Ho ascoltato ieri le parole del Presidente del Consiglio che, cercando di salvare i brandelli della sua inspiegabile credibilità di difensore della famiglia, ha gettato nel tritacarne le adozioni per i single, le coppie gay e la scuola pubblica, che ha accusato oltre che di “non insegnare”, di voler “inculcare princìpi che sono il contrario di quelli dei genitori”.
Come sa chiunque abbia voglia di saperlo, il pregiudizio per cui la scuola pubblica prepara peggio della privata è infondato almeno quanto è resistente nella testa di qualcuno. Ma non voglio discuterlo nel merito, ché altri lo stanno facendo con più competenza e passione di quanto non possa io.
Però c’è, alla sua base, un’idea piuttosto rozza di educazione e di cultura; rozza ma suggestiva, tanto da prestarsi per argomenti pretestuosi come quello di Berlusconi. Cioè l’idea che educare significhi “inculcare” e che gli studenti siano dei contenitori passivi da “riempire”, tanto che la scuola dei comunisti (è di questo che parliamo, no?) e le famiglie fanno a gara a riempire le giovani teste. È un vecchio luogo comune noto come “imbuto di Norimberga” perché rappresentato in una stampa del 600 realizzata nella città tedesca (vedi qui accanto una delle tante versioni): educare significa riempire con un imbuto la testa del virgulto di tutte le informazioni, le idee e, appunto, i principi che è bene “inculcare” (= imprimere nella mente o nell’animo con assidui ammaestramenti, dal dizionario Garzanti). Non un processo dinamico che ha a che fare con relazioni, amori, disamori, scazzi, passioni, confronto con la differenza, con il limite, e chissà quante altre cose.
Che questa idea sia diffusa nel senso comune lo capisco; che venga utilizzata come argomento di polemica a certi livelli lo trovo sorprendente e anche offensivo, come ex allievo di scuola pubblica e come genitore.
Ho studiato in un liceo pubblico. Ho avuto insegnanti molto bravi, bravi, bravini. Fra i primi ce n’è uno che ho continuato a frequentare negli anni, che andavo a trovare anche per fargli sapere quale uso avessi fatto delle cose che mi ha insegnato. Un uomo dalle idee del tutto distanti da quelle che nel tempo ho fatto mie. Uno al quale in linea teorica (ma teorica, eh!) lo straparlante Presidente del Consiglio dovrebbe sentirsi più vicino che a me. Uno per molti aspetti diverso da me, insomma, col quale mi sono trovato anche in disaccordo negli anni di scuola. Vado a trovarlo quando passo dalle mie parti, gli racconto di quello che faccio e delle ultime cose che ho letto, e lui mi mostra le ultime cose che ha scritto.
Ma di che stiamo a parlare?

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4 thoughts on “Inculcano (ovvero Berlusconi e l’imbuto)

  1. Caro Massimo,
    stiamo parlando di una precisa strategia che mira al recupero dell’appoggio ecclesiale.
    I fatti di cui è stato protagonista sono di una tale gravità e sono di una tale preclarità che la chiesa non ha potuto ignorarlo, pena essere tirata giù e infangata.
    Insomma per dirla con il Fisichella, mio brillantissimo ex professore di religione, ed ora tessitore della politica ecclesiale a Montecitorio, questa volta, a differenza della bestemmia, non la potevano certo “contestualizzare”.
    E allora ecco che arrivano le modifiche al testo di legge del testamento biologico, arriva l’attacco alla scuola pubblica per giustificare il supporto a quella privata, in buona parte in mano della Chiesa, arrivano gli attacchi ai matrimoni gay.
    Vedrai che continueremo di questo passo, persino con leggi e leggine nascoste nele pieghe dei dispositivi finanziari, per fornire vantaggi e vantaggini alla Chiesa. Tutto per guadagnarsi un appoggio politico (avere la chiesa significa esercitare una pressione su Casini a danno di Fini) e infine d’immagine.
    Quindi per chiudere: tutto lo stralunato discorso del Berlusca, è totalmente pro domo Chiesa.
    Non c’è da leggerci dietro nient’altro…

    1. Caro Andrea, certamente bisogna sempre tener conto che quello che anima certe uscite ha meno a che fare col merito delle questioni che con le strategie e le opportunità. Cioè: lo so che a Berlusconi della scuola in quanto tale non gliene frega niente, e che su quel palco si giocava tutt’altro.
      Però il contenuto c’è, e quello arriva in tutte le case, e anzi lo si sceglie perché incontra umori che esistono, e quando li incontra li legittima, li amplifica, gli dà una dignità e un peso di “argomento” che non avrebbero mai avuto diversamente.
      Io credo che da sabato la vita degli insegnanti pubblici sia un po’ peggiore. Il rischio che si sentano un po’ più soli e maltrattati c’è…

  2. io credo che sia anche ora di finirla con i troppi pregiudizi sulla Chiesa. essa è al servizio dell’uomo, della sua dignità e la difende, e non cerca il proprio interesse. interesse di cosa poi? certo le “mele marce” ci sono, come ci sono dappertutto. (non è il caso di Fisichella certamente) ma non per questo si ha il diritto di fare di tutta l’erba un fascio. piuttosto ritengo più utile e onesto documentarsi e leggere un po’ di più, o semplicemente sviluppare un po’ di senso critico, tipico di chi non si accontenta del sentito dire o delle prime impressioni di “pelle” per farsi un’opinione di come va il mondo.

  3. No, direi che non è una questione di mele marce: è che il presidente del consiglio ha questa abilità camaleontica di dare a ogni pubblico quello che vuole. Come a Lampedusa promette campi da golf, così davanti a ogni uditorio sceglie le corde da far vibrare. E quando si trova davanti a un uditorio connotato in senso religioso, le corde che sceglie non sono precisamente di tipo spirituale…

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