Parlo spesso (ne parlavo qui, per esempio) della possibilità che la rete offre di coagulare collettivi, intelligenze sovraindividuali e distribuite, non soggette all’egemonia di un capo o al protagonismo di un singolo.
Sto leggendo il libro di Jaron Lanier Tu non sei un gadget e penso al punto di vista dell’autore, che non è uno di quelli per i quali era meglio quando la gente si vedeva di persona invece che su Facebook (che è un approccio per il quale, se ho due o più possibilità, la questione non è capire in che modo posso prendere da ciascuna il meglio che mi dà, ma piuttosto passare il tempo a decidere quale sia quella “giusta”). Quello che intendo è che Lanier è un critico di un altro genere: è uno dei padri della realtà virtuale e della cybercultura, e questo rende accorata la sua critica, ma anche credibili gli argomenti. Lanier sa che Internet e il web 2.0 non sono il migliore dei mondi possibili. Non costituiscono nemmeno una tappa di una evoluzione graduale verso il migliore dei mondi possibili, perché in quella evoluzione non c’è niente di graduale e lineare. Anzi, di tanto in tanto accade che le dimensioni raggiunte da un progresso compiuto, una tecnologia, un software, finiscano per blindare (“lock-in”) quel risultato e per impedirgli di evolvere. Ciò al di là delle necessità degli utenti: tanto che Lanier decide di metterci in guardia circa il fatto che gli individui vengono dopo le tecnologie, e che la rete confonde e uniforma desideri e differenze. Per fare un esempio: viviamo in un universo di suoni digitali in formato midi. Gran bella invenzione, che ha aperto la strada all’utilizzo dei software nella musica. Ma proprio la loro facilità di utilizzo e manipolazione ne ha fatto un formato diffuso che si è conquistato una certa egemonia, tanto da invadere le nostre esistenze con suoni (dalle tastiere elettroniche alle suonerie telefoniche) privi delle sfumature e della ricchezza cromatica delle note come le conoscevamo. Con quali conseguenze sul nostro gusto musicale, su quell’ampio margine di arbitrarietà e individualità che caratterizzava l’esecuzione musicale, sull’ambiguità e la flessibilità del pensiero creativo, che invece lascia il posto a strutture rigide e vincolate?
COP_Lanier_Tu-non-sei-un-gadget.jpgPer dirne un’altra: i contenuti di un personal computer sono organizzati in file perché quella è la maniera che più risponde alle nostre necessità o perché siamo ormai in troppi ad aver imparato a lavorare con quel genere di organizzazione, tanto da non riuscire più a pensare che non è l’unico modo possibile?
Insomma, sono le tecnologie a funzionare nel modo in cui abbiamo bisogno o siamo noi ad adeguare i nostri bisogni al funzionamento delle tecnologie?
A differenza di molti altri critici della rete, Lanier non mantiene la distanza di chi osserva le cose da fuori scuotendo il capo e pensando ai bei tempi andati in cui le cose erano più semplici e “pure”. La soluzione alle criticità non sta nel tenersi lontani dal pericolo o nel cercare di ripristinare un passato che non c’è più: Lanier sa che la rete è costituita dalle stesse persone che ne parlano, e che quelle persone possono renderla uno strumento più umano e democratico.
Così invita a mettere gli individui in primo piano, a non lasciare che le singolarità spariscano nella nuvola indistinta che clicca “mi piace” o condivide in massa link scritti da qualcun altro: quello sanno farlo anche le macchine (così come nelle prossime ore una macchina pubblicherà più volte sul mio profilo Facebook il link a questo articolo). A non pubblicare, a meno che non comporti rischi, contenuti anonimi: va bene lavorare su voci di Wikipedia, ma poi è necessario impegnarsi in altre sedi, esprimendosi a proprio nome per attirare su quegli stessi contenuti l’attenzione di chi non li conosce ancora. Oltre all’uso di dispositivi standardizzati e omologanti come Facebook e i social network, continua Lanier, è necessario creare anche siti web che parlino di chi scrive; pubblicare video che siano costati qualche ora di lavoro, post sui quali si sia speso qualche giorno di riflessione; non raccontare su Twitter solo banali eventi esterni, ma esprimere anche contenuti che rappresentino quel che c’è dentro di sé.

Così penso che la sfida (paradossale?) della rete sia quella di lavorare per costruire quel collettivo senza padroni né voci privilegiate che hanno l’ultima parola, ma al contempo metterci la faccia e il nome e dire “questo l’ho scritto io, questo è quello che penso”.

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6 thoughts on “Tu non sei una macchina

  1. “Oltre all’uso di dispositivi standardizzati e omologanti come Facebook e i social network, continua Lanier, è necessario creare anche siti web che parlino di chi scrive; pubblicare video che siano costati qualche ora di lavoro, post sui quali si sia speso qualche giorno di riflessione; non raccontare su Twitter solo banali eventi esterni, ma esprimere anche contenuti che rappresentino quel che c’è dentro di sé”:
    il sé raccontato ad altri, la messa in campo del proprio gioco interiore, la propria sensibilità, il proprio pensiero reale: sono queste le cose che mi hanno avvicinato a FB e che mi hanno costretto ad allontanarmene. Proprio su Fb ho notato che quelli che dovrebbero essere i paladini del non-conformismo e dell’apertura all’altro del proprio pensiero, cioè poeti e scrittori e artisti in genere, ecco proprio questi individui fanno ricadere il social network, fb, twitter, ecc, in canoni, in vetrine, in modi per vendersi e vendere. Sono pienamente d’accordo con Lanier e la conseguenza è appunto il ritiro, non solipsistico ma ragionato e condiviso con la gente giusta, dalla rete sociale . 🙂 scriverò qualcosa a riguardo e ti citerò!!!! :)))

  2. …e i musicisti!
    Non mi sono mai fatto una ragione di un dato così incomprensibile: le pagine FB degli artisti se va bene sono bacheche per la pubblicazione di appuntamenti, altrimenti lavagne dove i fan adoranti scrivono complimenti e saluti e “ti ricordi? ci siamo incontrati fuori dal tuo camerino a Viterbo nel 1994…”.
    La mia idea è che la soluzione non sia il ritiro: la soluzione è trovare quel punto di equilibrio fra l’intelligenza collettiva e l’intelligenza individuale. Che sembra un paradosso, perché l’intelligenza collettiva presuppone una specie di anonimato degli individui (il link che ho messo all’inizio del post rimanda a un altro articolo dove uso a man bassa Pierre Lévy). Ma la soluzione del paradosso è possibile: se si è tanti, ma tanti tanti, a metterci la faccia e la firma, il collettivo non rischia l’egemonia di poche voci, e nel contempo diamo vigore e credibilità diversi a quello che scriviamo, perché ci esponiamo come individui e ci assumiamo una responsabilità.
    Ciao Gianluca!

  3. ah ecco, vedi, Pierre Levy .. era una delle cose cose di cui volevo parlare, ma ne hai messi talmente tanti di spunti in questo post che davvero non si sa da dove cominciare … c’è la storia dei file (interessante non sai quanto), la cosa che “era meglio quando la gente si vedeva di persona”, la competizione “tecnologia vs bisogni”, la separazione tra realtà virtuale e real life, la salvaguardia dell’individualità, il conformarsi, il “mipiace” troppo facile e pigro …

    facciamo la cosa del “era meglio quando la gente si vedeva di persona”, e sfatiamola subito con questa ricerca qui: http://pewinternet.org/Press-Releases/2009/Social-Isolation-and-New-Technology.aspx, che sostanzialmente dice il contrario, perchè. mostra che il volume dei rapporti sociali di chi usa le nuove tecnologie di comunicazione è più alto di circa il 10% di quello di chi non le usa, e che le comunicazioni non sono superficiali (il 55% degli utenti internet afferma di parlare di questioni importanti con persone fuori dalla propria famiglia contro il 45% degli altri intervistati), e che ci sono risvolti positivi anche in real life: volontariato, gruppi giovanili, organizzazioni benefiche, così come frequentazioni di bar, ristoranti e parchi sono maggiormente diffusi tra gli utenti di internet

    la verità è che (Levy docet) non è sensato separare real life e cyberspace ed analizzarli come fossero due cose diverse ed in competizione

    altra faccenda è quella della tendenza (recente) alla spersonalizzazione, ma questo magari per un commento successivo, come le altre cose 🙂

  4. Ciao Laura, grazie del link e dell’intervento. Ci sto lavorando sopra, a questa faccenda di Internet e relazioni umane. Conosci per caso ricerche simili a quella che mi linki, che parlino di quanto gli utenti di nuovi media guardino la tv? Sarebbe interessante.
    Come dicevo nell’articolo, Lanier mi interessa perché ha un punto di vista critico ma con cognizione di causa. Quello che vedo tutti i giorni è che le critiche più utili vengono da gente che la rete la conosce, la frequenta, la usa, ne vuole salvaguardare gli aspetti migliori. Si tratta di una questione troppo seria per lasciarla a certe persone.

  5. ho seguito il link a “certe persone” (a parte che è per me un dolore vedere che c’è di mezzo augias che io adoro, anzi forse dopo questo ormai “adoravo”) .. troppo lunga da leggere adesso di notte, ma ho trovato una cosa interessante in una delle cose che dice antonucci (non so quanto lui se ne sia reso conto però di quello che ha detto): C’è stato un ribaltamento nel “paradigma di accesso all’informazione” perchè prima eravamo noi ad andare verso l’informazione, consultando le librerie, ricercando sulle enciclopedia, etc etc, mentre ora è l’informazione che dalla rete viene a noi .. secondo me si deve mettere a fuoco questa cosa, e studiare le implicazioni di questo ribaltamento di 180 gradi, senza fare classifiche di cosa è meglio e cosa è peggio

    altra cosa: è vero che oggi i ragazzi non sanno più fare una ricerca come dio comanda, ma non sarà forse perchè chi dovrebbe insegnargli ad usare i nuovi strumenti di ricerca non sa minimamente come si usano???

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