato di questo. Uno, dal momento che ogni partecipante riuscirà a leggere la storia nella sua sequenza originale, la storia troverà coerenza nella testa del suo lettore, piuttosto che nel mondo. Questo è vero per tutte le storie, in un certo senso. Due, la storia originale è solo il DNA; la storia vera, in quanto organismo vivente, riarrangia e rivede continuamente sé stessa, e il suo significato è l’aggregato di una miriade di interpretazioni personali idiosincratiche che si assoceranno alle sue parole, interpretazioni che ho invitato ma non posso predire o controllare. Anche questo è vero per tutte le storie, in qualche modo.

RN: Eppure quando gli individui muoiono, la storia si cancella parola per parola. Ti aspetti che i volontari cerchino di tenere in vita la storia rimescolando le parole rimaste vive?

SJ: Uno dei miei volontari mi ha domandato se, per ipotesi, potesse lasciare la sua parola ai figli, creando – se tutti gli altri avessero seguito l’esempio – una seconda edizione, così che la storia potesse continuare a vivere. La storia appartiene alle parole che la costituiscono, e mi interesserà sapere se esse prenderanno iniziative contro la sua fine. Ma per come ho definito il progetto, anche le successive storie più brevi che saranno create a causa di quelle morti saranno pienamente legittimate, fino alla storia di un’unica parola che sarà la sua forma finale.

RN: Avendo dato vita alle parti che compongono la tua storia, ti importerebbe se la storia decidesse di cambiare forma in un modo che non ha nulla a che fare col tuo intento originario?

SJ: Mi interesserebbe molto che gli elementi della mia storia cominciassero a reagire formando nuove versioni. Una cosa che mi piace, di questo progetto, è vedere cosa ne fanno le persone del materiale che do loro; ho dato forma al progetto partendo dall’aspettativa che accadrà esattamente questo. Questo significa naturalmente che il mio “intento originario” comporta delle revisioni, dunque posso stare tranquilla!

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Con Peter Greenaway

RN: Non sembra che la tranquillità sia in cima alle tue preoccupazioni. Infatti sei stata paragonata dai critici letterari a Kathy Acker e Angela Carter in quanto “audace e originale”. Certo il tuo ultimo progetto lo dimostra. In che modo il tuo progetto “Skin” si rivolge al più ampio insieme dei tuoi lavori?

SJ: Angela Carter è stata molto importante per me quando ho cominciato a scrivere. Ammiravo il modo in cui fondeva e ridava forma a vecchie storie, trasformando racconti con richiami edificanti in incitazioni e provocazioni. Il femminismo, da principio, determinò l’avanzare di una certa prosa noiosa e seriosa; l’impegno politico diffidava della roba spettacolare o divertente. La Carter dimostrò che i saltimbanchi e le idee stanno insieme magnificamente. Ammiro la Acker per il suo aggressivo arrembaggio alle icone della letteratura, per la sua temerarietà. Non credo che i risultati siano sempre interessanti da leggere, ma dubito che gliene freghi qualcosa; la “qualità” non è certo il punto. Mi sono basata su di lei come fonte di ispirazione senza pensare troppo ad affinità tra i nostri lavori.

RN: Se “La melancolia del corpo” aveva il suo filo conduttore nella consunzione, “Skin” sembra essere una metafora della creazione, della collettività, dell’appartenenza e del cambiamento. C’è dell’altro che hai cercato di dire attraverso questo processo?

SJ: Nel complesso, sì, il progetto (in qualche maniera che non ho pienamente espresso a me stessa prima di intraprendere il lavoro) riguarda il cambiamento, la permeabilità e la collaborazione. Sono stata anche spinta dall’immagine del leggere come esporsi al rischio di essere ferito da un pezzo di scrittura. Come tutte le esperienze trasformative, leggere, nella sua forma migliore, nuoce in qualche modo all’involucro nel quale ti muovi. È una violenza, ma di un tipo che sopporti volontariamente. Ti apri a ciò aspettandoti, e sperando anche, di venirne modificato, ma senza sapere come.

skin04_word1369RN: Parlami delle scoperte pratiche che hai fatto nel penetrare nuovi territori (o dovrei dire una nuova pelle?)

SJ: Un attimo fa ho usato la parola “involucro” per i confini invisibili del sé. Questo progetto ha aperto il mio involucro con uno strappo. Quando ho pubblicato l’appello per i partecipanti, non avevo idea se qualcuno avrebbe risposto. Tutti lo chiamavano il mio bluff. Nel pormi all’altezza della situazione mi sono assunta una responsabilità verso il pubblico che non avevo mai sentito prima.
Ho scoperto che certe volte quando lanci al mondo una proposta folle, il mondo ti risponde di sì. E poi, fatti un timbro con l’indirizzo e tieni in ordine la corrispondenza.

RN: A che punto siamo coi volontari, fino ad oggi? Da dove vengono? Cosa pensi che li abbia motivati a farsi avanti? E, se hai bisogno di altri volontari, come ti si può contattare?

SJ: L’ultimo conteggio aggiornatissimo (si parla del gennaio 2004, ndr) è di 1628, ma ho centinaia di candidati che aspettano una risposta da un’autrice sotto assedio. Sono quasi alla fine, ma chiunque voglia informazioni o sapere di più sul progetto può visitare il mio sito.
L’America è molto meglio rappresentata che il Canada, l’inghilterra e l’Australia, ma c’è chi partecipa da Finlandia, Olanda, Belgio, Svezia, Svizzera, Norvegia, Italia, Germania, Brasile, Argentina, Giappone, Spagna e Tailandia. Alcuni dicono di amare i libri, alcuni i tatuaggi, altri che volevano sentirsi parte essenziale di qualcosa di più grande di loro, qualcosa che li lega alla gente intorno al mondo con un filo invisibile. Vogliono compiere un gesto stravagante di fiducia nella letteratura, nell’arte, nell’immaginazione in generale. Mi dicono di amare l’odore dei libro; scrivevano sulle braccia con i pennarelli, facevano tatuaggi come altra gente comprava il giornale, per segnare il passare del tempo. Mi scrivono: “Adesso, almeno una persona sarà al mio funerale”.

RN: Hai menzionato un portatore che chiedeva se potesse lasciare la sua parola al figlio. E ora un altro che dice ”Adesso, almeno una persona sarà al mio funerale”, che in questo modo parla del bisogno proprio degli esseri umani di raccogliersi e stare insieme. Immagini riunioni fra portatori quando la loro quantità comincerà a diminuire, come con i veterani della Seconda Guerra Mondiale?

skin-red-stampSJ: Sì. Molti dei miei candidati scrivono di avere il grande desiderio di un diverso tipo di comunità, e sperano di trovarla in questo modo. Cosa che potrebbe sembrare un’esagerazione, ma in effetti si sono già formati gruppi on line per parlare del progetto, e alcune delle mie parole si sono già incontrate in carne e ossa. Alcune delle parole mi mandano cartoline per Natale. Una parola mi ha fatto una sciarpa di lana. Mi sembra di aver fondato una strana specie di famiglia.

RN: Dicevi di ritenere legittima la versione abbreviata della storia, “fino alla forma finale di una storia di una parola sola”. Questo è parlare da vera purista del processo! Tuttavia la scrittrice dentro di te starà lottando contro l’ossessione di avere il controllo sull’ultima parola…

SJ: Il processo di arruolamento in “Skin” è complicato, legalistico, burocratico. Qualcuno l’ha preso, almeno in parte, come uno scherzo vagamente kafkiano: rivestire un’assurdità delle bardature della legge e dell’ordine. Ma è anche un modo di definire con una certa precisione l’ampiezza del mio controllo sul progetto. Le regole non sono solo restrizioni, sono anche l’armatura della bellezza. Non mi interessa la totale rinuncia al controllo. Ho solo ridefinito il lavoro per includere in esso tutto il processo della sua evoluzione, compresa la sua eventuale morte. La scrittrice in me vuole salvaguardare le parole, certamente, ma non al prezzo dell’insieme.

RN: Vuoi aggiungere qualcosa?

SJ: Consideravo me stessa una scrittrice esoterica il cui pubblico sarebbe sempre stato esiguo. Ho scoperto che il mondo è più malleabile e la gente più pronta ad abbracciare l’improbabile di quanto avessi mai immaginato. Oggi mi sembra che sia leggermente arrogante immaginare diversamente, e anche segno di una certa pigrizia. Oggi penso che la mancanza di precedenti non dovrebbe impedirmi di immaginare di dar vita a cose assurde. Il mondo può essere riscritto.

 

Written On (and Under) the Skin
An interview with Shelley Jackson
by Rosita Nunes

skin02Shelley Jackson, author of the story collection “Melancholy of Anatomy”, the early hypertext “Patchwork Girl” and numerous other works, has gained recent notoriety with her latest project, a short story to be tattooed one word at a time, one to a person, on 2095 volunteers. Well over 1,000 volunteers had signed up at the time of this interview to participate in “Skin” — a story they have not read and will not see until they have already received their tattoos. The project has been written up in Newsweek, The New York Post, The Village Voice, The London Observer and People and other publications in the US and abroad, and covered on BBC radio, German and Canadian Public Radio and Polish News Radio. Tattoo Highway editorial staffer Rosita Nunes interviewed Jackson in December 2003, with a follow-up in early January ’04.

Rosita Nunes: Your last book, “The Melancholy of Anatomy”, bordered on the world of magic realism — where sperm walked, eggs ate — you turned my view of anatomy upside down, which made me a bit queasy at first. There was a strong theme of consumption throughout the text. What spurred this quest to re-digest the way we view the body?

Shelley Jackson: I’m interested in the slippery territory between the self and the outside world. If consumption is a particularly strong theme in my stories, that’s because swallowing and being swallowed literalize this metaphor of crossing a boundary between self and other. What we eat becomes us. What eats us we become.
I’m also interested in the stuff of the body — flesh, fluid, and all the ooze in between — because it seems to be situated right at the juncture of the material world and what you could call soul. But I put the egg, sperm, milk, blood out into the landscape, because their ambiguous status shows up better there: they act like animals or weather, but strangely knowing animals, very animate weather. Some of Kafka’s mysterious objects are similarly charged with some ambiguous but personal agenda, but I look for my mysteries closer to home. Under the skin, in fact.

skin_fistRN: Speaking of “Skin,” your new project reframes what we think about writing. Since volunteers can’t choose their words, many will receive ands, buts, and the’s. The lucky ones may receive a noun, verb or adjective that they can connect to for a lifetime. But what does one do with punctuation in a story like this? How does this impact meaning?

SJ: I had originally planned to pass out punctuation marks individually, but decided it was more interesting to package them together with the words they were nearest. In other words you might see a tattoo like So, or “I. Punctuation, like words, are inked signs, so they survive the translation to skin. What does not survive is what is unmarked: gaps, sequence, the syntactic relationships between the parts. The different spaces between words, paragraphs and sections are all replaced by the spaces between people, whether they are in bed together or a continent apart.
There are two ways to look at how this impacts meaning. One, since each participant will get to read the story in its original sequence, the story will find its coherence in its readers’ minds, rather than in the world. This is true of all stories, in a sense. Two, the original story is only the DNA; the real story as living organism is perpetually rearranging and revising itself, and its meaning is the aggregate of a myriad of idiosyncratic personal interpretations that will attach themselves to its words, interpretations I have invited but can’t predict or control. This too is true of all stories, in a sense.

RN: Yet when individuals die, the story is erased word by word. Do you anticipate volunteers seeking to keep the story alive by reshuffling the living words?

SJ: One of my volunteers asked me, hypothetically, if he could will his word to his children, creating — if everyone else followed suit — a second edition, so that the story could live on. The story does belong to the words who make it up, and I’ll be really interested if they start taking action against its demise. But the way I define the project, the successively shorter versions of the story that will be created by these deaths are also completely legitimate, right down to the one-word story that will be its final form.

RN: Having given life to the components of your story, would it matter to you if the story decided to reshape itself in a way that had nothing to do with your original intent?

skin_article_mifflinSJ: I’d be very interested if the elements of my story began to react to form new versions. One of the pleasures of this project for me is seeing what people do with the material I give them; I’ve defined the project around the expectation that this is exactly what will happen. Of course that means that my “original intent” embraces revisions, so I’m safe!

RN: It doesn’t appear that safety is your primary concern. In fact, you’ve been compared by literary critics to Kathy Acker and Angela Carter as “gutsy and original.” Your latest project surely demonstrates this. How does your “Skin” project speak to your larger body of work?

SJ: Angela Carter was very important to me when I was starting out as a writer. I admired the way she could melt down and recast old stories, transforming cautionary tales into incitements and provocations. Feminism, early on, gave rise to some tediously earnest prose; the politically engaged often mistrust showy and playful work. Carter demonstrated that acrobatics and ideas go together very well. I admire Acker for her piratical onslaught on the icons of literature and her fearlessness. I don’t think the results are always interesting to read, but I doubt she would give a damn; “quality” is hardly the point. I rely on her as an inspiration without seeing much resemblance in our work.

RN: Where “The Melancholy of Anatomy” had a thematic thread of consumption, “Skin” seems to be a metaphor for creation, collectivity, adherence and change. Or is it something else that you are trying to say by this process?

SJ: As a whole, yes, the project (in ways I had not fully articulated for myself before undertaking it) embraces change, permeability, and collaboration. I was also moved by the image of reading as offering yourself to be wounded by a piece of writing. Like all tranformative experience, reading at its best does some kind of damage to the envelope in which you move about. It’s a breach, but one that you suffer voluntarily. You open yourself to it, expecting and even hoping to be altered by it, without knowing how.

RN: Talk to me about the practical discoveries you have made by breaking new ground, or should I say new skin?

SJ: A moment ago, I used the word “envelope” for the invisible boundaries of the self. This project has torn mine open. When I published the call for participants, I had no idea if anyone would come forward. The world called my bluff. In rising to the occasion, I’ve taken on a responsibility to audience that I’ve never felt before.
I have discovered that sometimes when you throw a wild proposition into the world, the world says yes. Also, get an address stamp and keep the piles in order.

RN: Tell me where we stand on the volunteers to date? Where do they come from? What do you think motivates them to volunteer? And if you want more volunteers, how might interested folks contact you?

skin_wordsSJ: The latest-latest count [Jan. ’04 – ed.] is 1628, but I have hundreds of applicants who are waiting for an answer from one beleaguered author. I’m close to the end, but anyone who wants to inquire or just find out more about the project should visit my website: http://www.ineradicablestain.com/skin.html. America is most heavily represented, then Canada, England and Australia,but I have participants in Finland, The Netherlands, Belgium, Sweden, Switzerland, Norway, Italy, Germany, Brazil, Argentina, Japan, Spain, and Thailand. Some say they love books, some that they love tattoos, some that they want to feel like they are an essential part of something larger than themselves, something that ties them to people around the world with an invisible thread. They want to make an extravagant gesture of faith in literature, art, in the imagination in general. They tell me they love the smell of books; used to write on their arms with markers; get tattoos as other people might keep journals, to mark the passage of time. They write, “Now at least one person will be at my funeral.”

RN: You mentioned one bearer asking if he could will his word to his child. And now another saying, “Now at least one person will be at my funeral,” thus speaking to the inherent need of human beings to collect and associate. Do you envision reunions among bearers as the numbers begin to decline as with WWII veterans?

SJ: Yes. Many of my applicants write that they are yearning for a different kind of community, and hope that this might provide it. That might seem far-fetched, but in fact online groups have already formed to talk about the project, and some of my words have already met in the flesh. Some of my words sent me Christmas cards. One of my words is knitting me a scarf. I seem to have founded a strange sort of family.

RN: You said that the shorter versions of the story would be legitimate, “right down to the one-word story that will be its final form.” Spoken like a true process purist! However, the writer inside you must be struggling against the compulsion to control the ultimate last word.

SJ: The process of enrolling in “Skin” is intricate, legalistic, bureacratic. This was meant, at least in part, as a vaguely Kafkaesque joke: to drape an absurdity in the trappings of law and order. But it is also an attempt to define with some precision the extent of my control of the project. Rules are not just restrictions, but also the armature of beauty. I’m not interested in totally relinquishing control. I have just redefined the work to include the whole process of its evolution, including its eventual demise. The writer in me wants to preserve the words, certainly, but not at the cost of the whole.

skin05RN: Any last words?

SJ: I had considered myself an esoteric writer whose audience might always be small. I discovered that the world is more malleable and people more ready to embrace the improbable than I had ever imagined. Now it seems to me that it was subtly arrogant to imagine otherwise, and also kind of lazy. Now I think I should not let lack of precedent stop me from imagining preposterous things into being. The world can be rewritten.

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