Avrei da raccontarvi parecchie cose e da ragionare su altrettante, ma non sempre è possibile mettersi lì quella mezz’oretta che ci vuole per scrivere qualcosa di sensato.
Così, come succede ogni tanto, condivido un po’ di post che esprimono domande che mi sono fatto anch’io. Stavolta su Sanremo. Vabbé, sono solo canzonette, e quelle possono essere più e meno interessanti; ma il contenitore di quelle canzonette, se entra nella metà delle case e se diventa persino un contesto in cui nascono e si condividono storie su di noi e sui nostri centocinquant’anni (e storie sul condividere storie su di noi e sui nostri centocinquanta anni),  ci importa.
E allora, sul festival che sembra destinato ad essere ricordato per aver portato a Sanremo la canzone d’autore (ma come? E Bertoli, allora? E Cammariere? E Finardi? E Paoli, e Endrigo, e De Angelis, per dire almeno di quelli cui più si addice il titolo di cantautore?), ho selezionato un po’ di letture interessanti:

  • Su Nazione Indiana si discute della performance di Roberto Benigni (da un articolo di Alberto Mario Banti, ripostato da Marco Rovelli), e di come sia possibile ritrovare schegge impazzite di retorica nazionalista dove meno te le aspetti: “La lezione di storia di Benigni”. Leggete anche il dibattito…
  • Livia Iacolare si intrattiene sulla canzoncina di Luca e Paolo “Ti sputtanerò” e sull’ambiguità di certa presunta satira in tv: “Ti sputtanerò, ovvero il trionfo della mediocrità”.
  • Infine Zauberei ci racconta il suo festival (con le cose da ricordare e quelle da tenere a mente solo per non ripeterle più!) e la sua speranza di un nazional popolare che non sia becero a tutti i costi: Post festival.
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2 thoughts on “Amemipiace: perché Sanremo è Sanremo?

  1. faccio l’avvocato del diavolo: non puoi scrivere “è giusto parlare di sanremo perchè se tutti lo guardano etc etc etc” (cosa su cui concordo) e poi cavartela rimandando alle cose che hanno detto gli altri :)))

  2. 🙂 Allora lo devo proprio scrivere, ‘sto post…
    Su Sanremo penso che più che il festival della canzone, sia una specie di fiction sulla canzone. I concorrenti non sono i cantanti, sono i discografici che sempre più sono i veri autori dei dischi. Li progettano in consiglio di amministrazione, li realizzano e li legano all’immagine di un “interprete”. E’ una finzione.
    Detto questo, in cinque serate fiume qualcosa si insinua sempre, e quest’anno, da quel poco che ho visto, c’è stato il cameo di Battiato, c’è stato il giovane pianista jazz che ha vinto nella categoria dei giovani, c’è stato Tricarico che se non fosse condannato a sincronizzare le tappe della sua carriera con le edizioni del festival, sarebbe uno da cui aspettarsi cose interessanti.
    Fra le cose da ricordare non metto i due comici, sui quali sono totalmente d’accordo con quel che dice Livia Iacolare.
    Non ci metto nemmeno il Mameli di Benigni, almeno non con quei difetti che indicano Banti e Rovelli e che purtroppo lo imbruttiscono alquanto: ho l’impressione che l’intento di contrapporre agli argomenti separatisti e secessionisti un’idea di unità in cui riconoscersi abbia portato Benigni a scivolare in qualche momento verso luoghi comuni bellicisti e nazionalisti che di fatto sono del tutto contigui (nella forma, nella contrapposizione noi/loro) a quelle idee anti unitarie…
    Mi convincono gli argomenti con cui Evelina Santangelo risponde alle loro critiche, ma trovo che sebbene costituiscano un contrappeso a quelle, non risolvono del tutto il problema.

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