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Riprendo la serie di post in cui incontro gli autori di libri usciti dopo il terremoto dell’Aquila, che raccontano la città in prosa o in poesia…

M.G.: Patrizia Tocci, autrice di La città che voleva volare: dicci qualcosa di te…

Patrizia Tocci: Sono una prof di lettere, innamorata del suo lavoro. Adoro leggere, scrivo da sempre. La scrittura e la lettura sono state le mie compagne di vita. Non ho mai smesso di leggere o scrivere. Mi affascinano molti territori e discipline diverse: ma soprattutto mi interessa l’anima, le sue emozioni, le percezioni, i silenzi.

Mi piace la concentrazione del pensiero e amo la musica. Amo gatti e cani. Ho pubblicato Un paese ci vuole (prose e poesie), per l’editore Iapadre dell’Aquila nel 1990; dieci anni dopo nel 2000 un libro di poesie, Pietra serena, per Tabula Fati Solfanelli di Chieti. Poi avevo in mente un altro progetto che però il terremoto ha stravolto: ho deciso che dovevo fare un regalo alla mia città e così è nato, nei giorni dell’esilio Pescarese, La città che voleva volare, uscito nel 2010, sempre per la Tabula Fati.

M.G.: Ecco: La città che voleva volare è un libro che hai iniziato prima del terremoto, e che hai concluso dopo…

P.T.: I 2/3 del libro appartengono a momenti vissuti e trascritti prima del terremoto; l’ultima parte che ho chiamato “Dopo” è stata invece scritta dopo e ci sono ancora emotivamente dentro, fino al collo. È stata la mia prima terapia, quella di scrivere in quei giorni… ma non subito. Ho dovuto aspettare qualche mese per ritornare a raccontare… Come posso dire?, mi mancava la voce e il giusto distacco. È un senitmento lacerante e dolcissimo, quello di appartenere ad un luogo che adesso non c’è. La mia strada, la mia casa, quelle luci, quei colori, quei suoni… Tutto questo adesso sta soltanto nei miei ricordi e nelle mie parole. In un libricino.

M.G.: A proposito di colori. I frammenti di “La città che voleva volare” non sono propriamente racconti. Sono, come dice la quarta di copertina, poesie in prosa: sono immagini, sguardi, nei quali la componente cromatica è forte. Colpisce la vivacità dei colori…

P.T.: Sì, amo i colori. Per me ogni colore è una vibrazione dell’anima, è una parola, è un sapore. Anche il dolore o la gioa o la tristezza possono avere un colore. Anche una giornata può avere toni di colore che cambiano via via… se dovessi scegliere un colore per l’Aquila sceglierei un arancione rosato: il colore dei coppi, della pietra, il colore dei tetti e delle vecchie mura… terra di siena, bruciata… e il rosa della basilica di Collemaggio o delle chiese bianche di pietra che al tramonto stingono nel rosa…

M.G.: …e infatti questa accanto è una tua foto che dice molto dei colori di cui parli: è il campanile di San Pietro visto da casa tua, giusto?

P.T.: Quel campanile era per me l’inzio della giornata. Ne ho foto in tutte le stagioni, credo… è una tristezza immensa. Qui dove vivo adesso, a Marruci, c’è un bellissimo orizzonte di montagne, quasi giapponesi: tanta luce e tanto sole. Ma ancora non conosco bene i tempi e le luci. Lì, dopo venti anni di vita la casa era home, come dicono gli inglesi. Faceva parte di me ed io di lei. Da quando sono arrivata qui, non mi posso lamentare, ma non riesco più a scrivere come prima: è come se non riuscissi a trovare un mio spazio, il mio posto “fisico” nel mondo.

M.G.: Patrizia, una città racconta una storia: tu citi in apertura Italo Calvino che dice “le città sono costruite di desideri e di paure”. E L’Aquila raccontava una storia di dominazioni successive oltre che, attraverso le ferite dei terremoti, di cadute e riprese, di fratture e ricongiunzioni. Oggi è una città esplosa, sparpagliata, casuale. Che storia racconta oggi L’Aquila?

P.T.: L’Aquila oggi racconta una storia muta. È come se volesse continuare a dirci qualcosa, a parlarci, ma non può. Ingabbiata, cementata e puntellata. Tutta tesa anche lei nello sforzo di resistere… spesso, quando vado in centro mi sembra di sentire le voci di quelli che non ci sono più.
L’Aquila è una città estrema: dentro di lei e dentro di noi in questo momento si mescolano la vita e la morte, l’abbandono e la cura, le parole e il silenzio. oggi l’Aquila NON è una città. È un simulacro vuoto, attorno al quale c’è un anello di una indefinita, infinita e brutta periferia. Gli ex-abitanti della città vivono l’età della diaspora, dell’attesa. Alcuni vivono in speranza, altri in disperazione.

M.G.: Questo terremoto sembra una metafora… nella parte del tuo libro scritta ben prima del 6 aprile c’è un testo, “Il negozio delle piccole cose”, che parla di uno di quei luoghi familiari che sono stati spazzati via dalle banche, dai supermercati, dai centri commerciali… già lì parlavi di un passato che non torna, di un modo di vedere e vivere la città che lascia il posto ad altri tipi di aggregazione.

P.T.: Il negozio di Oddi era già scomparso sotto i miei occhi. Raccontava un mondo vecchio – un vecchio mondo che da noi ormai non esiste più. Mi piaceva passeggiarci dentro, guardare quegli oggetti spaiati, inutili eppure domestici, familiari: vicini alla nostra storia. Non ho la stessa sensazione quando entro in un grande megastore. merce scintillante e musica a tutto volume, e mille cose uguali. Certo, il passato non può e non deve tornare, ma non riesco ad intravvedere bene la direzione nella quale si avvia la nostra città. Per il momento non c’è traccia di ricostruzione nel centro storico. la città è sospesa. I tempi si dilazionano sempre di più.

M.G.: Grazie, Patrizia. Finiamo con una informazione importante: dove e come si acquista il libro?

P.T.: Il libro è in vendita all’Aquila esclusivamente nella libreria Colacchi (nel centro commerciale Amiternum) ma si può acquistare anche on line, sul sito la Feltrinelli o su IBS.it.

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